Landscapefor Doc: una raccolta ordinata di materiali utili per il paesaggio attivo

  • interpretazioni e studi sui temi teorici di maggior rilievo: la multidisciplinarità.
    il rapporto con il tempo, il segno nel paesaggio

  • indagini, piani e progetti per conoscere le tecniche e le problematiche
    della rappresentazione e dell’intervento utili

  • un repertorio di pratiche di gestione e partecipazione del paesaggio attivo
    nei contesti naturali, rurali ed urbani

  • un catalogo aperto di organizzazioni smart per i servizi territoriali e paesistici
    (trasporti, alimentazione, turismo, infanzia, tempo libero)

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SuperLS4

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Il numero speciale del Magazine è dedicato alla presentazione di AtlasFor per la città di Torino del 9 aprile al Circolo dei Lettori. La serie degli interventi ha inizio con il contributo di Paolo Castelnovi:

  • il saluto della Città, intervento di Alberto Sacco, Assessore al Commercio e al Turismo della Città di Torino.
  • La valutazione strategica, Daniela Broglio, Direttrice Turismo Torino e Provincia, descrive i potenziali scenari di sviluppo e utilizzo della piattaforma.
  • L'occhio dell'architetto, come raccontare un progetto su AtlasFor con la testimonianza dell’architetto Luciano Pia, progettista del 25 Verde.
  • Valorizzare l'architettura recente, Emilia Garda, docente nel Politecnico di Torino, consigliere della Fondazione per l’Architettura di Torino, propone AtlasFor come strumento per lo storytelling dell’architettura recente della città.
  • Paesaggio Attivo: il Caffè Elena, il punto di vista di un imprenditore sulle potenzialità offerte dall’atlante: intervento di Fulvio Griffa, titolare dello storico Caffè Elena.
  • Una prova riuscita per un grande progetto: intervento di Ugo Bacchella, Presidente Fondazione Fitzcarraldo di Torino.
  • Alleanze virtuose: la valutazione di un partner strategico: intervento di Caterina Fioritti, Vice Presidente di Federalberghi Torino.

Leggi tutti gli articoli sul Magazine

Leggi l'articolo di Marina Paglieri riguardante AtlasFor pubblicato il 7 aprile su "La Repubblica".

Giovedì, 27 Dicembre 2018 13:08

Un manifesto: ATLASFOR CONNECTING SMART CITY

(Sovrapposizione delle metropolitane di 100 città di Eugenio Caterino su organiconcrete.com)

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni - Dicembre 2018

Un manifesto: ATLASFOR CONNECTING SMART CITY

Oggi, nell’eclisse di credibilità delle grandi strategie pubbliche, i criteri stessi del “bene comune” non si possono più dare per condivisi. È tempo di verifiche e di schieramenti che coinvolgono anche chi lavora nella e per la cultura, perché sono i fondamentali stessi della cultura a essere messi in discussione. È tempo di mostrare come i temi culturali di cui ci occupiamo siano agenti di qualità della vita e di sostenibile e diffuso benessere. E’ tempo di mostrare che la cultura serve.

La cultura è preziosa perché è l’unico luogo dove si trovano, di default, risorse di energia, di know-how, patrimoni umani e materiali per costruire in modo pacifico, collaborativo, piacevole, la casa di domani. Ma oggi non basta più dichiarare l’intenzione, l’obiettivo, la strategia: le parole “stanno a zero” perché troppe, inflazionate, non verificabili. Ormai abbiamo bisogno di consolidare costrutti operativi, di accertare pratiche e di appoggiare sperimentazioni. Dobbiamo mostrare che serve, dobbiamo ricominciare bottom-up a mettere in rete i Saperi sperimentati e in costruzione e farne vedere l’efficacia e la sostenibilità.
Per sostenere il ruolo politico della cultura - perché è di questo che stiamo parlando - è urgente verificare se e a quali condizioni queste reti - come le calze - riescano ad essere “autoreggenti” in assenza di “giarrettiere” istituzionali. E’ ormai una urgenza politica, che vale per la cultura “laureata” ma anche per quella dell’innovazione.
Per la prima occorre almeno riconnettere la Scuola ai Saperi e ristabilire la credibilità dello studio del passato per capire come comportarsi nel futuro. Ma occorre anche ripensare il ruolo della cultura dell’innovazione, ad esempio quella di “Smart City”, che diventa inutile se - producendo servizi - non si occupa di farne comprendere e condividere tra i “city user” il valore in termini di sostenibilità, di integrazione, di etica sociale.


