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Venerdì, 13 Marzo 2020 18:32

Atlasfor museiacasa


Una vetrina per il patrimonio online di musei e centri culturali


La magnifica prova che musei e centri culturali italiani stanno dando, mettendo on line molti materiali
interessanti, non deve far perdere di vista la radice di territorio, i legami con le città, le reti di sapere di cui
ogni centro, ogni attività è nodo.
Per questo Atlasfor si offre per mostrare l’effetto d’insieme, di sistema complessivo, che moltissimi musei e
centri culturali italiani offrono sul web in questi giorni.
È particolarmente importante mettere in luce il diffuso lavorio, l’azione locale piccola ma preziosa, accanto
a quella del grande Museo, che anima la vetrina del grande patrimonio nazionale curato ed esposto anche
in un’occasione vincolata come questa.
Quindi su Atlasfor, che sta ospitando un progetto di Atlante del Patrimonio e del Paesaggio attivo italiano (a
partire da Piemonte e Liguria: clicca qui, si è aperto un dossier dedicato alla mappa e al calendario
delle attività in rete dei musei: clicca qui.
I gestori dei musei e dei centri culturali, non solo i grandi ma anche i minori e periferici, purché attivi nello
sviluppare iniziative in rete, sono invitati a partecipare alla mappa e al calendario di AtlasFor, che si
propone come catalogo autoaggiornato e localizzato delle attività culturali online italiane.
Vi metteremo immediatamente e gratuitamente su Atlasfor, dandovi la possibilità di inserire le vostre
iniziative anche autonomamente, con una semplicissima operazione, simile a quella di un post su Facebook.
Basta seguire le istruzioni:

Per essere accreditati  e poter inserire le proprie NEWS on line

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Per imparare a inserire le news on line NEWS

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Per imparare a integrare e correggere la descrizione o il link principale al proprio sito

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Inoltre possono essere richiesti altri servizi, come quelli sotto indicati, per i quali chiedere i permesi a info#landscapefor.eu

 

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A Seoul, terrorizzata dall’epidemia, strade deserte, 5000 persone si adunano per riuscire a entrare nel supermercato dove vendono mascherine a metà prezzo. Sfidano il contagio per risparmiare qualche dollaro nell’acquisto di un palliativo anticontagio che, come noto, non ha efficacia.

In Italia si bloccano i musei e i centri di ricerca dell’università, noti luoghi di assembramento, e si creano condizioni psicologiche per addensarsi nei supermercati, contendendosi l’ultima amuchina.

In attesa di un farmaco che riduca i comportamenti irrazionali dati dall’ansia di prestazione panica (l’unica vera malattia grave che ci sta assalendo, promossa molto più dai media che dai decisori, come prima o poi si dovrà dire), ragioniamo un po’ sugli effetti che questa bolla mediatica produce sui comportamenti della gente e segnatamente sul turismo.

In primo luogo emerge che fare i turisti non è assolutamente necessario. Se mezzo mondo disdice prenotazioni di viaggi pasquali o estivi o ha selezionato i paesi a rischio e si concentrerà su quelli esenti (al momento Africa, Sudsudamerica e Alaska, a quanto si sa) o pensa di stare quest’anno vicino a casa. Senza troppa sofferenza (anzi con sollievo dei pigri trascinati a viaggi inconsulti dai partner esagitati).

Poi salta fuori la componente pecoreccia del turismo. Per moltissimi il must è andare dove vanno gli altri, essere nel novero di quelli che hanno fatto quell’esperienza, che possono mettere quella bandierina sul planisfero. Anche qui la rinuncia non fa male se tutti fanno così. Anzi il contrario: attenti al lupo, il gregge sta nell’ovile.

D’altra parte si consuma il contrappasso della massificazione: la nave da crociera si trasforma in campo di concentramento, l’albergo diviene Hotspot dove tenere in quarantena tutti gli ospiti fuoristagione. L’unione non fa la forza ma la debolezza, il rischio.

Insomma anche se non ci avevamo ancora pensato, ora è palese: il turismo, ormai settore fondamentale della nostra economia, è imprevedibilmente assegnato agli umori e alle ansie diffuse per il mondo. La sua non-necessità e il conformismo delle masse che ne costituiscono il grosso lo rendono succube di ogni ossessione o isterismo si diffonda, che sia motivato o meno. E’ un settore ad alta instabilità, dove è facile arricchirsi cavalcando una moda ed è facile essere travolti da una fuga improvvisa: negli ultimi vent’anni in Italia gli attentati, i terremoti, per non parlare dei migranti, delle mafie. Ora l’epidemia.

Ma il turismo non è tutto crociere e prenotazioni a Natale. Anzi quel turismo, che fa grandi numeri e ha grandi crisi, viene da una domanda del tutto diversa da quella di chi si muove per conoscere i territori, per ottenere emozioni che maturano nel tempo, per rimanere abbastanza a lungo nei luoghi da prenderne il fascino. Chiamiamo turisti entrambi i tipi ma sono utenti così diversi da essere in qualche caso oggettivamente in contrasto: ormai fioccano le proteste per l’impossibilità di visitare a fondo un luogo senza essere disturbati. Ormai è chiaro che le proteste dei turisti stessi per le grandi navi nel bacino di S.Marco sono solo la punta di un iceberg molto consistente e diffuso di conflitto tra modalità diverse di visita.

Ora, pare cinico e polically incorrect, ma diciamocelo: noi promotori del turismo slow e di piccoli numeri, consapevole, responsabile, destagionalizzato, mirato, esperienziale, culturalmente approfondito, spalmato sul territorio, quando mai abbiamo avuto una pubblicità migliore di quella che circola in questi giorni?

Quando mai c’è capitato di poter dire a un ministro, del ministero che ha ricongiunto cultura e turismo: vedi, quel turismo massificato, ottuso, vulnerabile non deve essere al centro della nostra attenzione anche se fa ricche un po’ di compagnie multinazionali di viaggio, di crociera, di outlet a bordo e non, anche se fa i numeri da poter vantare nelle classifiche internazionali, anche se offre centinaia di migliaia di posti di lavoro a pizzaioli, camerieri e autisti di bus, anche se costituisce un gradito ammortizzatore sociale fondato sugli innumerevoli airbnb e b&b in nero. Vedi ministro, se noi ci fossimo costruiti un’immagine di turismo diffuso, di numeri piccoli ma dappertutto nelle nostre regioni, di visite slow & few, avremmo una molta maggiore resilienza di fronte ad eventi del genere, consentiremmo posti di lavoro e rendite da alloggi forse un po’ minori ma certo più duraturi, più sicuri e più integrati alle altre risorse dei territori.

Qui non si tratta di disprezzare quel turismo oggi in difficoltà, ma di considerarlo un settore produttivo come gli altri, che non deve essere al centro dell’attenzione di chi ha per missione di gestire la cultura e il turismo in quanto promosso dalla cultura del nostro paese.

Il MIBACT ha oggi un’occasione unica per distinguere il turismo da privilegiare perché coerente con la valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale del paese e con i modelli di sviluppo sostenibile più accreditati, separandolo dal turismo da regolare perché non solo impattante e costoso per i territori ospitati, ma fragile e insicuro per i posti di lavoro che offre.

