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Giovedì, 29 Giugno 2017 00:00

Centri? Storici?

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni

Centri? Storici?

Dopo 30 anni dietro le quinte il tema dei centri storici ritorna in primo piano, perché sul territorio nessuna battaglia è vinta per sempre e di nuovo minacce di cambiamento violento incombono sul cuore delle città italiane. Perché come sempre mancano gli equilibri: il troppo e il troppo poco devastano. Questa volta il killer è il turismo, ma lo sceriffo bisogna cercarlo nei nuovi abitanti e nei nuovi city user.

ANCSA è il glorioso acronimo dell’Associazione nazionale centri storici e artistici, che tra il 1960 e il 1980 radunò il meglio della cultura italiana del territorio e la capitanò nella battaglia per la conservazione e la valorizzazione dei centri storici, vincendola. In Italia è l’unica battaglia del dopoguerra sui temi di cultura del territorio che si può dire vinta dai buoni: quella sul paesaggio è tuttora molto combattuta, mentre sulle periferie non si è neppure scesi in campo. La battaglia è stata vinta chiamando i sindaci e la gente ad una consapevolezza della risorsa fondamentale del territorio italiano: i centri sono il luogo identitario per eccellenza proprio per i segni sedimentati della loro storia.

Dal 1961 la Carta di Gubbio, atto di fondazione dell’Associazione, ci ha fatto rendere conto che il nostro centro storico è il luogo più significante della nostra identità, per ciascuno di noi, che abitiamo la terra dei mille campanili. Questo ha legittimato, politicamente e culturalmente, l’introduzione di un trattamento speciale per questo pezzo di territorio, in tempi di assoluta prevalenza della comoda “legge uguale per tutto”, che favoriva una falsa e banale omogeneità di trattamento nel costruire la città. Quindi, liberati dalla regola omologatrice, si sono inventati gli attrezzi più diversi per affrontare i problemi non solo del degrado fisico o dell’obsolescenza funzionale ma anche dell’inadeguatezza dei progetti fotocopia che dominano nel resto della città.
Comunque ci sono voluti decenni prima che diventasse pratica comune recuperare invece che demolire, riutilizzare invece che costruire ex-novo, pedonalizzare invece che allargare le strade.  E’ risultato vincente associare alla conservazione l’innovazione, integrare l’attenzione ai muri e alle pietre con la cura degli aspetti sociali (dalla casa per i bassi redditi ai fondi per gli artigiani e i negozi tradizionali), valorizzare le particolarità e il progetto dello spazio pubblico piuttosto che l’omogeneità delle costruzioni e lo standard dimensionale dei servizi.  L’aggettivo “storico” ha consentito di trattare il centro delle città come un pezzo di territorio a parte, con regole attente al particolare, del tutto diverse da quelle ordinarie dell’urbanistica.

La battaglia dei centri storici ha generato un’onda lunga, che ha portato ad ampliare l’oggetto di attenzione:
dal centro alla città, dalla città al paesaggio.  Il luogo “centro” è parso riduttivo per definire il territorio da trattare con riguardo delle sue particolarità e l’ANCSA è stata nuovamente la sede in cui si sono promosse strategie per “la città storica”, poi per il “paesaggio storico urbano” (che sono state poi raccolte in una raccomandazione Unesco), e infine per il “territorio storico” (a cui Roberto Gambino ha dedicato l’apertura del convegno dei 50 anni dalla Carta di Gubbio, nel 2011).
Con il tema del “territorio storico” si è mostrato l’orizzonte della nuova sfida, aperta dalla Convenzione europea del paesaggio, per cui non è un tipo di luogo specifico ad essere particolare, ma un atteggiamento generalizzato di rispetto dei segni sedimentati dalla storia (non solo umana ma anche naturale) e di progettualità adeguata, attenta ai singoli casi, che va esteso a tutto il territorio.

Come sempre l’allargamento dell’orizzonte dal particolare al generale affascina la comprensione e rende eticamente ineccepibile ogni strategia di azione, ma contemporaneamente riduce la chiarezza del bersaglio e disperde le energie positive.
Infatti, l’attenzione alla interpretazione e al progetto della città e del territorio storico stanno bene influenzando la stagione dei piani paesaggistici e dei progetti di paesaggio, ma d’altra parte i centri storici non sono più all’ordine del giorno. Sono ormai inglobati in una procedura ordinaria di gestione urbanistica, che mantiene formalmente tutte le cure ormai stabilite per legge, ma è di fatto disattenta alle nuove dinamiche e ai processi trasformativi in corso.
E i centri non sono luoghi di quiete, come sembrerebbe se si bada alle cronache travagliate delle periferie o alle stragi di suolo perpetrate in aperta campagna. Nei centri si stanno consumando cambiamenti epocali, anche se quasi sempre lasciano intatti i muri e le decorazioni storiche.  Nei centri i cittadini sono sempre più spesso solo city users, mentre vi pernottano ormai solo foresti: poveracci di altri continenti o turisti senza albergo.

Perciò l’ANCSA si mobilita di nuovo: in questi giorni pubblica un Libro bianco sui centri storici delle città italiane, in cui il CRESME ha curato un report statistico sulle dinamiche socioeconomiche recenti che investono i centri storici: gli alloggi diventati alberghetti, i rioni diventati ghetti.  Nel libro questi fenomeni sono raccontati in numeri dal censimento del 2011, ma ne risulta solo una pallida avvisaglia del problema, che da allora si è moltiplicato fino a diventare priorità per le amministrazioni delle metropoli turistiche europee, da Barcellona a Roma, o delle città assediate dall’immigrazione, come a Genova o a Madrid.

Le trasformazioni dell’utenza senza modifiche fisiche hanno spiazzato le amministrazioni, abituate a gestire l’inanimato, nella (falsa) speranza che al controllo degli spazi conseguisse il controllo dei fruitori, animati.  Tutto crolla quando centinaia di appartamenti normalmente sottoabitati da vedove e studenti, si sono magicamente tramutati in migliaia di stanze sovraffollate di turisti a buon mercato, svegli 24/24 e attivi 7/7. Un incubo metropolitano, che il centro storico ospita apparentemente “senza fare una piega”. Sono gli abitanti tradizionali a lamentarsi, mentre gli spazi pubblici e le case sembrano accoglienti senza fatica.