SMART CITY AL SERVIZIO DEL PAESAGGIO ATTIVO
Ma in particolare bisogna condividere le priorità. Occorre tener conto che, in questi anni, il “senso comune” delle comunità urbane ha avuto come priorità: la sicurezza, l’inclusione sociale, la lotta al disagio e alla povertà, la ricerca di lavoro soddisfacente. Sono temi sedimentati, per i quali ormai una parte di popolazione, che potremo definire “passiva”, attende soluzioni millenaristiche da affidare a “uomini della Provvidenza”; in tal quadro, troppo poco ci si attrezza ad affrontare con un’etica della responsabilità da rigenerare usando la cultura, anche nella dimensione high tech dei progetti Smart City. Eppure proprio l’alleanza tra nuovi/antichi strumenti culturali e comportamenti responsabili delle comunità ha prodotto un nuovo fronte di strumenti per la sostenibilità ambientale ed energetica: il solo che forse ci può ancora far evitare disastri epocali. Anche i temi delle sicurezza, dell’inclusione, del lavoro richiedono una analoga alleanza. E soprattutto una analoga intelligenza laica e spirito di collaborazione responsabile, unico antidoto al polverone delle insofferenze egoistiche e del rinvio vigliacco dei problemi ad .
Una collaborazione tra la cultura tradizionale e Smart City supera l’effetto di un’iniezione di tecnologie per la sostenibilità e l’efficienza della città, e può generare risposte differenti alle problematiche socioculturali in cui si dibatte la comunità urbana. Vogliamo dare strumenti non solo a chi percepisce il disagio ma interagisce con i cambiamenti disagevoli del paesaggio sociale e culturale e vuole reagire con azioni di contrasto: li chiamiamo (e ci chiamiamo) PAESAGGIO ATTIVO.
Siamo tanti, siamo diffusi ma siamo piccoli, siamo così impegnati nel nostro microcosmo da trascurare di fare rete, di acquistare massa critica, di essere riconoscibili anche da chi non conosciamo.
Con chi è impegnato nell’universo “Smart City” vorremmo studiare strumenti per potenziare il dialogo tra gli attori del Paesaggio attivo, per agevolare una mediazione culturale, sociale e generazionale che non solo responsabilizzi i soggetti ma li porti a condividere fasi e obiettivi dei progetti che affrontano temi sociali e culturali.
Perciò pensiamo la Città Smart come un processo culturale che si radica in chi la abita. Quanto più si adatta alla forma della comunità e del territorio urbano, tanto più si riconosce di valore poiché i nuovi servizi sono adottati come propri da chi li usa.
Lavoriamo quindi per unire - nei progetti dei nuovi servizi – la cultura tradizionale con quella innovativa della Smart City. Se da una parte potenziamo il senso secolare di identità mediterranea (sana, solare, accogliente) e di spirito illuminista, collaborativo e partecipante che ci fa dire: abbiamo costruito nei secoli la nostra città per presentarla agli ospiti, dall'altra dovremo usare la cultura di Smart City per farci responsabili della gestione della città “nostra”, fino a poterci vantare: chiediamo scusa, ma stiamo lavorando per NOI.