Non è scandaloso provare a ragionare in questo modo per il turismo: lo stiamo cominciando a fare per le industrie manifatturiere (alla buon’ora!), che finalmente osiamo distinguere tra quelle che partecipano ad un modello di economia circolare, di produzioni green, di consumi sostenibili e quelle che invece pesano sul futuro dei nostri figli per inquinamento, insostenibilità, incremento del global warming.

Allora, come fa in un’economia ricca il vegetariano che si permette una dieta sostenibile scegliendo gli alimenti che preferisce in una offerta molto maggiore, permettiamoci di scegliere il turista che ci piace.

Non facciamo sconti a tutti, ma al contrario favoriamo il turista che non pesa sul territorio, che si comporta come un abitante, che è distribuito opportunamente, che individua visite fuori dagli itinerari classici, che pone attenzione alle persone e non solo alle cose.

Saranno meno, saranno la metà, ma quelli saranno i nostri amici, quelli che sul lungo periodo ci salveranno perché hanno capito che i nostri tesori li stanno salvando. Gli altri certo vengano, quando hanno smaltito la paura (e con la memoria da criceti che circola avverrà prima di quanto pensiamo), ma paghino quello che consumano, ci diano modo di compensare la loro impronta ecologica e culturale, contribuiscano largamente ai costi complessivi degli innumerevoli sanmarchi, colossei, uffizi e cinqueterre che stiamo mantenendo anche per loro.

E’ il momento magico per farlo: uno stop imprevisto da allarme epidemico consente di fare il punto e redistribuire costi e benefici del turismo, senza paura di perdere qualche milione di presenze per un anno o due pur di riuscire a far capire a chi viene l’entità del tesoro che può frequentare, il trattamento adeguato che quel tesoro pretende, il giusto costo da pagare.

Martedì, 25 Febbraio 2020 12:16

AtlasFor Torino 2020

AtlasFor Torino 2020

AtlasFor coinvolge le Eccellenze torinesi per fare rete in occasione degli eventi speciali di Torino 2020: città del Cinema e Sfida al Barocco. Istituzioni, associazioni, negozi e ricettività insieme per valorizzare l’offerta culturale, commerciale e turistica della città. La selezione è aperta! Per partecipare alla mappa: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

>>APRI IL VIDEO

Martedì, 25 Febbraio 2020 11:16

Ricucire il patchwork delle identità locali

Abstract

The knowledge of the current city is boring and exhausting: it lacks meetings and possible belonging to a common sense.
Supermarkets and suburban streets are a small part of the territory in which we behave as in a "non-lieu". The context prevents us from meaningful relationships: in this way, our “behavioral tics” make us blind and deaf to the specific signs of the urban landscape.
Our best tool of political culture has jammed: we are not any more citizens of a precise city that gives us political competence starting from our experience. We are becoming generic citizens to who only indirect emotions, generated by the media, remain.
With this awareness, LandscapeFor Association prepared a tool - AtlasFor - available to the territories: the main target is to give awareness of cultural strength to the cities, in their heritage of things and people, and to call everyone to a sense of operational responsibility towards the patrimony.

1. Sempre più difficile sentirsi cittadini della propria città
Per chi naviga muovendo dalla terza età, in quell’oceano scostante e ingombro di plastiche in degrado che è Facebook, risaltano come isole per un naufrago i gruppi che postano foto delle città come erano. Sono gruppi folti e diffusi: una dozzina a Milano o a Roma, ma abbondano anche nei centri minori. Da Chiavari a Sciacca i nostalgici dei luoghi di ogni cittadina hanno il loro ritrovo sul web.
Chi, ogni giorno, mette in mostra una cartolina di 50 o 100 anni fa, sa di innescare una sorta di corrente emozionale collettiva, che mescola brandelli di vissuti personali e di miti urbani. Si commenta ringraziando il pubblicatore per la scintilla che ha animato il ricordo, come una canzone di gioventù, ci si vanta di individuare luogo e tempo delle immagini partendo da particolari significativi solo per i veri esperti. E’ un gioco di società, apparentemente senza regole, ma di fatto riservato a chi ha mantenuto memoria dei luoghi che ha vissuto (o che gli hanno raccontato).
Ad animare i gruppi del “come era” è la nostalgia, quella che Claude Raffestin pone alla base del senso del paesaggio: il desiderio di qualcosa che non c’è più. Ma se si pone attenzione a quel rito di post, di commenti, di complimenti e di lamenti si capisce che la nostalgia non riguarda tanto i luoghi quanto una relazione che tradizionalmente appartiene all’abitante: una vera e propria competenza della città, che era conosciuta come una pertinenza di casa propria, in ogni androne, ogni negozio, ogni slargo.
Certamente la città di allora era più piccola, con una struttura dello spazio pubblico potente, organica, che in quegli anni si era qualificata con l’impegno dell’intera società. I cittadini andavano fieri delle loro piazze, ogni ricorrenza riempiva le Poste di “cartoline illustrate”, che appunto mettevano in mostra le bellezze dei propri luoghi. Si esibivano i monumenti storici, ma anche le novità: i nuovi giardini, i quartieri recenti, fino ai caffè o ai grandi negozi.
Era la faccia concreta del Comune, il patrimonio che il cittadino attivo considerava “suo”. Solo per questo senso ancora vivo, di “proprietà culturale” del proprio territorio, le migliaia di Comuni italiani sono tutt’oggi irriducibili e resistono alle disfunzioni che la loro dimensione minuscola comporta. Ma dei Comuni, anche quelli dell’Italia “rugosa” cara a Fabrizio Barca, è certamente il capoluogo, che in Italia è una città, per piccolo che sia, a raccogliere gli aspetti di valore dell’identità e l’immagine dell’attaccamento radicato alla propria terra. Non c’è dubbio che il senso di cittadinanza sta nei borghi e nelle piccole città: è in quelli che diventa tangibile nelle forme di un senso di sicurezza e di partecipazione irripetibile. Un paese che produce cittadinanza è città, e lo sanno bene quelli che ritornano al paese, sentendolo proprio e forte più ancora delle città in cui sono consegnati dalla vita, dove si sentono (non a caso) “spaesati” per decenni.
Ma la figura retorica dei “ritornanti” non basta a spiegare la potenza delle città (grandi o piccole) tradizionali: l’urbanizzazione sino a pochi anni fa è stata una risorsa fondamentale per tutti, indigeni e non. I nuovi arrivati sono attratti dalla fama della città come luogo delle opportunità, ma queste sono captate solo da chi sa cercarle, non solo nei rapporti sociali ma anche, fisicamente, nel complesso labirinto di pietra e gente. Chi approda dalla campagna sa che l’essere “cittadino” comporta la conoscenza sistematica dello spazio pubblico urbano. Quindi per l’abitante consolidato il rapporto con la città è un fattore identitario attivo, ma per tutti è una vera e propria competenza: solo per chi la conosce si rivela un habitat fecondo, dove appare più facile sviluppare il proprio progetto.