E’ proprio questa resilienza che merita una riflessione. Perché emerge una proprietà strutturale del “centro” (storico), che lo differenzia dal resto del territorio e che dà speranza per il suo futuro.
Innanzi tutto dobbiamo capire che ciò che oggi chiamiamo “centro storico” era La Città, nella sua interezza. In molti casi lo si legge perfettamente, soprattutto dove, data la modesta dimensione, la città antica si è conservata in tutte le sue parti e soprattutto nella sua struttura funzionale. Non un bonsai, ma un seme, un DNA di città, che contiene tutti gli elementi essenziali dell’identità italiana, che poi corrisponde a una comunità di piccola città, che mette parte del suo lavoro in comune (in Comune) e partecipa alla sua gestione. In qualche modo questo riferimento identitario profondo rimane, e non solo come ricordo per gli abitanti da generazioni, ma anche come fascino del visitatore: il centro storico in molti casi è l’unico fattore di paesaggio culturale universalmente riconosciuto, tanto che ormai dobbiamo studiare strategie per diradare l’affluenza turistica nei centri rinomati, mentre nessuno visita i mille monumenti e musei del territorio.

Poi va raccontata la storia del centro, ciò che lì è accaduto nei decenni e nei secoli: le sue cangianti utenze, l’enormità dei traffici e dei servizi per il territorio rispetto alle normali funzioni residenziali, il riempirsi e vuotarsi come un sacco periodo per periodo, il riuso selvaggio dei contenitori (nelle occupazioni, nei disastri, nelle guerre), e soprattutto il suo farsi e rifarsi. Perché come l’araba fenice il centro storico italiano rinasce dalle proprie ceneri, dall’abbandono, dalla distruzione. Ancora oggi ci pare ovvio rifare il centro di Amatrice dov’era e com’era, anche se è tecnicamente quasi assurdo. D’altra parte l’inerzia delle rendite fa sembrare ovvio costruire grattacieli in centro, anche se ormai è quasi assurdo, urbanisticamente.
La potenza della continuità del centro è dunque risorsa e dannazione per chi gestisce la città: le pressioni trasformative, compresa la ricostruzione, sono fortissime e spesso vincono.
Insomma dobbiamo accettare il fatto che quello che vediamo non è mai un complesso autentico, come è stato realizzato in un atto primigenio, ma che il centro storico è come Argo, il vascello di Giasone, che si rifà in viaggio, sede sperimentale di continue contaminazioni di usi e assestamenti di spazi, luogo delle più inedite interazioni tra culture e funzioni diverse. Insomma il centro storico è la palestra ideale per esorcizzare la paura delle trasformazioni, dove constatare la continuità identitaria molto al di là della costanza dei comportamenti e della permanenza dei muri.

Se la resilienza e la capacità di sperimentare interazioni e meticciati sono la caratteristica della storia dei nostri centri, allora possiamo anche progettare una strategia per affrontare queste nuove tensioni, senza aver paura delle novità, anzi puntando proprio ad esse. La febbre dell’airbnb passerà e si assesterà un nuovo modello di utilizzatore dei centri, che noi dobbiamo però coinvolgere nella loro tenuta, che non può solo sfruttare una risorsa millenaria, ma deve partecipare al processo. Dobbiamo impedire che il centro diventi luogo dove si congela lo status quo, dove le rendite di chi già sta impediscono le azioni di chi potrebbe essere il nuovo utilizzatore, dove si cerca di fermare il fluire della storia, come capita per i centri storici che si museizzano, o che diventano il centro degli affari della città moderna. Dobbiamo favorire chi viene ad abitare o a usare questi luoghi consapevole di un ruolo di innovatore, della responsabilità di navigante su Argo, dove mentre viaggi devi partecipare  ad aggiustare e modificare la nave perché tenga il mare fino alla meta, cioè perché il centro si offra ai futuri visitatori e abitanti ricco di fascino come e più di oggi.
Insomma, per sintetizzare in uno slogan “la storia ci porta a favorire chi il centro se lo merita, perché dimostra di avere un progetto a suo favore”.

 

L’Associazione culturale Landscapefor ha in disponibilità una piattaforma digitale, di libero accesso sul web, in cui si stanno inserendo progressivamente materiali che illustrano le risorse culturali e ambientali del territorio. La piattaforma è esplorabile come data base georeferenziato in forma di elenchi (parole chiave), ma soprattutto di Atlante (vedi il sito www,landscapefor.eu).

Su Atlas Landscapefor sono reperibili gratuitamente, luogo per luogo e con semplicità, i documenti iconografici che aiutano a capire meglio il paesaggio urbano e non: carte e foto storiche, progetti, frame di film ambientati in quei luoghi, racconti di abitanti e di eventi, opere d’arte, attività e curiosità che possono interessare il visitatore. Le immagini sono accompagnate da brevi didascalie organizzate in modo da poter comporre per ogni luogo un racconto preordinato, leggibile immediatamente anche con tablet o smartphone,

Gli studenti sono fruitori ottimali dell’Atlante, che utilizza un mezzo a loro famigliare come il web, mette in campo immagini e un linguaggio svelto stimola la conoscenza storico geografica del territorio.

Il progetto Atlas Landscapefor per la scuola propone di far svolgere agli studenti non solo il ruolo di fruitori ma anche quello di PRODUTTORI di parte dell’Atlante. Infatti con il Progetto, inserito nei programmi di alternanza scuola-lavoro, si mettono gli studenti in condizione di utilizzare il software dell’Atlante per produrre ricerche di materiali, organizzati in appositi comparti separati dal resto dell’Atlante, secondo un progetto condiviso tra scuole e associazione, con l’accompagnamento dei tecnici di Landscapefor e il coordinamento e l’assistenza dei tutor scolastici.

Il prodotto di ciascuna scuola, per la parte ritenuta presentabile da un’apposita commissione, può essere pubblicato nella parte di Atlante accessibile a tutti. Gli studenti diventano di fatto redattori di una parte dell’Atlante. In questo modo partecipano a un’importante impresa culturale, acquisendo elementi di un’impostazione metodologica professionale:

  • per la ricerca sul territorio in campo storico-culturale,
  • per l’utilizzo del web e di programmi dedicati (trattamento di immagini e cartografia),
  • per gli aspetti comunicativi e di divulgazione (redazione testi e loro versione in lingue diverse).