MAPPE PER RICONOSCERSI COME PAESAGGIO ATTIVO
In questa fase possiamo tentare un inventario del Paesaggio attivo. Anche se è bene essere privi di modelli metodologici consolidati di valutazione, nel chiamare a raccolta tutte le esperienze, i cantieri, le start up presenti sul territorio, occorre comunque stabilire alcuni requisiti fondamentali, affinché le attività possano dare un contributo di interesse generale; ovvero, è necessario che le iniziative di Paesaggio attivo si pongano:
1) criteri organizzativi che mettano al primo posto le relazioni con gli utenti e con le altre attività in termini di:
a) ascolto delle esigenze espresse e analisi dell’impatto reale e percepito delle problematiche emerse sulla qualità della vita, i diritti, gli spazi e i comportamenti pubblici; b) crescita di comportamenti responsabili e consapevoli; formazione di reti partecipative; condivisione di modelli di governance dei progetti adeguati in termini di competenze, ma estese il più possibile nei comportamenti comuni;
2) strategie per promuovere e sostenere il programma nel tempo, favorirne la revisione e l’integrazione, raccogliere i feed-back di valutazione e mostrare l’interazione attivata, misurare e diffondere i risultati.
A tale scopo occorrono impegni tenaci e competenze non solo specialistiche per confrontare situazioni ed esperienze nella loro evoluzione temporale e territoriale, sulla base di dati e documenti scientifici accessibili ai cittadini interessati. Ormai è evidente che non basta esporre “Open Data”: questi possono essere la base per una narrazione coinvolgente del percorso che si sta compiendo, aprendolo all’ascolto anche di soggetti non immediatamente interessati ma vicini (per diversi motivi) a chi è direttamente coinvolto. E’ l’unico modo per ampliare il progetto e renderlo politicamente rilevante: come insegnano le esperienze di Sharing e di Circular Economy, che si reggono su uno sviluppo costante della platea coinvolta.
A fronte di una grande quantità ed eterogeneità di voci ed esperienze e delle loro interazioni, diventa indispensabile una modalità di rappresentazione ordinata per gestire in modi differenti una complessità che minaccia di rendere incomunicabile la raccolta (e quindi fallire l’obiettivo di fare rete) lasciando ciascuno nel proprio ambito settoriale/locale dal quale non nasce nulla di nuovo.
Le mappe (territoriali e concettuali), come le carte geografiche degli esploratori, sembrano lo strumento più adatto ad avvicinare soggetti diversamente interessati alla ricognizione del Paesaggio attivo.
Proprio con questi strumenti base (di ascolto, di messa in rete e di comunicazione delle esperienze) agisce la piattaforma ATLASFOR, che con il progetto APPA - Atlante del Patrimonio e del Paesaggio attivo - localizza, documenta e racconta accanto al Patrimonio (le cose e i luoghi) anche le iniziative e gli esperimenti di interesse culturale di servizio pubblico, privato e del III settore: il Paesaggio Attivo.
In APPA assumono anche un ruolo strategico le strategie “Smart City” degli assi “Living”, “People”, “eGovernance”, in questi anni paradossalmente poco esplorati nelle loro potenzialità. Sono ambiti di azione che, nella prospettiva dei promotori, dovrebbero accompagnare e fare da supporto socio/politico/etico agli aspetti “Economy”, “Environment” e “Mobility” che primeggiano nei programmi di finanziamento EU per Smart City.
Perciò ATLASFOR si propone come strumento base per una strategia CONNETTING SMART CITY:
La prima prova di APPA che interessa le Start Up di Smart City si sta compiendo in questi giorni a Torino e sarà pubblicata ai primi del 2019 su AtlasFor: coinvolgendo e documentando un centinaio di iniziative, tra tradizionali e innovative.


É in lavorazione la documentazione di AtlasFor per altre aree strategiche di Piemonte e Liguria, avviando così uno strumento culturale di nuova generazione, in grado di suscitare una differente modalità di turismo, quello “politico”, curioso delle pratiche culturali innovative che fanno piacevole e condivisa la città e il territorio.
Integra, commenta, aderisci a questa bozza di Manifesto.

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Giovedì, 27 Dicembre 2018 12:47

Pretendere il piacere vero

(Giovanni Battista Piranesi, Arco di Tito, 1756 1760, acquaforte, Museo di Roma)

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni - Novembre 2018

Pretendere il piacere vero

Un predicozzo ai giovani, il nuovo proletariato che non ha da perdere che le proprie incertezze, che può (deve) ribellarsi a quanti, accampati come i pecorai nella Roma di Piranesi, governano senza idee un paese sempre più indebitato e sempre meno disponibile a qualificare il futuro usando le proprie radici culturali.

Ma perché quelli che sono messi peggio sono quelli che protestano meno? Di questi tempi non hanno voce i 30 milioni (metà del Paese) che hanno meno di 30 anni o che sono loro genitori. Non si accorgono che stanno perdendo la possibilità di vivere al meglio il futuro?

Come mai non gridate: voglio sapere quali effetti avranno le politiche proposte da chi comanda tra 10, 20 e 30 anni?
Perché non capite che qui comanda qualche milione di maschi bianchi, abituati a non fare i conti con i soldi che hanno, che si propongono di continuare a vivere (male) sopra le proprie disponibilità, facendo pagare questo lusso di oggi a voi, adulti del 2040?
Perché non ricordate l’abc delle regole borghesi: guardare bene ai lati quando si attraversa, non accettare caramelle dagli sconosciuti, non prendere mai niente a debito e, se si prende, saldare immediatamente…. perché non vi indignate dei padri che vi fanno vivere in mano agli usurai e non gli dite in faccia che quando lo strozzo si alza (lo spread) non dipende dall’usuraio (è ovvio, è la sua parte in copione) ma da chi va a chiedergli soldi, pur non avendone assoluto bisogno?