Oggi chi partecipa ai gruppi Facebook del “come era” percepisce una diversa potenza della città dei padri rispetto a quella odierna. La città di allora era familiare, come un grande vicinato di quartiere, mentre oggi non ci si riconosce più in quella attuale che sta diventando un non-luogo. Un abitante allora poteva vantarsi di conoscere spazi e usi ignoti al turista, aveva un’esperienza diretta e specifica dei segni della “sua” città; oggi tutti sono oggetto della stessa comunicazione commerciale, poco dedicata e poco differente da una capitale all’altra.
Certamente questa perdita di complessità e di specificità diventa stridente nei territori dove gli abitanti sono eredi di giganteschi investimenti culturali (e spesso economici), che intere comunità hanno fatto per generazioni sulla loro città. Soprattutto in Italia, dove il senso millenario del “Comune” sta alla base delle nostre città, è eclatante il senso corale delle storie locali.
Lo sforzo epocale compiuto per secoli da migliaia di cittadini per qualificare il loro spazio ci appare inconfrontabile con il modo che abbiamo oggi di abitarlo. Oggi non ci sentiamo più proprietari a buon diritto delle nostre città, il diritto di chi si sente di aver partecipato alla loro produzione, ma ci sentiamo ospiti di città fatte da altri, progenitori così lontani da non sentirne più né la fatica né il lascito.
Non ne siamo ancora del tutto consapevoli, ma abbiamo continuamente una sgradevole sensazione: di non sentirci più cittadini, di stare perdendo il contatto vivo e verificato ogni giorno con i valori di quella comunità che finora si è identificata con gli spazi e le relazioni fisiche della nostra città. Si spiega così quella sorta di saudade del paesaggio che si sta diffondendo nel territorio contemporaneo, di cui i gruppi nostalgici su Facebook sono uno degli esiti visibili: la punta di un iceberg di magone dei vecchi e di smarrimento dei giovani.
D’altra parte si tratta di un processo in corso anche in quella “campagna” italiana che una volta era frutto della competenza di chi la coltivava (oltre che abitarla) e che oggi è ormai sommersa da strati di cose e segni non rurali e da modalità di coltivazione uguali dappertutto, come una sorta di gramigna culturale invasiva e inutile, che fa perdere il senso di “proprietà” dei luoghi anche ai figli di chi ancora fa di mestiere l’agricoltore, e quindi fisicamente produce quel paesaggio.

Ormai i giochi sono fatti: la semiologia del paesaggio, urbano e non, si sta semplificando e soprattutto si sta omogeneizzando: ci mancano i centri di attenzione significativi della nostra storia e del nostro progetto e finiamo per essere accampati in una gigantesca periferia dove non si generano più differenze sostanziali e condivise. E questo è grave non soltanto per una difesa generica della diversità paesistica (da rispettare comunque, anche senza davvero capire cosa significa, come si fa per la biodiversità), ma piuttosto per un aspetto strutturale di “cultura politica”.
Infatti se ogni luogo, nella sua complessità e compresenza di tanti elementi, ma anche nella concretezza della sua esperienza quotidiana, non genera più valore culturale, se perdiamo i criteri di riferimento localizzati, che avevamo costruito sulla base delle esperienze dirette nostre o della gente che conosciamo, a cosa affidiamo le nostre scelte, il nostro giudizio sul mondo?
Se perdiamo il gusto degli spazi e dei comportamenti a cui siamo affezionati, che condividiamo con una comunità eterogenea e folta, come è avvenuto sinora nelle città italiane, perdiamo il fondamento esperienziale della conoscenza sentimentale collettiva, quella che è alla base del giudizio politico democratico. La conoscenza della città recente è noiosa e defatigante, se non altro perché manca di incontri e di possibile appartenenza a un senso comune; e d’altra parte come si può fare, se non si incontra nessuno che va a piedi e che non guarda il cellulare?
I non-luoghi dei nostri supermercati e delle strade di periferia sono ormai solo piccola parte del territorio in cui ci si comporta come in un non-luogo: non è più il contesto a impedirci ogni relazione significativa, sono i nostri tic comportamentali a renderci ciechi e sordi ai segni specifici dell’intorno.
Si è inceppato il nostro miglior strumento di cultura politica: se non siamo più cittadini di una precisa città che ci dà competenza politica a partire dal nostro vissuto, a cui teniamo nella sua complessità e nelle sue contraddizioni, senza ideologie, allora stiamo diventando cittadini generici, astratti, a cui rimangono solo emozioni indirette, generate dai media, dal “sentito dire”, che non verifichiamo più nei contatti quotidiani e nei nostri affetti sedimentati.

2. La necessaria proprietà culturale della città
Si disintegra così il senso di proprietà culturale del territorio che è stato il bene comune fondamentale della storia italiana sin dal Medioevo, inventando il termine Comune per identificare il territorio fatto proprio da uomini liberati dai vincoli feudali.
Ma se il senso del bene comune è strutturalmente alla scala del campanile e della torre civica, è stata un’impresa culturale e politica romantica farlo diventare parte del “senso della nazione”, quando ciascuno ha portato in dote a una patria ideale il senso di partecipazione concreto e fattuale alla vita della propria città. Tutto il Risorgimento è fatto di questi struggenti doni locali ad altri territori, a cui ci si lega sulla base di spinte emozionali travolgenti: gli emiliani e i toscani, ciascuno a partire dalla propria città, “si regalano” ai Savoia per diventare Italia; i bergamaschi e i bresciani corrono con Garibaldi a compiere l’opera in Sicilia, accorrendo in un altro mondo accomunato solo dalla lingua parlata dai colti.
Pensiamoci: sono proprio le città libere, quelle che hanno fatto la Storia dell’Arte italiana, ad agitare l’idea del Risorgimento in regioni sonnolente e senza una diffusa progettualità.
Per fare gli italiani, ciò che occorre una volta fatta l’Italia (come borbottò Massimo d’Azeglio), si mise in campo anche l’immenso patrimonio culturale e i mille paesaggi.
In tempi di forte concentrazione nel governo centrale del comando e delle risorse (un modello pericoloso che impegnò tutti, dai liberali ai fascisti), il Touring Club italiano mise mano ad un’opera titanica: la documentazione fotografica di ciascuna regione e città, nella dichiarata convinzione che l’unità della nazione fosse salda solo se ogni comunità si sentiva partecipante, testimoniata nei suoi tesori di piazze e paesaggi.
Il Touring Club si era già impegnato, nei primi decenni del ‘900, a descrivere il nostro territorio con carte e con guide scritte (che rimangono tra le migliori a livello internazionale), ma nulla eguagliò il fascino e la potenza comunicativa del nuovo strumento: la fotografia. In ogni salotto della giovane borghesia italiana facevano bella mostra di sé i volumi azzurri delle regioni, dove ciascuno poteva trovare un’immagine scelta del proprio paese. Ciascuno, nel suo tinello, si è fatta l’idea che la bellezza fosse presente in ogni angolo d’Italia, anche in quelle tante regioni sconosciute, e si è detto che comunque non potevano essere così male se c’erano belle chiese, ricche campagne e castelli come a casa sua!
L’operazione del Touring Club, tenacemente perseguita nei decenni di mezzo del ‘900, attraverso il fascismo, la guerra e la ricostruzione, ha certamente influito nella “costruzione della nazione” non con il metodo sabaudo e fascista, di omologazione del sistema istituzionale, ma con una modalità illuministica, quella dell’Encyclopédie: un affresco del territorio come prodotto corale di migliaia di storie, di saperi, di impegni d’arte e di buone pratiche.
È stato un messaggio che in quegli anni ha stimolato, oltre ogni aspettativa, il senso di appartenenza ad un’idea di Paese fatto come un gigantesco patchwork di paesi, compreso il proprio, riducendo drasticamente la sensazione di colonizzazione che l’accelerato processo di unificazione nazionale aveva comunque comportato in molte regioni.