Il progetto Atlas Landscapefor per la scuola è stato presentato nel 2016 al Miur e al Mibact, ed è stato testato con successo in 6 classidi 3a e 4° superiore (4 di liceo) di due Istituti (Avogadro di Torino ed Erasmo di Nichelino), con un modulo di alternanza scuola lavoro di 80 ore per quasi 150 studenti. Il contributo ad Atlas di quelle classi è stato presentato dagli studenti stessi in una manifestazione pubblica il 31 maggio 2017 ed è on-line su Atlas Landscapefor (archivio Alternanza scuola-lavoro).

Per il 2017/18, anche in riferimento all’anno ONU del Turismo sostenibile, si propone uno sviluppo del progetto: utilizzare il modulo già testato per far presentare agli studenti il proprio territorio ad altri studenti, in una rete di reciprocità e di scambi tra scuole, da attivare a livello nazionale.

Gli studenti di due classi di ogni scuola partecipante inseriranno in Atlas materiali per illustrare 50/60 punti di interesse della loro città (o di un quartiere, per le città maggiori), in parte predefiniti e in parte individuati dagli studenti stessi. Queste presentazioni, inserite in rete, si propongono come offerta per organizzare viaggi e visite didattiche di altre scuole. Costituiscono la base di uno scambio diretto e possibilmente reciproco tra i ragazzi che hanno lavorato sull’Atlante, offrendo gli agli altri anche un riscontro di utilità del proprio prodotto.

Per ottenere questi risultati è fondamentale un utilizzo sistematico della rete predisposta dall’Atlas Landscapefor, che consente di svolgere il lavoro di apprendimento, di ricerca, di redazione, di discussione e di comunicazione dei materiali dell’Atlante quasi completamente on-line, con strumenti di dialogo, accompagnamento e monitoraggio in tempo reale, tra studenti e tutor esterni o tra studenti di scuole diverse.

Quindi da una parte il percorso di alternanza scuola-lavoro si propone agli studenti anche come esperienza di smart working, quella che si prospetta come una delle modalità che diventeranno più diffuse per il lavoro intellettuale. Anche la parte formativa del progetto viene erogata come E-learning, la modalità che costituisce ormai lo strumento fondamentale di formazione permanente e degli aggiornamenti specifici richiesti per ogni inserimento in un’attività produttiva. In questo caso si tratta di una formazione e di prove di lavoro a distanza, ma assistiti in ogni momento da esperti dedicati, e in parte accompagnata in aula da insegnanti.

D’altra parte la proposta stimola l’autonomia e la capacità “imprenditoriale” dei ragazzi di documentarsi, informarsi ed elaborare in piccoli gruppi (max 3 studenti) i materiali utili per la documentazione da inserire nell’Atlante. Anche per questo aspetto si tratta di un esperimento che comporta una certa gradualità: si prevede che gli studenti si addestrino a muoversi prevalentemente da soli in un percorso di ricerca di cui però sono dati i riferimenti principali e la dovuta assistenza. Nel programma infatti si prepara, d’accordo con i tutor scolastici, una scelta dei territori, degli oggetti di attenzione principali e una “cassetta degli attrezzi”: un repertorio di cartografie storiche, di indirizzi dei siti o degli archivi dotati di immagini (con accordi con le biblioteche locali), tutorial con le modalità per esplorare direttamente il territorio, fare interviste, girare video, etc.

Le modalità organizzative del programma sono direttamente orientate agli obiettivi: introdurre alla capacità di ricerca ed elaborazione immagini e testi per descrivere un territorio, alla capacità di lavoro in team indipendente, alle modalità dello smart working e dell’ e-learning.

Infatti nel programma si prevede che le attività della parte “operativa” siano svolte in buona parte (20/25 ore) sul territorio, indirizzate dai tutor ma con indipendenza dei ragazzi, al di fuori degli orari scolastici.

Per il resto (in particolare nella fase iniziale e nelle verifiche da condurre nella parte operativa, l’attività si svolge in aula (con dotazione di un computer con accesso internet per ogni 3 studenti). Ciascuna scuola individua e concorda con Landscapefor tempi e modalità delle attività, dell’occupazione delle aule, scegliendo se in orario scolastico o extra e con quale assistenza degli insegnanti, concordando le date e gli eventuali aggiustamenti del programma.

In aula gli studenti possono essere assistiti da un docente che, in orario scolastico, li accompagna, in particolare per le parti di redazione dei testi delle didascalie che accompagnano i materiali multimediali e per la loro traduzione in altre lingue.

Sia in aula che sul territorio gli studenti hanno l’accompagnamento e l’assistenza continua a distanza degli esperti Landscapefor, che comunicano in videoconferenza con ciascun gruppo in aula, e con una chat testuale con tutti quelli che ne hanno necessità in qualsiasi momento.

 

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Lunedì, 12 Giugno 2017 00:00

Pescatori cercasi per reti inutilizzate

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni

Pescatori cercasi per reti inutilizzate

Ormai non c’è convegno che non inneggi alle sinergie, alle intese tra soggetti, ma stentano ad affermarsi esperienze in cui davvero si attivino connessioni stabili, tra operatori complementari diffusi sul territorio, reti di pescatori che valorizzino le ostriche e non solo le perle.

Giocassimo a Bridge, saremmo nella fase delle dichiarazioni. Nello scorso mese in almeno tre appuntamenti importanti di associazioni o istituzioni si sono sottoscritte conclusioni qualificanti, dove brilla l’impegno a collaborare tra i soci e a promuovere sinergie derivanti dalla cooperazione con gli altri soggetti del territorio.

Per il convegno più rilevante, promosso da ICOMOS (il Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei Siti, organo consultivo dell’UNESCO) a Firenze, a margine del G7 della Cultura, il neo presidente Laureano ha messo in evidenza il potenziale sottoutilizzato delle associazioni e delle fondazioni come humus del territorio, agente reticolare diffuso, unico che può far crescere in modo capillare il rispetto e la capacità di valorizzazione del patrimonio. Terminata le relazioni con l’appello a fare reti, la platea si è divisa in 14 gruppi tematici, per discutere e approfondire le tesi principali. Nessuno dei 200 partecipanti ha fatto notare che quello non era certo il modo migliore per avviare in pratica le sinergie che tutti avremmo voluto elaborare. Ormai ci siamo abituati, nei convegni numerosi, a veder suddividere la sessione di approfondimento in lavori tematici paralleli: è il modo più semplice per dare voce a 200 persone, posto che ormai non si partecipa ai convegni se non per intervenire. Ma democratizzando i palchi si sono svuotate le platee: più sono gli oratori minore è la disponibilità all’ascolto. E’ ovvio: se sono invitato a un convegno alla settimana per relazionare in un ambito specifico, dopo un paio di mesi riconoscerò tutti i possibili partecipanti al gruppo tematico, e finirò per annoiarli con le stesse considerazioni, per profonde che siano, cercando di non stare a sentire le loro, ugualmente ripetute. E d’altra parte non potrò mai sentire gli avanzamenti del tavolo tematico vicino, per me sicuramente interessanti.