Ma non è una questione solo economica: c’entrano le scelte di vita fondamentali.
Infatti è comprensibile che noi adulti non ci pentiamo dell’egoismo e dell’accidia, di esserci impegnati poco e male per il bene del Paese e di aver vissuto più in grande del nostro portafoglio, ma è incredibile che anche voi giovani, che evidentemente non avrete quelle possibilità, non vi orientiate diversamente.
Perché prevale il tirare a campare? Perché il motto del ’68 “siate realisti: chiedete l’impossibile” oggi si declina nella richiesta di avere una paghetta permanente? E quando tra due, tre anni, un ragioniere cattivo dirà: “non ci sono più i soldi, basta paghetta”, voi che farete? Pesterete i piedi per terra?
Perché non pretendete che si premi il lavoro che si fa non solo per avere una paga ma per partecipare a un’impresa per il bene comune? Perché non rivendicate il diritto di provarvi nel lavoro più nobile e utile senza essere ostacolati, senza sentirvi di serie B, senza che vi si dica, sotto sotto: tanto voi lavorate per piacere e quindi cosa volete di più?
Perché, conoscendo il mondo digitale, credete a quelli che dicono. contro ogni evidenza, che ci saranno posti di lavoro uguali a quelli dei vostri padri che vanno in pensione presto “per farvi posto”? Perché fingete di non capire che l’Italia è vissuta per 70 anni di piccola impresa, quasi di lavoro artigiano, di impiegati in termini e competenze che ora non hanno più spazio, non essendosi mai evolute e aggiornate?
E tra 10 anni come farete se non vi inventate nuove competenze da farvi pagare con il nuovo lavoro? Perché non gridate che non volete lavori da schiavi, per paghe da schiavi, e volete usare la vostra eredità senza venderla, che volete mettere a frutto il patrimonio di 50 generazioni, quello che non è ancora stato venduto dai vostri padri?

Perché rinunciate ad attrezzarvi per uno spazio economico e di conoscenza adatto a voi e a viverlo qui, nei prossimi 30 anni, quando questo Paese sarà definitivamente casa vostra? E perché invece accettate di studiare materie a caso per farvi buttare fuori, a trovar lavoro in un’Europa spietata e indigeribile non solo perché è fredda nei comportamenti, ma perché è incapace di reazione, di sentimenti forse irrazionali ma potenti e motivanti davanti ai grandi cambiamenti?
Perché non vedete quanto è incapace di progettare in modo utile chi vi caccia all’estero dove sarete sfruttati per il vostro sapere, formato in questa vituperata scuola che nessuno vuole finanziare ma che ancora rende nel mondo?

Perché in questi anni, in cui ogni sapere è accessibile gratuitamente, ogni ricerca circola, ogni connessione tra idee è disponibile, non usate neanche un milionesimo di questa immensa opportunità e chiedete che la scuola venga facilitata, l’accesso alle risorse facilitato, i diritti facilitati quando è evidente che la realtà è sempre più complessa e le pappe facilitate non vi danno competenze e forza per affrontarla?
Perché non insorgete chiedendo di affrontare le complessità, le realtà, e non versioni fasulle della realtà, favole piene di orchi e di principesse, adatte solo per addormentarsi impauriti e aspettare il dolcetto premio per aver votato l’imbonitore di turno?
Perché cercate di non esercitare la memoria, che vi consentirebbe di riconoscere e forse evitare errori fatti non 100 ma 10 o 20 anni fa, che tutti noi vecchi abbiamo vissuto e che facciamo di tutto per rimuovere e non analizzare? Noi siamo vigliacchi, ma voi siete masochisti, che è peggio.
Perché non cercate di capire le radici dei nostri sbagli e accettate di vivere in un Paese dove ci comportiamo come se non fosse capitato a noi di votare, sempre in nome del Cambiamento, per governi che hanno raddoppiato il debito in 10 anni (Craxi e democristiani), per governi che ci hanno portato allo spread insostenibile (Berlusconi), per governi che pur di non entrare del merito della giusta mercede, pur di non toccare in modo differenziato i patrimoni, hanno via via penalizzato sempre più il lavoro utile e lasciate intatte tutte le rendite, buone e cattive (ultimi PD).