Questo cambiamento di scala dell’identità collettiva è stato possibile solo grazie ad una forte e condivisa identità di ogni città e territorio, sicura di sé, proattiva, non gelosa, capace di darsi, su cui (e non “contro cui”) si è fondato il progetto culturale dell’Italia unita.
L’incredibile retroprocesso oggi in corso, di regioni e città che “rivogliono indietro” la loro dedizione alla nazione di 150 anni fa, è ormai la manifestazione plateale del disagio che comporta la crisi dell’identità locale. E’ uno degli autoinganni che si mettono in scena per rappresentare la crisi identitaria come un misfatto la cui colpa si addossa ad altri, come se l’identità fosse un bene rubabile dai nuovi venuti.
Al contrario aiuterebbe la consapevolezza che la crisi è generata da un processo endogeno, che si innesca quando gli investimenti culturali collettivi di molte generazioni si riducono fino ad azzerarsi e ad essi si preferisce la polverizzazione degli investimenti (culturali, economici e istituzionali) per ottenere un benessere individuale.
Purtroppo finisce che è proprio il senso di mancanza dell’identità collettiva a diventare uno dei pochi tratti ancora riconoscibili di quell’idem sentire a cui si appoggiano le proposte politiche attuali, deboli anche perché partono solo da un disagio (in primis culturale) e non riconoscono le cause generatrici e le risorse (in primis culturali) necessarie per superarlo, deboli perché autistiche e chiuse, paradossalmente impegnate a parole a difendere una cultura che è nata e si è sviluppata nell’integrazione e nell’accoglienza, che ha l’apertura agli altri, alle altre esperienze nel proprio DNA, per questo unico e apprezzato.
Sino ad ora si è tentato di far fronte a questo disagio con politiche centralistiche, miranti a salvaguardare il grosso del patrimonio, non fidandosi della capacità d’azione positiva delle mille città e senza dedicare energie e progetto a un coinvolgimento di risorse umane per attivare insieme tutti i territori e con una chiamata di corresponsabilità degli enti locali. È un limite esiziale dei programmi istituzionali per la nostra cultura e per la nostra terra. Lo mostrano i fallimenti clamorosi, sul piano politico, dei programmi strategici per i nostri beni culturali, come quello di lancio dei grandi musei a scapito dei territori, o degli interventi emergenziali, come gridano dal cratere del terremoto migliaia di abitanti costretti all’inazione, prigionieri di un centro decisionale che dopo tre anni ancora non agisce.
D’altra parte non si è neppure provato, fuori dalle istituzioni centralistiche, ad attivare strategie gestionali sostenibili. Sui principi tutti sono d’accordo: ogni iniziativa di conservazione o di valorizzazione dei beni culturali, in particolare quelli diffusi (come il paesaggio), dura nel tempo solo se c’è una capacità gestionale. Ma nei fatti non si sono promosse esperienze significative di gestione sostenibile, i piani sono affidati alle regole e non ai progetti e i bilanci degli enti locali in rosso sono ogni anno tentati di cancellare innanzitutto i costi gestionali di attività poco frequentate, per lo più connesse al patrimonio culturale.
Ormai è chiaro che, nei fatti, la gestione economicamente sostenibile del patrimonio diffuso, fuor dai tecnicismi, si ottiene solo se un gruppo di operatori attivo e duraturo riesce a mantenere nella comunità locale un senso di responsabilità condivisa sui valori riconosciuti. Questo postulato, che i beni culturali diffusi non possono che essere salvaguardati dalla società, quella che li utilizza e quella che li utilizzerà, è verificato per certo per il patrimonio immateriale, e si sta affermando anche per il patrimonio materiale, constatato che è sempre stato così. Ma se alla dedizione di alcuni (pochi) operatori non corrisponde più un ruolo riconosciuto e condiviso del patrimonio nel progetto sociale, né locale né nazionale, non c’è strategia di gestione che sia realistica e di successo.

La mancanza di risposte operative e il fallimento delle prove più impegnative fa avanzare, nell’opinione politica qualunquista, una domanda radicale che sta facendo breccia anche tra i tecnici del settore: ma è proprio necessario puntare ad una condivisione profonda, culturalmente partecipata, delle strategie per il patrimonio culturale urbano e diffuso?
Ci sono ancora le condizioni per dire: sì, occorrono strategie che comportino una condivisione profonda, culturalmente partecipata, in particolare per i rischi (anzi le certezze) che si corrono a praticare strategie non coinvolgenti la popolazione. Il rischio è che il patrimonio culturale del territorio smetta di essere “paesaggio”, prodotto da un’interazione con chi lo vive, e diventi un relitto archeologico, riducendosi alla testimonianza inerte e frammentaria di un sapere ormai staccato dalla cultura operativa delle nuove generazioni.
Ma il vero rischio è di abituarci ad un masochismo politico e tecnico, perché abbandoniamo lo strumento principale a disposizione, in Italia, per reagire alla crisi identitaria collettiva.
A poco serve una città e un territorio carichi di risorse culturali ma incapaci di trasmettere il loro contenuto, non capiti nelle integrazioni tra passato e futuro che suggeriscono, non più percepiti come paesaggio, in cui siamo ridotti a spettatori e non siamo più attori.
Non possiamo sprecare questa last call della nostra identità, per la quale ancora per qualche anno l’Italia ci offre un habitat culturale per giocare in casa, per tentare sinergie e rapporti “alla pari” tra la dimensione locale, conosciuta o almeno conoscibile, e quella globale, inconoscibile nonostante le seduzioni della rete, ma certamente prepotente e priva di quelle specificità che amiamo.