D’altra parte la suddivisione per ambiti tematici è un criterio organizzativo nefasto ma ormai prevalente, dove si accetta un’impostazione concettuale riduzionista, che descrive il mondo assumendo come dominante un singolo aspetto e trascurando gli altri. La comodità nella descrizione si paga con la deformazione della realtà, che è sempre complessa e non riassumibile in specifiche singolarità e soprattutto con la perdita delle relazioni complementari, quelle che danno potenza alle reti, correlando in modo funzionale aspetti diversi. Questa alterazione inquina pesantemente non solo i convegni ma anche le pratiche dei sistemi relazionali. Ad esempio, la gran parte dei patrimoni diffusi viene presentata come insieme tematico. Ce lo insegna l’UNESCO quando seleziona i beni seriali: i Paesaggi vitivinicoli, il Barocco in val di Noto, le Ville Palladiane, i Palazzi dei Rolli a Genova. Sono scelte che andrebbero verificate dal punto di vista scientifico, ma in ogni caso sono dannose quando vengono tradotte in pratica in modo rigido, banalizzando il concetto di rete e l’idea stessa di territorio Ad esempio i gestori locali finiscono per evidenziare gli itinerari che uniscono, come in un gioco enigmistico, i punti segnalati come siti (in Piemonte i vigneti, in Sicilia le chiese, in Veneto le ville, a Genova i palazzi), perdendo tutti gli effetti dei paesaggi rurali e urbani che li contengono. Non ci si rende conto che il turista non va di chiesa in chiesa, ma visita il territorio nel suo complesso, affascinato non da una sequenza di facciate barocche (o di versanti a vigneto), ma dalle cittadine che le sorreggono, dal paesaggio di contesto, fino al mangiare locale, alla cortesia dell’oste. Non ci si rende conto che in Italia il bene patrimoniale eccezionale è l’ostrica e non la perla, è la matrice territoriale, unica per storia e con un metabolismo tuttora vivace, e non il prodotto d’eccellenza, che è spesso ridotto a simbolo statico, in concorrenza con mille altri capolavori nel mondo.

Se il patrimonio fondamentale è il sistema generativo delle qualità vive del territorio, le nostre attenzioni di “conservatori” devono essere rivolte in primis agli aspetti relazionali che rendono funzionale il sistema: più ai soggetti che agli oggetti, più alle reti che integrano competenze e prodotti diversi che a quelle monotematiche, più alle alleanze tra soggetti complementari (come ad esempio tra enti locali e associazioni del III settore) che tra soggetti omologhi. Sono relazioni poco dotate di strumenti, mai promosse delle istituzioni, vive nonostante.   Dobbiamo portare alle luce le reti fondate su relazioni fertili, quelle che fanno i sistemi vivi, che Piaget chiama morfogenetici, di collaborazioni tra soggetti attivi e luoghi.

Il territorio è già fertilizzato da relazioni spontanee, funzionanti in base a fattori di integrazione e di prossimità tra iniziative locali e attrattori di visitatori. Ma tutto accade senza visibilità né coordinamento, con una fragilità e una debolezza dovuta alla solitudine e alla ridotta dimensione, spesso con soggetti che si impegnano in progetti interessanti all’insaputa dei loro vicini, o degli enti locali che dovrebbero costituire il loro riferimento.

Quello di cui abbiamo bisogno è il racconto del paesaggio attivo, genere poco praticato in Italia, dove invece c’è ormai una domanda significativa e curiosa di conoscere persone e attività. Manca la capacità di rispondere a quella domanda. fare Storia a partire dalla Cronaca, che è testimonianza del tessuto, su cui poi crescono le grandi opere come i lavori di ordito su un canovaccio preesistente e resistente. C’è bisogno di una mappa da aggiornare sistematicamente, importante e necessaria per colmare i vuoti enormi che lasciano le guide, riportando, quando va bene, solo le connessioni tra oggetti monumentali e paesaggi inattivi.

Le ragioni di queste mancanze e del ritardo con cui cerchiamo di intervenire vengono da lontano. Da quando gli ambientalisti ci hanno insegnato le potenzialità delle iniziative glocal, dove il radicamento locale si rafforza con reti lunghe, di confronti e conoscenze a livello mondiale, la componente global si è ingigantita, appoggiata alla rivoluzione del web. Ci pare di poter accedere all’intero sapere del mondo, o almeno alle attività in corso, in un clic. Non badiamo alla modalità con cui il clic seleziona gli argomenti di interesse: le parole chiave. E’ una modalità che comporta una organizzazione della conoscenza su base tematica, certo la più efficiente e veloce, ma con i difetti di semplificazione della complessità che abbiamo visto.

I semiologi ci insegnano che il nostro modo di comunicare (e probabilmente anche di pensare, dando un senso a ciò che percepiamo) è una pratica di sintesi continua tra un asse di comprensione tematico, in cui lo stimolo rimanda a concetti generali o a esperienze memorizzate, e un asse di comprensione delle regole di prossimità (tra le parole, tra le parti di una immagine) che consentono di capire l’insieme di quello specifico messaggio, stando attenti alle relazioni presenti in quello specifico caso. Senza questa parte (che chiamano delle relazioni sintagmatiche, come le regole della sintassi) capiamo solo frammenti, sillabe, e perdiamo il senso del discorso, dell’insieme.

Ecco: noi abbiamo drogato con il web la nostra attenzione alle reti tematiche globali e abbiamo lasciato rattrappire la competenza a capire con le relazioni locali, invertendo le dominanze vive sino a 30 anni fa, nelle civiltà contadine e urbane radicate, che proprio sulle relazioni locali, di diretta esperienza, fondavano la loro ragione pratica.