Ma andiamo al nocciolo. Perché, pur pensando bene all’ambiente e all’accoglienza, no alla guerra e pochi sprechi, non avete più il gusto di aiutare gli altri e vi sfiancate alla ricerca di piaceri personali che sempre meno trovate?
Perché vi allontanate dalla curiosità della vita vera, dal brivido del progetto in cui sporcarsi le mani con gli ideali mescolati alle condizioni operative reali, e vi rifugiate in spazi virtuali dove avete sempre ragione, mai una riflessione, sempre un mito da imitare e un nemico da combattere ottusamente, a prescindere?
Ma dove è il piacere? È quello dei paurosi della realtà, che vogliono falsificazioni ad usum delphini, rappresentazioni manichee, giochi gladiatori, puttane, droghe?
E il piacere della prova di sé a favore degli altri, dell’avventura di fare ciò che i padri non sono stati capaci di fare, del cavarsela con un gruppo di amici, dell’amore forte e progettuale, dell’impresa di fare figli a cui dare strumenti per un futuro libero e grintoso?
Pretendete quel piacere: è l’unico che vale la pena.
Quando lo si è provato non conta più nulla dei pochi soldi, delle palle che ci raccontano, dei palliativi digitali, dei nemici virtuali: conta la vita, la realtà e l’impresa di muoversi assieme ad altri compagni di avventura, conta la forza, il coraggio, il progetto per raggiungere un obiettivo NOSTRO.

Oggi in Italia lo spazio dove esercitare forza e coraggio si chiama Cultura. E’ un gigantesco deposito di rovine piranesiane che darebbe le vertigini a milioni di studiosi. Come nella Roma di Piranesi le figure stremate e ciondoloni sotto gli archi e le colonne, oggi la nostra cultura è presidiata dai rottami di uno sfruttamento rozzo e superato, che potrete spazzare facilmente se proporrete un nuovo paradigma convincente e sostenibile. E’ una risorsa primaria riconosciuta a parole da tutti e coltivata da nessuno, smisurata, un giacimento che attende solo chi sappia utilizzarlo. E’ qui, intorno a noi: è la spada nella roccia, a disposizione di chi voglia estrarla. Ma attenzione, lo potrà fare solo chi la voglia utilizzare per il bene comune, senza buttarla via, lasciandola meglio di prima ai suoi figli.
Per una volta ha senso dire: prima gli italiani (giovani, quelli che ci credono). Sì, perché voi, se credete nella nostra cultura, partite avvantaggiati dal sapere diffuso che respirate ogni giorno, dai paesaggi intorno, da ciò che potete studiare a portata di mano: per voi sarà più facile e più appagante di quanto possiate immaginare.

 

Mercoledì, 10 Ottobre 2018 12:04

Cultura: chiuso per inventario

(Paul Klee, 1928)

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni - Luglio 2018

Cultura: chiuso per inventario

Un inventario delle pratiche culturali e degli operatori. Esperimenti e attività reali per reagire alla pseudocultura degli slogan e dei fantasmi non verificabili.

La nonna diceva: se non sai cosa fare metti in ordine!

Ora è veramente difficile sapere cosa fare. Diciamocelo: siamo spiazzati. Dopo anni di impegno a mostrare che la cultura non è una sovrastruttura, che è parte dei temi economici, che quelli sono la vera struttura del mondo, il mondo smette di andar dietro ai temi economici, e d’improvviso è conquistato da chi impone davanti a tutto temi culturali.

Non stiamo a sottilizzare che non si può chiamare cultura quella dello sparare a vista agli estranei, dello stare chiusi in casa propria, della gogna a chi la pensa diversamente. Non è certo economia, i cui conti non tornano neppure nei provvedimenti economici dei vari governi, non è funzionalità della cosa pubblica, non è strategia diplomatica. E’ invece creazione di valori ideali, perseguimento di concetti astratti, dichiarazione di diritti. Ciò che fa la cultura.