3. Valorizzare il paesaggio urbano e chi lo cura
In questo quadro storico di difficoltà e di resilienze ci sembra che si possa ancora far emergere, particolarmente in Italia, una potenzialità strategica legata al paesaggio, cioè all’interazione culturale tra abitanti e territori. Ci pare che sia stata proprio questa relazione simbiotica in ciascuna città, grande o piccola, ad alimentare un flusso di impegno innovativo diffuso che da secoli genera nuove interpretazioni e nuovi modelli di riferimento della cultura, utili per il benessere sociale, l’economia, e soprattutto l’etica pubblica. Sono quelle fasi di cultura urbana che poi hanno preso un nome noto, nei libri di Storia, a partire dal Buongoverno dei secoli dei Comuni, alle mille versioni di Signoria illuminata del Rinascimento, alle frammentate e complesse pulsioni locali alla base delle epopee di difesa e valorizzazione dei propri territori del Risorgimento e della Resistenza.
Da almeno mille anni in Italia la cultura produce meraviglie perché è frutto di un clima di sapere e di ecosistemi locali generativi di pensiero e di pratiche che sono diffusi in tutto il paese e che hanno costituito, un secolo qui un secolo là, il momento “topico” di centri molto differenti ma tutti potenti per la capacità di irraggiare le loro innovazioni.
L’Italia è stata per mille anni “solo” (!) una rete di città collegate tra loro non da disegni politici o da governi sovrastanti ma da un’unità di linguaggio, quello parlato ma soprattutto quello agito nelle maestrie d’arte e di costruzione, che sono sempre andate al di là delle frontiere e degli egoismi di questo o quel nobile locale. Alla base di queste fruttuose stagioni ci sono state sempre le città, ciascuna capace di impastare e di rendere sinergiche le sue pietre con le sue generazioni, dai signori agli artigiani, dagli studiosi ai mercanti, dagli artisti locali a quelli chiamati da fuori.
Tra questi, chiamati ad essere gli attori del paesaggio, aiutati da quanto realizzato prima, si sono costituite reti inusitate di ambizioni, competenze, capacità d’investimento duraturo e di continuità del sapere, che convergevano tutte sulla più potente e condivisa strumentazione politica dell’epoca: la produzione culturale che dava lustro al bene comune. In Italia la cultura produceva una fama e una potenza di gran lunga maggiore del denaro o delle armi.
La macchina culturale locale è rimasta politicamente produttiva sino a poco tempo fa: nelle prime generazioni della Nazione tutti, dalla Sicilia al Trentino, erano in fibrillazione soprattutto per l’occasione epocale di qualificare la propria città. Basta leggere i discorsi dei Sindaci dell’Italia Unita, o quelli della neonata Repubblica, per trovare ampie pagine dedicate alla cultura locale, all’intenzione di valorizzarne la storia, di implementarne i beni, di far bello e più attraente lo spazio pubblico.
Da qualche decennio è tramontata questa retorica ottimista e di impegno civile assegnato alla cultura e viceversa si è sviluppata una retorica colpevolizzante, che fa apparire insostenibile il peso del patrimonio di beni culturali, con il suo carico di responsabilità sugli eredi, e la convinzione delle nuove generazioni di non essere all’altezza di tanto lascito. E’ un contesto psicosociale che ha obnubilato la consapevolezza fondamentale: che il Patrimonio in Italia non sono tanto i prodotti quanto le produzioni culturali, le capacità secolari degli abitanti delle città di formare l’habitat adatto a generare arte e cultura. E che siamo tuttora in condizione di continuare questa competenza unica al mondo.

Ora, seguendo questa versione dei fatti, potremmo descrivere la situazione attuale del paesaggio italiano come una scena della “Bella addormentata”, dove ci sono tutti gli ingredienti per alzare il sipario e recitare, ma tutto è inanimato, sotto incantamento.
C’è il patrimonio, poco valorizzato ma ancora in discreto stato, ci sono le macchine istituzionali ormai secolari e anchilosate ma comunque insediate, c’è una grande disponibilità di risorse umane diffuse, le cui preparazioni e capacità di dedizione sono del tutto trascurate ma presenti.
E’ sulle risorse umane che vale la pena soffermarsi: si tratta di competenze acquisite per scelta, per una passione che quasi sempre dura tutta la vita, anche se spesso le loro figure professionali sono trasparenti ai più, che non le vedono come non si vedono gli accattoni o chi svolge i servizi più umili ma essenziali. Sono le migliaia di funzionari addetti ai beni culturali periferici, frustrati dai continui cambi di strategia e di dirigenza; sono le decine di migliaia di insegnanti a cui le scuole chiedono un decimo della propria sensibilità e potenza culturale e un’infinita pazienza burocratica; sono le centinaia di migliaia di ragazzi che hanno scelto di studiare architettura, conservazione dei beni culturali e ambientali, letteratura e arte e che le università hanno sfornato negli ultimi 50 anni in un mercato del lavoro senza sbocchi; ma soprattutto sono i milioni di persone impegnate nel volontariato che gestiscono, in modo per lo più disorganizzato, i centri studio, i piccoli musei, le fondazioni private e l’infinità di beni minori che pullulano, deo gratias, nel nostro paese.
È un enorme giacimento di materia prima intellettuale in cui sono ben presenti tutti i fondamentali per servire in un progetto strategico sostenibile: è intergenerazionale, composto da persone sensibili e votate alla cultura, a partire da quella locale che spesso hanno studiato e amato, con un rapporto con il denaro del tutto strumentale rispetto al progetto personale, da tempo frustrate dal sottoutilizzo e dalla marginalità sociopolitica del quadrante culturale.
È vero che in ogni città questo insieme di soggetti appare come uno sciame disorganizzato e pieno di nicchie di attività intense ma autistiche, ma i fondamentali ci sono, certo più di quanto ci fossero per gli operai all’inizio della rivoluzione industriale o per gli informatici all’inizio di quella digitale.

Mercoledì, 12 Febbraio 2020 09:10

Biblioteche e AtlasFor

ATLAS FOR SBAM

La Rete di biblioteche e l’Associazione LandscapeFor

per raccontare il territorio con il programma AtlasFor

 

LA PROPOSTA ALLE BIBLIOTECHE DELLA RETE SBAM

 Per il popolamento di AtlasFor è stato avviato il programma APPA - Atlante del Patrimonio e del Paesaggio attivo - che ha raggiunto un soddisfacente grado di completezza per la zona centrale di Torino, con circa 300 schede per punti di interesse.

 Per il 2020-21 l’obiettivo è l’estensione del programma APPA ai comuni della Città metropolitana con schede dedicate per popolare la mappa dei loro territori.

Secondo una valutazione basata sulle esperienze già svolte, il patrimonio culturale (tra luoghi pubblici, beni monumentali o storici e rilevanti interventi recenti) può essere ben documentato con la redazione di una decina di schede per i Comuni minori, una ventina per quelli intermedi e una trentina per i Comuni maggiori (Moncalieri, Carmagnola, Rivoli, Venaria, Settimo, Chieri, Chivasso e pochi altri). A tali entità per il patrimonio corrispondono entità simili per il “Paesaggio attivo”, in termini di musei, associazioni, attività per il tempo libero, commerciali o produttive di interesse culturale.

 Per questa impresa proponiamo alle Biblioteche dello SBAM di svolgere un ruolo fondamentale in una doppia strategia di domanda e di offerta di conoscenza:

_come hub dei materiali documentari relativi al territorio locale:  la storia, gli eventi, i beni culturali, i segni delle trasformazioni fisiche e socioeconomiche, i progetti, le curiosità e le interpretazioni artistiche.

_come centro di promozione di AtlasFor, ospitando le attività del Comune e degli altri soggetti pubblici quali:

1     le scuole: come strumento per la didattica e la ricerca e universitaria.

2     gli operatori commerciali e della ricettività: per rendere stimolante la visita del turista culturale

3     le associazioni: per la valorizzazione di un’identità locale troppo spesso erosa nei territori decentrati.