Ecco: ci occorrono nuovi pescatori che sappiano tendere reti locali, che ritrovino e raccontino le potenzialità della complessità, non delle parole chiave lanciate attraverso il mondo, ma delle vicinanze intriganti, della serendipity nascosta nei nostri paesaggi attivi.

Lunedì, 05 Giugno 2017 00:00

Alternanza Scuola Lavoro

Selezione dei POI più completi realizzati da 150 studenti degli istituti Erasmo da Rotterdam di Nichelino e Avogadro di Torino, in un percorso di Alternanza Scuola Lavoro di 80 ore. Le aree interessate sono: Nichelino, la fascia del Po di Torino, i quartieri di Vanchiglia e Regio Parco.

Nell’Aula magna dell’Istituto Avogadro di Torino il 31 maggio 2017 è stato presentato il lavoro svolto nel 2017 dagli studenti, sperimentando Atlas Landscapefor nel quadro del programma di Alternanza scuola-lavoro.

Quattro classi di terza liceo scientifico e due del tecnico-industriale (elettrotecnico e informatica) hanno imparato ad utilizzare il software di redazione dell’Atlante dell’Associazione Landscapefor e hanno cominciato a descrivere un centinaio di punti di interesse dei quartieri di Vanchiglia e Regio Parco e dell’area di Nichelino, inserendo i materiali in una parte dell’Atlante ad essi riservata.

La descrizione è avvenuta, come di regola sull’Atlas, attraverso immagini e video, accompagnati da una breve didascalia, direttamente fruibili dal web, anche su tablet o smartphone.

La sequenza delle immagini, a partire dall’inquadramento nel contesto, alla storia, ai progetti, agli eventi, alle interpretazioni artistiche, viene organizzata fino a costituire un racconto dei luoghi, che documenta su aspetti non immediatamente leggibili e aggiunge spunti emozionali per il visitatore.

Il lavoro ha occupato 80 ore, di cui circa 20 di istruzioni e prove, mentre l’attività diretta ha occupato 3 moduli da 20 ore. Per le classi del Liceo Erasmo è previsto lo svolgimento del programma completo proposto dall’Ass.Landscapefor, di 5 moduli per complessive 120 ore (le restanti 40 nel 2018).

Gli studenti, in gruppi di tre, hanno lavorato prevalentemente in modo autonomo, con una ricerca di materiali e l’inserimento in Atlas, assistiti con una chat di dialogo immediato per tutti i problemi.

All’inizio di ciascun modulo si è spiegato, con incontri in aula, il funzionamento e le regole di Atlas e si è verificato l’avanzamento del lavoro dei gruppi.

Il lavoro di ogni studente è rendicontato analiticamente, attraverso il controllo dei suoi accessi al programma e del volume e qualità dei documenti inseriti e della loro organizzazione.

Una commissione formata dai tutor (scolastici e dell’Associazione) e da un esperto esterno (Andrea Longhi, professore di Storia della città e del territorio del Politecnico di Torino) ha selezionato i 50 punti di interesse redatti dagli studenti che sono adatti ad essere pubblicati (inseriti in Atlas nell’archivio “Alternanza scuola-lavoro”).

La presentazione è stata anche l’occasione per iniziare a verificare la possibilità di utilizzare l’Atlante come piattaforma dove ospitare le diverse esperienze di ricerca e di lavoro sul campo degli studenti delle scuole dell’area metropolitana, attinenti la conoscenza della città e del territorio e della sua storia sociale e industriale.

In questa prospettiva l’Associazione Landscapefor si impegna a programmare per il prossimo anno scolastico una proposta di Alternanza scuola-lavoro che non solo riproduca l’esperienza del 2017, migliorandola e arricchendola, ma consenta anche di pubblicare e mettere a sistema il lavoro di ricerca delle scuole dell’area metropolitana interessate, costituendo un vero servizio di rete per la città.

Gli studenti imparano a raccontare il territorio con strumenti innovativi

 

Nell’Aula magna dell’Istituto Avogadro di Torino il 31 maggio 2017 è stato presentato il lavoro svolto nel 2017 dagli studenti, sperimentando Atlas Landscapefor nel quadro del programma di Alternanza scuola-lavoro.

 

Quattro classi di terza liceo scientifico e due del tecnico-industriale (elettrotecnico e informatica) hanno imparato ad utilizzare il software di redazione dell’Atlante dell’Associazione Landscapefor e hanno cominciato a descrivere un centinaio di punti di interesse dei quartieri di Vanchiglia e Regio Parco e dell’area di Nichelino, inserendo i materiali in una parte dell’Atlante ad essi riservata.

 

La descrizione è avvenuta, come di regola sull’Atlas, attraverso immagini e video, accompagnati da una breve didascalia, direttamente fruibili dal web, anche su tablet o smartphone.

La sequenza delle immagini, a partire dall’inquadramento nel contesto, alla storia, ai progetti, agli eventi, alle interpretazioni artistiche, viene organizzata fino a costituire un racconto dei luoghi, che documenta su aspetti non immediatamente leggibili e aggiunge spunti emozionali per il visitatore.

 

Il lavoro ha occupato 80 ore, di cui circa 20 di istruzioni e prove, mentre l’attività diretta ha occupato 3 moduli da 20 ore. Per le classi del Liceo Erasmo è previsto lo svolgimento del programma completo proposto dall’Ass.Landscapefor, di 5 moduli per complessive 120 ore (le restanti 40 nel 2018).

Gli studenti, in gruppi di tre, hanno lavorato prevalentemente in modo autonomo, con una ricerca di materiali e l’inserimento in Atlas, assistiti con una chat di dialogo immediato per tutti i problemi.

All’inizio di ciascun modulo si è spiegato, con incontri in aula, il funzionamento e le regole di Atlas e si è verificato l’avanzamento del lavoro dei gruppi.

 

Il lavoro di ogni studente è rendicontato analiticamente, attraverso il controllo dei suoi accessi al programma e del volume e qualità dei documenti inseriti e della loro organizzazione.

Una commissione formata dai tutor (scolastici e dell’Associazione) e da un esperto esterno (Andrea Longhi, professore di Storia della città e del territorio del Politecnico di Torino) ha selezionato i 50 punti di interesse redatti dagli studenti che sono adatti ad essere pubblicati (inseriti in Atlas nell’archivio “Alternanza scuola-lavoro”).