Attenzione: non conta che i valori che ora vengono pubblicizzati sono il contrario di quelli dell’Illuminismo, che i concetti perseguiti sono fantasmi per paure pompate senza riscontri reali, che quei diritti gridati come slogan calpestano i Diritti dell’Uomo che credevamo definitivamente consolidati nella modernità. Questi che emergono oggi, anche se sono antistorici, sono riferimenti valoriali che dureranno a lungo, che resisteranno a prove contrarie sino alla catastrofe, che genereranno crisi isteriche difficili da curare, come per ogni malattia mentale o ideologica. Forse non ci saranno maggioranze a crederci, ma in tanti non molleranno, neppure di fronte all’evidenza, perché abbiamo accreditato che qualsiasi idea vale, che non c’è né criterio morale né razionalità del riscontro con il reale che tenga. Quando si accredita che il fine giustifica i mezzi, c’è sempre qualcuno che dice: perché per il Principe sì e per me no? Quando anche una sola volta chi governa accetta di sostenere a oltranza una menzogna a fronte della realtà, tutta la primazia della verità scompare e non ci sono più parole che tengano.

Con queste emergenze che sembrano politiche ed etiche ma sono in primis culturali abbiamo a che fare, ed è sciocco continuare a comportarsi come un professore di liceo alle prese con una classe di immigrati, che pensa: e Foscolo? (e si dimentica che il trentenne Foscolo scappa esule dall’Italia in piena Restaurazione, dopo aver richiamato da una cattedra e riscuotersi dal torpore: “Italiani, io vi esorto alle storie…”)

All’Uomo di Cultura viene spontaneo rifiutare questa scalata ostile alla padronanza dell’azienda del Sapere che credeva di dominare senza problemi, e vigliaccamente si rifugia in una sdegnata presa di distanza. L’ha fatto con il fascismo, lo farà anche ora. Chi vuole andare controvento deve attrezzarsi per un viaggio se non solitario di pochi, in mare incognito, probabilmente tempestoso.

D’altra parte anche chi, senza proclami e visioni strategiche, è operatore culturale non sa bene cosa fare: siamo di fronte a ministri nuovi molto attenti a non scoprire le carte, a una intera generazione di direttori ministeriali pensionati o pensionandi, al blocco degli investimenti regionali.

Insomma, questi mesi sono di vacanza, nel senso più largo del termine.

E’ l’occasione per ragionare di Cultura nel complesso, per fare il punto un po’ in profondità, come i bravi allenatori che, dopo un disastro agonistico, riprendono l’intera impostazione di gioco a partire dai fondamentali. Ecco, ricominciamo dai fondamentali, riprendiamoci il galileiano riscontro delle teorie con gli aspetti reali, che è il ponte per il cambiamento, è democraticamente constatabili da chiunque, ci permette di verificare dove e come la Cultura ci offre ancora quella funzionalità e quel piacere che l’hanno resa così utile.

Dobbiamo riguardare ad una serie di assiomi che abbiamo da troppo tempo dato per scontata: verificare se è ancora vero che il liceo classico ti avvantaggia nella vita, che una serata a teatro è un piacere poco sostituibile, che una visita in un luogo d’arte ci lascia soddisfatti, che il paesaggio interessante è guardato e non mangiato e bevuto. Già che ci siamo verifichiamo quanti sono gli interessati all’arte contemporanea che non siano artisti o mercanti, quanta poesia oggi passa per i libri invece che per le canzoni, quanti si rendono conto che studiamo come modelli Cristo, Ulisse, Garibaldi: stranieri che portavano scompiglio in patrie altrui. E se la risposta è: pochi, pochissimi, allora dobbiamo capire che il problema di una Cultura disadattata è di sostanza, non di abilità comunicativa di questo o quell’imbonitore. E’ nella sostanza di ciò che vantiamo come Cultura che dobbiamo guardare, e cambiarla se ciò che viene recepito non ha più il potere nutritivo che davamo per certo.

Mai come oggi si può, si deve, mettere in ordine.

Ma il riordino non serve a nulla se dà solo strumenti per scontrarsi a parole, per diatribe su chi ha i concetti migliori o chi si proclama realistico contro chi mente o fantastica.

Il riordino deve servire non a dire ma a fare. A fare azioni culturali che superino quella cultura che non è più attrattiva, non genera piacere e non si capisce quanto renda.

Io parto dall’ipotesi che la pianta che fruttifica la nostra cultura sia ancora buona, ma che abbiamo lasciato sviluppare ramaglie e parassiti senza curarci del fatto che progressivamente la nostra frutta era sempre meno comprata.