 Così le biblioteche si propongono come la sede di un programma per potenziare la consapevolezza delle risorse culturali del territorio, contando sul coordinamento dell’Associazione LandscapeFor e cercando la collaborazione di tre tipi di soggetti:

 a. alcune “antenne”, personalità locali che per storia e riconosciuta autorevolezza sono in grado di convincere a partecipare altri conoscitori dei luoghi o possessori di materiali documentari (archivi di famiglia o di impresa di immagini o video, studi o pubblicazioni cartacee o digitali dei vari enti e associazioni, fuori commercio, fondi di biblioteca), per facilitarne l’utilizzo per un riconoscimento condiviso dell’identità locale (un “come eravamo” autoprodotto);

 b. alcuni “scrivani”, soggetti motivati da curiosità o interesse di studio e di divulgazione, disponibili ad impegnarsi nel lavoro, necessario per il funzionamento dell’intero progetto, di selezione dei materiali iconografici, scrittura del racconto che li unisce e della immissione in AtlasFor (da formare con addestramento a carico di Ass.LandscapeFor);

 c. i soggetti, pubblici e privati, impegnati per le produzioni di eccellenza o nei servizi culturali: per favorire l’emergenza delle loro iniziative e attività in AtlasFor si mettono a disposizione “vetrine” direttamente aggiornabili;

 La fattibilità del programma necessita di due prerequisiti fondamentali:  

  • che l’impegno operativo delle Biblioteche sia trascurabile o comunque non aggravi significativamente gli oneri organizzativi e le prestazioni in cui sono già impegnate;
  • che in ciascun comune si ottenga una sostenibilità economica dei costi vivi di organizzazione e redazione delle schede ad esso riferite, sostenute dall’Associazione LandscapeFor, che gestisce AtlasFor e il programma APPA.

 Con questi obiettivi il programma va calibrato caso per caso per ottenere il massimo risultato rispettando i due requisiti.  Perciò si sottoscrivono accordi tra Associazione e Comuni e/o Biblioteche, per specificare, a fronte degli impegni sopra descritti dall’Associazione:

_ le disponibilità di materiali e di risorse umane che può offrire la biblioteca, senza aggravi significativi dei propri impegni,

_ i materiali esterni disponibili e le condizioni per la loro raccolta e ordinamento (in termini organizzativi e di risorse umane necessarie, con ricorso al volontariato) segnalati alle biblioteche dalle “antenne” e dagli “scrivani” individuati,

_ le modalità di acquisizione di fondi per sostenere i costi (in termini di partecipazione a progetti comunali già in corso, di partecipazione in partenariato a bandi, di fundraising a livello locale etc.). 

 

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Lunedì, 08 Aprile 2019 14:11

Nasce AtlasFor Magazine

Ormai abbiamo una storia. La presentazione del 9 aprile 2019 per l’area centrale di Torino è l'atto conclusivo di una lunga fase sperimentale e quello iniziale di un programma di implementazione abizioso. Si tratta di APPA, l’Atlante per il Patrimonio e il Paesaggio attivo, inserito nel 2018 in fase sperimentale tra le iniziative per l’Anno europeo del Patrimonio.   APPA utilizza AtlasFor, una piattaforma multilingue che si rivolge ad un pubblico curioso e interessato ad  una conoscenza specifica, che può arricchire le proprie visite (reali e virtuali) in modo mirato attraverso immagini e video non banali, capaci di illustrare aspetti poco noti. Nei prossimi mesi seguiranno altri dossier sugli ambiti territoriali di contesto dei siti Unesco e delle vie storiche piemontesi: ad esempio Langhe e Monferrato, Canavese, Val di Susa, in prospettiva di una copertura italiana totale entro i prossimi anni.

A questo punto abbiamo verificato la necessità di diffondere l’iniziativa, che presenta molti aspetti innovativi e richiede un particolare coinvolgimento degli operatori e del pubblico.
Per pubblicizzare lo sviluppo del progetto abbiamo messo a punto un programma editoriale di pubblicazione periodica on-line: AtlasFor Magazine.

Il numero 1 di AtlasFor Magazine, pubblicato il 9 aprile, è dedicato all’uscita dei dossier di APPA dedicati a Torino e il suo contesto:

  • 200 schede sul Centro di Torino e il suo Paesaggio attivo,
  • le più interessanti Architetture recenti torinesi (scelte in collaborazione con la Fondazione per l’Architettura),
  • la Ciclovia del Monviso (i beni della fascia interessata dal progetto lungo il Po dal Pian del Re a Verrua Savoia, traversando l’area metropolitana).

E’ un prototipo di sviluppo di APPA, che si vuole replicare in altri contesti, a partire da quelli piemontesi, sempre contando sul coinvolgimento degli operatori e degli enti, per la partecipazione attiva nella redazione delle schede per punto di interesse.

AtlasFor Magazine
è in corso di registrazione presso il Tribunale di Torino e ha per direttore responsabile Roberto Moisio, risultando così una rivista on-line scientifica a tutti gli effetti. In questo modo si intendono valorizzare i dossier pubblicati attraverso AtlasFor, che possono assumere carattere di ricerca anche a fini accademici e istituzionali.
In questa prospettiva AtlasFor Magazine non è solo una modalità di diffusione e di pubblicizzazione ma è anche lo strumento per qualificare lo sviluppo del progetto APPA con:

  • una redazione editoriale che coordina il lavoro delle unità locali di raccolta dei documenti nei diversi ambiti territoriali;
  • un board di esperti, che fanno da referenti sulle strategie culturali complessive e che si deve integrare in ogni territorio con esperti locali per aiutare il reperimento e il monitoraggio dei materiali inseriti;
  • una strategia editoriale e una caratterizzazione “stilistica” di AtlasFor, da precisare man mano che si vanno formando gli operatori che collaborano territorio per territorio.

Nel primo AtlasFor Magazine un editoriale evidenzia la novità del doppio asse di interesse: Patrimonio e ”Paesaggio attivo”.  In APPA infatti gli itinerari di visita del patrimonio culturale si incrociano con la mappa degli eventi e delle iniziative programmati. Il pubblico sa dell’iniziativa di uno dei soggetti attivi presenti in AtlasFor perché l’icona geo-localizzata del soggetto organizzatore “saltella” nei giorni precedenti l’evento e può consultare un calendario degli eventi segnalati sulla mappa, aggiornato in automatico.
La mappa e il calendario, comunque consultabili on-line, possono essere messi a disposizione di qualsiasi sito dell’operatore locale, della ATL o dell’ente che ne faccia richiesta.   
In particolare a Torino si selezionano una ventina degli alberghi di maggiore interesse storico-culturale e si offre l’inserimento di AtlasFor direttamente sui siti della loro attività ricettiva.

Un secondo editoriale è dedicato allo “stile” dei dossier di punti di interesse (POI) che si pubblicano.   Vorremmo restituire “il racconto dell’ospite”, cercando materiali scelti tra quelli messi a disposizione da soggetti (studiosi locali, enti e associazioni) che dispongono di un patrimonio di saperi e spesso di un “tono” del racconto ineguagliabile dalle guide ufficiali e dai siti istituzionali.  Si tratta di individuare e coinvolgere i soggetti interessati a mettere in comune la propria documentazione, molto spesso già organizzata in siti dispersi nel web, quasi sempre poco aggiornati e pochissimo frequentati.