 

La presentazione è stata anche l’occasione per iniziare a verificare la possibilità di utilizzare l’Atlante come piattaforma dove ospitare le diverse esperienze di ricerca e di lavoro sul campo degli studenti delle scuole dell’area metropolitana, attinenti la conoscenza della città e del territorio e della sua storia sociale e industriale.

In questa prospettiva l’Associazione Landscapefor si impegna a programmare per il prossimo anno scolastico una proposta di Alternanza scuola-lavoro che non solo riproduca l’esperienza del 2017, migliorandola e arricchendola, ma consenta anche di pubblicare e mettere a sistema il lavoro di ricerca delle scuole dell’area metropolitana interessate, costituendo un vero servizio di rete per la città.

Lunedì, 20 Marzo 2017 00:00

Dossier Benedetta Castiglioni

Benedetta Castiglioni - Scritti recenti

Si inaugura con questo una serie di dossier sui ricercatori più interessanti in tema di paesaggio.

Di Castiglioni sono riprodotti i saggi apparsi negli ultimi anni:

2010 - Educare al paesaggio

2015 - Landscape as mediator Landscape as common

2015 – Tre anni di Osservatori del paesaggio in Veneto: una valutazione

2016 – L’educazione al paesaggio

2016 – Riconoscere, vivere e riprogettare i limiti

Paesaggio e arte al tempo dello smartphone

Quando la sensibilità passa per il formato 4 inch. Nuove professioni per far ponti tra pratiche della realtà virtuale e pratiche dell’abitare nel mondo fisico.

A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva il maestro. Così grandi pensatori pessimisti del ‘900 hanno fiutato l’aria che tirava e ci hanno messo in guardia, ben prima che noi ce ne accorgessimo.

Tra i primi Benjamin che ottant’anni fa è spaventato dalla riproducibilità tecnica delle opere d’arte, per cui si perde l’aura di riverenza e di attenzione che l’arte imponeva quando era inequivocabilmente frutto di fatica e abilità uniche.   McLuhan cinquant’anni fa è sarcastico nel notare che il medium è il messaggio, cioè che noi captiamo informazioni (e prendiamo decisioni) più in base al mezzo che ce le veicola che per il contenuto veicolato. Lyotard 35 anni fa definisce post-moderno il modo nuovo di acquisire cultura, che si va affermando: superficiale e per frammenti, rizomatico (invece che a radice profonda, come il modello precedente, del moderno). Nell’attuale evo post-moderno sembrano andare fuori uso le parole intelligente (leggere o legare dentro, in profondità), o comprendere (mettere insieme, riunire) e invece avanzano effimero e decostruzione: ci si libera dei legami bloccanti, si stabiliscono relazioni nuove, anche se si sa che durano il tempo di “una porta che si apre e che si chiude”.

Così, quando lo smartphone negli ultimi dieci anni ribalta ogni abitudine comunicativa e culturale, facendo regnare il motore di ricerca per sillabe e la memoria nel cloud, sembra che gli illuminati del ‘900 sorridano tristemente pensando: io l’avevo detto. Ma, come sempre accade, la realtà è diversa, nel bene e nel male: assistiamo (come davanti a un esodo, ci suggerisce il bell’articolo di Arminio su Doppiozero) a dinamiche che in parte confermano le previsioni e in parte le superano in direzioni difficili da immaginare anche dal più visionario Philip Dick della fantascienza.

Per capire cosa c’è in gioco dobbiamo assumere l’ipotesi, realistica, che l’enormità del cambiamento a cui assistiamo sia paragonabile a quella della transizione da cacciatori ad agricoltori (da Caino ad Abele), da cultura orale a scritta, da habitat rurale a habitat urbano.

Per chi lavora sulla comprensione e comunicazione di aspetti complessi, come il paesaggio, è più facile leggere la dimensione epocale del cambiamento di comportamenti indotti dall’impero dello smartphone, che diventa velocemente cambiamento di competenze profonde, non solo per le capacità operative ma anche per la sensibilità e il senso di identità personale.

Quindi provo ad aggiungere, ai molti aspetti di questo cambiamento radicale già delineati da sociologi e filosofi, una criticità strutturale che emerge dalle pratiche del paesaggio e della fruizione dell’arte.

La gestione contemporanea di due realtà, una del corpo nel luogo dove sta e una mentale che attende alla relazione immateriale attraverso lo smartphone, determina non solo un rischio di dissociazione, ma un necessario impoverimento del rapporto con ciascuna delle realtà.

Nel rapporto immateriale si rinuncia a ogni approfondimento della conoscenza a favore della sua velocità istantanea, uno scambio devastante per gli aspetti cognitivi complessivi. Ci si disabitua al mestiere del sapere, che è la pratica di strutturazione delle relazioni tra le informazioni, in particolare tra quelle in entrata e quelle già organizzate nella memoria. Ci appoggiamo, senza far intervenire la nostra precedente esperienza, a struttturazioni precotte, elaborate da un motore di ricerca letterale; crediamo di capire (carpire) leggendo le prime tre righe della voce di Wikipedia, che è sintesi fatta da altri (buona o cattiva: random). Se smettiamo di allenare il muscolo dell’autonoma organizzazione delle informazioni, la nostra mente riduce la capacità di elaborazione di pensieri personali e diventa solo un veicolo neutro di stimoli che dall’esterno vanno sui sensori primari: le pulsioni, gli istinti.

D’altra parte la reazione istantanea è il nuovo comandamento, imponendo alle nostre attività mentali una velocità senza controllo che si aggiunge alla destrutturazione del pensiero. Siamo spinti a giudizi immediati nei quali prevalgono istinti e pulsioni piuttosto che riflessioni e confronti con altre esperienze memorizzate. Buona la prima! A quel punto pare semplice decidere: ci basta un like, un emoticon (o un voto) per classificare la “nostra” posizione. Un clik spersonalizzato che di “nostro” non ha più nulla.

Ma c’è un’altra rinuncia, non meno grave, nel rapporto fisico con i luoghi. Con la mente altrove, viene disabilitato quell’essere-in, che la filosofia del ‘900 riconosce come fattore fondamentale del senso di sé. Non ha più importanza dove si è: rinunciamo a rinforzare la nostra identità in quanto abitanti di un luogo. E’ come perdere il senso dell’equilibrio, che ci fa sentire NOI in quanto poggiamo i piedi su una terra che conosciamo, dove siamo rassicurati dal fare atti che si ripetono, in un contesto che padroneggiamo.