Giovedì, 10 Maggio 2018 12:39

Call APPA Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta

Il call per l’Atlante del Patrimonio e del Paesaggio Attivo è un programma di “popolamento” di LandscapeFor Atlas, per illustrare entro il 2020 circa 10.000 punti di interesse.

ATLAS newlogo3 PER LA SCUOLA

Racconta la città e il paesaggio

Attività di ricerca innovativa per l’alternanza scuola-lavoro nelle discipline umanistiche e della comunicazione. 

Atlas Landscapefor è una piattaforma web con una cartografia “sensibile”, che si può utilizzare anche con tablet o cellulari, sono reperibili, luogo per luogo e con semplicità, i punti di interesse con le relative informazioni. Le informazioni sono riproduzioni di documenti iconografici che possono aiutare a capire meglio il paesaggio, sia urbano che esterno: le carte e le foto storiche, i progetti, i frame di film, i racconti degli abitanti e degli eventi, le opere di artisti, le attività e le iniziative di enti e associazioni.

Il progetto Atlas Landscapefor per la scuola (ALS) offre agli studenti la possibilità di essere non solo i fruitori ma anche i PRODUTTORI di parte di Atlas Landscapefor, con il coordinamento dei loro insegnanti e l’accompagnamento dei tecnici di Landscapefor. Un tema per sperimentare l’efficacia di ALS, concordato con MIBACT è quello dei contesti dei Beni della Lista Unesco: le città storiche, gli ambiti territoriali delle ville palladiane e delle residenze reali, dei siti archeologici e longobardi, dei paesaggi culturali e naturali, come le Dolomiti, il Cilento o le Colline del Vino.

A Torino si sta compiendo una prima sperimentazione, con 6 classi liceali e professionali di due istituti, nei contesti delle Residenze sabaude, bene seriale iscritto nelle liste Unesco. I punti di interesse che gli studenti stanno elaborando sono per ora rappresentati in ALS nell’archivio Alternanza Scuola Lavoro, mentre i contenuti vengono preparati progressivamente, con le ricerche sul campo e in rete.

Alla fine di maggio le ricerche degli studenti che risulteranno di interesse generale, saranno pubblicate nella parte di Atlante accessibile a tutti. Quegli studenti diventano di fatto redattori di una parte dell’Atlante e partecipano a questa grande impresa culturale, acquisendo d’altra parte elementi di un’impostazione metodologica professionale per la ricerca sul territorio in campo storico-culturale, per l’utilizzo dello strumento informatico e del web nella diffusione dei documenti iconografici e cartografici, per gli aspetti comunicativi e di divulgazione nella messa a punto dei testi e della loro versione in lingue diverse.

Approfondisci (in copertina dell’articolo in ACT una mappa con Torino allargata alla cintura, evidenza dei beni unesco Hista e MAb (macro icone?) e punti in elaborazione da parte degli studenti)corrispondente a quello che si apre aprendo l’atlante all’archivio alternanza scuola lavoro (accesi gli archivi unesco e quelli delle due scuole).

Atlas Landscapefor per la scuola.

Attività di ricerca innovativa per l’alternanza scuola-lavoro nelle discipline umanistiche e della comunicazione.

Il progetto Atlas Landscapefor, elaborato dall’Associazione culturale Landscapefor, si propone come una piattaforma digitale, di libero accesso sul web, con materiali che accompagnano il visitatore o l’abitante a conoscere meglio le risorse culturali e ambientali del territorio.  La piattaforma è esplorabile come data base georeferenziato in forma di elenchi (e parole chiave), ma soprattutto come cartografia “sensibile”, dove sono localizzati i punti di interesse con le relative informazioni, oltre alla propria posizione. Su Atlas Landscapefor, che si può utilizzare anche con tablet o cellulari, sono reperibili, luogo per luogo e con semplicità, i documenti iconografici che possono aiutare a capire meglio il paesaggio, sia urbano che esterno: le carte e le foto storiche, i progetti, i frame di film, i racconti degli abitanti e degli eventi, le opere di artisti, le viste di interni o aeree, altrimenti inaccessibili. Non solo le cose e gli spazi, ma possono essere segnalate anche le attività e le iniziative in corso, con spazi autogestiti per gli aggiornamenti.  Le immagini sono accompagnate da brevi didascalie e sono organizzate in modo da poter comporre per ogni  luogo un racconto preordinato.  

Ovviamente il progetto comporta un work in progress sterminato, che riempie la mappa con informazioni e racconti via via che si manifestano interessi per documentare questa o quella città, pezzo di territorio o rete di iniziative.

Sul sito dell’Associazione, www.landscapefor.eu si può visitare l’Atlante nell’attuale stato dell’arte.

Gli studenti sono fruitori ottimali dell’Atlante, utilizzando un mezzo a loro famigliare, come il web, per la conoscenza storico geografica del territorio.

Il progetto Atlante Landscapefor per la scuola (ALS) propone di far svolgere agli studenti non solo il ruolo di fruitori ma anche quello di PRODUTTORI di parte di Atlas Landscapefor.

Infatti con il Progetto ALS li si mette in condizione di utilizzare il software dell’Atlante per produrre e ordinare le loro ricerche, nell’Atlante ma in appositi comparti separati, con il coordinamento dei loro insegnanti e  l’accompagnamento dei tecnici di Landscapefor.

Ove le ricerche di un gruppo di studenti risultino di interesse generale, possono essere pubblicate nella parte di Atlante accessibile a tutti. Quegli studenti diventano di fatto redattori di una parte dell’Atlante e partecipano a questa grande impresa culturale, acquisendo d’altra parte elementi di un’impostazione metodologica professionale per la ricerca sul territorio in campo storico-culturale, per l’utilizzo dello strumento informatico e del web nella diffusione dei documenti iconografici e cartografici, per gli aspetti comunicativi e di divulgazione.

Il progetto gode dell’approvazione del MIUR con cui si sta mettendo a punto una promozione integrata con il MIBACT, per la scelta dei riferimenti territoriali da privilegiare, anno per anno.

In questa fase iniziale il MIBACT ha invitato a sperimentare l’Atlante intorno ad un tema di grande interesse: i siti iscritti nella lista Unesco del Patrimonio mondiale e gli altri siti riconosciuti dall’Unesco (MAB, geositi,...) . L’Italia è il paese che ne detiene il maggior numero, ma la loro fama oscura spesso la qualità (o le criticità) dei contesti paesaggistici e territoriali in cui sono inseriti. Il territorio su cui concentrare l’attenzione per i prossimi 2 anni è quindi riferito ai contesti dei siti Unesco, che nel Piemonte si configurano principalmente come il sistema delle Residenze Sabaude, delle Colline del Vino, dei Sacri monti; in Liguria parte del centro storico di Genova e le Cinque Terre, in Veneto nelle aree della Laguna di Venezia, delle ville palladiane e nelle città di Vicenza, Padova e Verona, oltre al grande compendio interregionale delle Dolomiti, in Friuli i contesti di Aquileia e di Cividale, e poi le grandi città padane: Modena, Ferrara, Ravenna, oltre a Mantova.  Sono città e territori che le scuole possono contribuire ad esplorare in tutte le direzioni, per mostrare e raccontare la ricchezza e la varietà di siti di interesse che accompagnano il Bene-faro inserito nella Lista.