Non si tratta solo di rinuncia a processi di conferma identitaria: ci disabituiamo a trarre profitto culturale dall’osservazione del nostro intorno. Non sappiamo più cogliere l’eventuale, il fortuito che caratterizza l’habitat urbano dove alberga il nostro corpo. Non aspettiamo l’inaspettato, la serendipity della città non esiste più perché non attiviamo i recettori: non prestiamo attenzione, non esercitiamo la curiosità e quindi nulla interessa e diverte di ciò che ci circonda. In altri termini: non abbiamo più il senso del paesaggio.

Concentrati sullo schermo da 4 inch, dove le immagini più diverse sostano qualche secondo, la nostra sensibilità si specializza. Si perde il senso olistico della presenza nel luogo e nell’evento, quella confluenza dei sensi che si aggiungono alla vista consentendo l’immersione esperienziale che ci ricordiamo quando diciamo “io c’ero”.  Nella piccola riproduzione a dimensione costante si perde non solo l’aura dell’opera d’arte ma anche il senso della profondità e delle proporzioni: la Nike vale un orecchino, una photoshoppata vale un affresco del Tiepolo. Insomma non viene stimolata alcuna convergenza di sensi e di memoria complessa, che sono le materie prime alla base delle emozioni: quelle che incantano circondati dalle ninfee di Monet, che ci fanno piangere sentendo una musica in viaggio, che ci fanno tornare felici e spossati da un concerto, che ci fanno dire che le orecchiette con le cime di rapa sul terrazzo di nonna sono tra le cose per cui vale la pena vivere.

Se lo smartphone mette in clausura le emozioni profonde, il ruolo della sensibilità si ridimensiona. Quella sensibilità integrata e allenata, che da 200 anni si era conquistato un posto importante nella nostra personalità romantica viene ricacciata nei registri vezzosi del ‘700, ridotta ad apprezzamento della piacevolezza e della carineria: trionfano sui cellulari cagnolini e disegni per bambine, pettegolezzi e smancerie. L’arte, che tenta di toccare la sensibilità allenata, portata sullo smartphone è persa, Ve bene se trova l’occhiata distratta di chi sfoglia per qualche secondo un catalogo dove Bacon, Haring e Morandi si susseguono mescolati all’ultimo fotografo o videomaker.

Se, come credo, ci stiamo tutti trasferendo in questo non-luogo non emozionante e non identitario, se i millennials lo abitano già da quando sono nati, non possiamo fare solo una battaglia di resistenza e tentare di sopravvivere com’eravamo e dove eravamo. Lo smartphone, come tutti gli strumenti è una risorsa non solo una droga che dà assuefazione all’impotenza della sensibilità. Dobbiamo capire come fare tesoro delle risorse che il nuovo medium ci mette a disposizione e usarle per ricostruire i ponti tra le due realtà, finché possiamo contare su sensibilità capaci di emozionare, personalità capaci di stupirsi, di agire riflessivamente e non d’impulso.

Ad esempio stiamo provando a usare il cellulare come atlante, per far mappe ricche di immagini e documenti riferiti ai luoghi che si visitano, per abituare a usare la realtà virtuale in appoggio a quella fisica e non come entità separata. E’ una professionalità nuova, in cui ci si incuriosisce e appassiona a pescare nei depositi infiniti del sapere e si riportano sul palcoscenico del web frammenti di conoscenza, li si organizza e li si racconta geograficamente, in modo che siano ben ancorati alla fisicità dei luoghi. E’ un lavoro che stiamo proponendo nell’alternanza scuola-lavoro e che sembra interessare molto i liceali. Il nuovo Genio Pontieri.

Lunedì, 20 Marzo 2017 00:00

Ogni giorno è la Giornata del Paesaggio

Ogni giorno è la Giornata del Paesaggio

Il 14 marzo è stato festeggiato il Paesaggio, con tante iniziative, ma in particolare premiando a Roma chi ha progettato e chi ha gestito le iniziative più interessanti degli ultimi anni, quasi sempre a basso costo e alta partecipazione. Gente che costituisce una risorsa straordinaria, diffusa e inaspettata, che si dovrebbe evitare di disperdere.

La tenacia di Ilaria Borletti e del manipolo del Mibact che si occupa di paesaggio ha prodotto, contro ogni corrente, un appuntamento interessante. La Giornata del Paesaggio, istituita quest’anno e celebrata in tutta Italia con 140 eventi, a testimonianza della vitalità delle Soprintendenze e del territorio, è stata segnata a Roma da gente allegra e da un piglio operativo che promette bene.

Si legge un messaggio di Mattarella che vale quelli di Francesco: dice cose che tutti dovremmo sapere, ma facciamo finta che siano novità.

Un paesaggio non più inteso come l’elenco di beni da preservare, ma esito di un processo creativo continuo, di adattamento e trasformazione dei territori, nelle campagne come nelle città…occorre diffondere una concezione del paesaggio come bene essenziale e valore non solo culturale ma civile ed economico, in grado di influenzare la qualità della vita individuale e il benessere sociale…..per tutelare e promuovere il paesaggio quale bene comune è necessario ripartire da una puntuale azione di programmazione delle politiche e delle scelte di gestione, basata sull’interazione tra Stato e livelli territoriali e su una attenta capacità di ascolto delle comunità locali. Proprio le tragiche vicende legate all’emergenza sismica dei mesi scorsi suggeriscono di ripartire dai luoghi, anche quelli più colpiti, per ridare loro nuova forma e vigore con l’attiva partecipazione delle popolazioni interessate e nel rispetto delle caratteristiche ambientali e culturali del territorio.

Il messaggio scavalca l’universo politico e burocratico, di quelli che “il paesaggio non si mangia” e di quelli che “a me interessa conservare il paesaggio d’eccellenza” e “i muri antichi vanno ricostruiti, doveste metterci 20 anni” e atterra sulla platea di quelli che “il paesaggio siamo noi che ci diamo da fare per un senso del bene condiviso e durevole”.

Al centro della Giornata il Premio del Paesaggio italiano, assegnato per la prima volta a chi è stato selezionato come candidatura italiana al Premio europeo, che il Consiglio d’Europa assegna ogni due anni ed è giunto ormai alla quinta edizione. E’ una buona pratica che distingue l’Italia: siamo gli unici a selezionare i candidati al Premio con un bando pubblico, il più possibile pubblicizzato, che raccoglie ogni anno 50-100 partecipazioni. Mentre gli altri paesi hanno svolto una procedura di selezione interna, non trasparente e poco pubblicizzata, in Italia si sono mobilitati in 10 anni oltre 300 enti tra pubblici o privati, sollecitati a esporre in una vetrina importante interventi che rispondono ai criteri europei: non solo qualificazione fisica di luoghi, ma anche sensibilizzazione, formazione, promozione della dimensione territoriale dei diritti umani e della democrazia.

Oggi si può tracciare un primo bilancio dei trend che le selezioni italiane al Premio hanno saputo sostenere, quasi delineando uno “stile”, un approccio innovativo al paesaggio come sistema di relazioni socioculturali, con molta partecipazione e ridotti interventi fisici, impegnato ma leggero, privo di ogni paludamento.

Sono stati candidati progetti integrati, di lunga lena e di costo basso, fatti di scoperte di risorse perdute e invenzioni continue, come il Parco dei Paduli, nell’ultimo Salento (2015), o di iniziative di rilancio di aziende agricole sequestrate alla mafia, come quella della Cooperativa di Libera nel corleonese (2013). Sono scelte che hanno positivamente stupito la commissione del Premio europeo, dove si è sempre selezionato il candidato italiano ai primi posti, e soprattutto si è evidenziata la specificità del contributo italiano al Premio: dedicato al riscatto di territori periferici e risorse sottoutilizzate, culturalmente e politicamente impegnato, potente in crescendo, nel medio lungo periodo.

Le scelte di quest’anno non deludono le aspettative: il Premio è assegnato ad Agri Gentium, un programma complesso di attività che vivificano la Valle dei Templi di Agrigento, coordinate da Parello, direttore del Parco archeologico, con cui collaborano numerosissimi altri soggetti. Intorno al tema centrale dell’archeologia, declinato come motore di partecipazione e di formazione (con il coinvolgimento delle scuole, di cantieri sperimentali etc.) ruotano iniziative di valorizzazione delle aree rurali (dal FAI che ha recuperato i “giardini” di Kolymbethra, agli orti sociali assegnati in concessione su parti demaniali non impegnate nei cantieri archeologici) e di altre pratiche sociali che collegano il Parco archeologico alla città, superando decenni di antagonismo e di polemiche tra gli enti.

Anche le menzioni speciali sono all’altezza: Step (Scuola per il governo del territorio e del paesaggio della Provincia di Trento) viene segnalata per la strategia decennale di accompagnamento del Piano urbanistico provinciale, a cui la Scuola stessa è dedicata, che ha portato i temi del paesaggio e della gestione territoriale sui banchi di tutti gli studenti e sui tecnigrafi di tutti i tecnici della Provincia, con un lavoro di grande innovazione anche dal punto di vista metodologico e didattico (come ad esempio la promozione di un Premio del paesaggio delle Alpi che ha visto lo scorso autunno 80 partecipanti e la vittoria in uno dei settori, guarda caso, di Ostana).

Per il Parco nord Milano una sorta di premio alla carriera: un’operazione di recupero ambientale che dura da più di 40 anni condotta da sei comuni riuniti per bonificare e mettere a verde gli scampoli liberi e liberati della periferia industriale metropolitana (a partire da un’area dismessa della Breda), oggi ormai diventati bosco e laghi planiziali.

Infine un riconoscimento a Ostana, un comune dell’alta Valle Po, che un sindaco testardo ha riscosso dal declino e dall’abbandono riportando in vent’anni nuovi nati e attività nelle frazioni ormai deserte, oggi in gran parte recuperate da una nuova comunità di “ritornanti” e di nuovi abitanti, che scelgono consapevolmente quei luoghi e quindi intervengono sugli edifici e lo spazio comune con modalità contemporanee ma sobrie e rispettose dei caratteri tradizionali.

Inoltre dei quasi cento partecipanti sono stati segnalati per aspetti tematici altri 14 progetti, per la lotta all’abusivismo, gli esperimenti di relazione tra paesaggio e arte contemporanea, gli effetti ambientali connessi a quelli del paesaggio culturale, il contributo alla sostenibilità dello sviluppo locale e di nuovi modelli di gestione di imprese di interesse comune.

Insomma il 14 marzo si è tratteggiato un quadro intensamente propositivo, che rileva realtà diffuse sul territorio, meritevoli di una sorta di premio alla buona volontà, alla tenuta “ostinata e contraria” dei progetti in tempi difficili. Nella mattinata, in un paio di tavoli tecnici, abbiamo sottolineato sia le potenzialità del Premio in quanto osservatorio delle capacità diffuse sul territorio, sia il clima sereno e forte che si respira tra soggetti operativi, tra gente che è riuscita a realizzare, almeno in parte, un disegno di utilità collettiva. Ma abbiamo anche evidenziato l’occasione unica, irrinunciabile, la responsabilità di chi ha ruoli centrali di mettere in circolazione queste intelligenze e queste volontà, di favorire le reti, le sinergie gestionali tra soggetti periferici, di alleviare il loro isolamento, la fatica di fare tutte le parti in commedia. E’ lo stesso monito che ha concluso la Conferenza nazionale dei siti Unesco, dello scorso novembre (dove molti dei partecipanti erano presenti anche al Premio del Paesaggio, a cominciare dal vincitore, il Parco di Agrigento, che gestisce lodevolmente anche il sito Unesco), dove la domanda è stata di far circolare le buone pratiche, di superare le burocrazie alla luce delle situazioni reali, di potenziare i rapporti con gli operatori del territorio.

Dal territorio abbiamo ormai diffuse dimostrazioni di uno stile di intervento e di presenza che coniuga resilienza a innovazione, capacità gestionale e progettualità per il paesaggio, ma passata la Giornata del paesaggio ci dimenticheremo di loro, destinando briciole sempre più piccole di bilancio pubblico locale o centrale, attenzione sempre minore sui media, capacità relazionale sempre più scarsa. E’ ora di fare una mappa, di mettere a disposizione una segreteria che favorisca gli interscambi, di rendere pubblicamente merito a quelli che ogni giorno è il Giorno del paesaggio.

Venerdì, 20 Gennaio 2017 00:00

Non ci sono paesaggi com’erano e dov’erano

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni - 12 gennaio 2017

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