Il Progetto avviato nel Torinese, coinvolgendo i direttori didattici delle scuole superiori dei centri maggiori.

Operativamente gli studenti delle scuole medie superiori si sta svolgendo nel modo seguente:

  • gli istituti, i dipartimenti disciplinari o i consigli di classe interessati propongono direttamente o esaminano le proposte dell’Associazione per attività di produzione di schede per punti di interesse, sulla base di una lista di argomenti e luoghi forniti dall’Associazione, riferiti ad ambiti di contesto a siti Unesco (nella dimensione allargata sopra accennata). Le schede prevedono la raccolta di materiale documentario, la referenziazione delle fonti, il loro ordinamento in forma di racconto per immagini, la dotazione di didascalie esplicative, l’eventuale traduzione in lingue straniere, l’elaborazione tecnica delle immagini per l’immissione sul web, con tutorial di formazione e accompagnamento a cura dell’Associazione Landscapefor;
  • nelle proposte con questa modalità si congiungono gli aspetti di progetto scolastico di classe e quelli di sperimentazione dell’alternanza scuola-lavoro, di cui alla Legge 107/2015, che possono essere variamente bilanciate secondo i programmi degli istituti o dei dipartimenti (nell’esperimento torinese per una scuola si è scelto un modulo da 70 ore, in un anno, per l’altra, 150 sviluppati su due anni) ;
  • i docenti interessati, di concerto con Associazione Landscapefor, definiscono il percorso e l’articolazione del progetto in dettaglio e attivano percorsi di co-progettazione scuola-azienda precisando in particolare:
  1. la definizione delle competenze da acquisire tramite l’alternanza, riferite agli obiettivi formativi del curricolo e del progetto;
  2. l’articolazione operativa del progetto: luoghi, temi, sviluppo temporale, durata, sequenze;
  3. l’approfondimento del profilo degli allievi, per specificare eventuali opportunità o necessità particolari di apprendimento, con riferimento agli aspetti sopra delineati;
  4. i compiti della Scuola e dell’Impresa (Associazione Landscapefor) nel percorso formativo in alternanza;
  • gli insegnanti individuati come tutor vengono formati con un breve corso diretto per acquisire le competenze per gestire un gruppo di studenti in un ambito dell’Atlas di Landscapefor, che viene messo a loro disposizione per i mesi necessari;
  • gli studenti partecipanti vengono istruiti con un corso iniziale (8/10 ore, anche on-line) di uso del database, della georeferenziazione e del software specifico di Landscapefor Atlas, e delle modalità di scrittura per le didascalie dei documenti. Gli studenti lavorano in gruppi o singoli, a scuola o a casa, riferendosi alle biblioteche del territorio e ad altre fonti indicate dai docenti e dai tutor;
  • un team di tutor interni (docenti) ed esterni (Ass.Landscapefor), organizzato in modi diversi a seconda delle disponibilità di ciascun istituto, assicura comunque l’accompagnamento e il monitoraggio del percorso formativo e delle competenze acquisite, elaborando in conclusione un report sull’andamento dell’attività formativa secondo quanto prescritto;
  • i tutor (interni o esterni) intervengono on line sulle attività del singolo, indicando correzioni o  risolvendo difficoltà in itinere con forme di assistenza in remoto da parte di Landscapefor. Gli studenti possono vedere il lavoro dei loro compagni ed intervenire. Ogni intervento viene registrato con data e nome dell’operatore;
  • le elaborazioni messe a punto dal gruppo facente capo ad uno (o più) tutor sono sempre visibili per l’intero gruppo e, una volta terminate, possono essere presentate per essere “pubblicate” nell’Atlas, previa validazione di un comitato scientifico. In ogni caso le elaborazioni possono essere in qualsiasi momento scaricate in formati .pdf;
  • le biblioteche locali e, ove possibile, le amministrazioni comunali, vengono coinvolte per costituire punti di raccolta del materiale documentario non disponibile sulla rete, a cui gli studenti devono poter avere accesso per le riproduzioni e l’inserimento in Atlante.
  • una o due volte nel corso del programma può essere organizzato un apposito workshop di mutua presentazione dei lavori, con confronto tra le classi e illustrazione del territorio e degli ambiti indagati da parte di ciascun gruppo (tra diversi istituti di un ambito territoriale);
  • eventuali approfondimenti (ad esempio introduzione ai Sistemi Informativi Territoriali, gestione dei contenuti multimediali, scansioni e trattamento delle immagini, criteri di archiviazione dei documenti) vengono messi in campo caso per caso, in base alle esigenze specifiche.

I costi della partecipazione sono proporzionati al numero di studenti e ai servizi richiesti, ma in ogni caso sono riconducibili ai fondi disponibili per l’offerta formativa di classe e per l’alternanza scuola-lavoro.

Con Landscapefor Atlas si è avviata una raccolta di documentazione sulle più interessanti iniziative di “paesaggio attivo”, cioè degli interventi e delle strategie di gestione del paesaggio che soggetti diversi, pubblici e privati, stanno attuando per la valorizzazione di luoghi e qualità identitarie del territorio. Ciascun soggetto gestore delle iniziative può attivare una finestra nel Punto di interesse dedicato, in cui può autonomamente inserire i propri aggiornamenti, gli eventi, le nuove iniziative e gli aspetti logistici di interesse per il visitatore.

Si è completata una prima raccolta di documentazione sulle 80 iniziative che si sono candidate per il Premio Fare paesaggio, indetto dall’Osservatorio del Paesaggio della Provincia di Trento; si stanno raccogliendo i materiali interessanti dei Piani di gestione dei Siti Unesco iscritti alla lista del Patrimonio, al panel delle Città creative o degli ambiti MAB.

Infine, per la Giornata del paesaggio, si sta avviando una presentazione sull’Atlante dei partecipanti segnalati o menzionati ai bandi per la selezione delle candidature al Premio del paesaggio europeo, a partire da quelli selezionati nel 2017, e poi a ritroso, nel 2015, nel 2013 e precedenti.

Nei prossimi mesi, si intende completare la documentazione dei Siti Unesco e dei Premi del paesaggio, aggiungendo altri materiali, ad esempio relativi al Premio La fabbrica nel paesaggio, curato dalla Ficlu, che raccoglie i Club e i centri Unesco, che negli ultimi 8 anni ha selezionato oltre 100 iniziative notevoli di imprese che hanno valorizzato luoghi e complessi di edifici con le loro attività.

 

16th Council of Europe Meeting of the Workshops for the implementation of the European Landscape Convention

Landscapes and transfrontier cooperation: Landscape knows no border | Paesaggio e cooperazione transfrontaliera: il paesaggio non conosce frontiere

Andorra la Vella, Andorra, 1-2 October 2015

Al meeting COE organizzato in cooperazione con il Ministero dell’Ambiente, dell’Agricoltura e dello Sviluppo sostenibile del Principato di Andorra, nell’ambito del Programma di lavoro per l’applicazione della Convenzione europea del paesaggio, partecipa anche Landscapefor.

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