Occorrono nuove azioni, che partano dalla pianta buona ma che siano evidenti nella loro novità: dobbiamo capire sin dove si deve potare il ramo perché rifiorisca. Ma se, come mi sembra evidente, le ramaglie e i parassiti sono per lo più parti aggiunte, sovrastrutture, che sono intervenute non dove si produce cultura, ma dove la si rimesta, la si coordina, la si mette in circolazione, allora occorre risalire a dove la pianta produce i frutti, e provare a scartare o sostituire tutte le fasi successive, di post-produzione.

Mi piacerebbe che il riordino avesse il sapore di un inventario, di quella ricognizione delle risorse operative già disponibili che si rimanda sempre, come in un guardaroba quando si è abituati ogni giorno a usare ciò che è fuori dagli armadi, anche se ormai liso e stinto.

Quindi propongo a ciascuno di quelli che si apprestano ad andare controvento, di fare un elenco, una mappa, un layout di chi conosce seriamente impegnato a FARE cultura. Non di chi ne parla, di chi coordina, di chi gestisce. Rendiamoci conto delle aziende, delle associazioni, degli insegnanti, degli operatori di progetti attivi che conosciamo. Ascoltiamone il lavorio incessante, cerchiamo di capire come amplificarlo, come farlo emergere, come farlo apparire in termini sistematici e coprenti, come farlo apprezzare da chi lo usa tutti i giorni e non porge attenzione.

Nelle scorse settimane sono andato a quattro della dozzina di incontri a cui ero invitato. Per l’educazione al paesaggio, per la soft economy, per il coordinamento dei patrimoni archivistici. In ciascuno dei convegni tre o quattro relatori e salutatori dicevano generalità in un’aula più o meno gremita. Poi, per ore, davanti a poche persone, a dieci minuti a testa, dozzine di report di esperienze, spesso interessanti, sempre piene di voglia di fare, di progetti da poche migliaia di euro, di operatori che consumano mesi per un’impresa di giorni, che curano un bene, che sviluppano un’idea a scala locale, che mobilitano una classe di ragazzi o un circolo di pensionati, che attrezzano per lavori desueti un gruppetto di migranti.

Sono pratiche culturali indenni dalla corruzione delle parole d’ordine populiste, inconfrontabili con l’ottusità degli slogan di massa perché verificano ogni giorno e in ogni luogo la realtà delle situazioni, mobilitano davvero le persone e ottengono risultati effettivi, anche se spesso ridotti nelle dimensioni e nel tempo.

Se l’inventario si attua in modo complessivo ed esteso, permetterà a ciascuno dei partecipanti attivi di capire in quale compagnia si trovino, quale copertura del paese garantiscano, quanti utenti affezionati raggiungano. Diventa un censimento qualitativo, che permette a ciascuno di rendersi conto dell’esercito a cui partecipa, quell’esercito per il quale la cura delle persone e delle cose è il patrimonio culturale per cui siamo noti nel mondo ed è quello che ci tiene aperte le porte del futuro.

E forse, a partire da questa consapevolezza, cominceremo a reagire, a rifiutarci di essere riconosciuti non come paese della cura e della bellezza ma come paese che investe nella paura e nelle fabbriche di armi e che si scandalizza se una ditta di pannolini e biberon fa una pubblicità che invita esplicitamente a fare l’amore, a fare figli, a fare il futuro.

Ma bisogna partire sapendo che a fronte di questa pseudocultura incalzante di slogan e fantasmi non conteranno le parole, ma i fatti, quelle opere delle migliaia di persone che ogni giorno provano, sperimentano, inventano cose da fare per interessare i ragazzi, consolare i vecchi, accogliere i diversi, divertire gli adulti con la curiosità, la conoscenza, la dignità della propria storia e del proprio territorio.

Mercoledì, 10 Ottobre 2018 12:00

Stato delle Strutture (infra)

(ponte in costruzione -dalla rivista  Informes de la Construcción Vol. 21, nº 200 Mayo de 1968- pubblicata nel blog www.studiotecnicopagliai.it)

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni - Agosto 2018

Stato delle Strutture (infra)

La cause del disastro di Genova sono molto profonde e segnalano crepe devastanti nel ruolo dello Stato come imprenditore strategico, un ruolo a cui siamo abituati dall’Unità d’Italia ma che ormai ha perso vela e timone. I cambiamenti necessari per risanare la gestione delle infrastrutture penetreranno nel cuore della struttura dello Stato.

Quando, nel dicembre del 1853 si inaugura la ferrovia Torino-Genova, lo Stato dei Savoia esulta per l’impresa della prima connessione italiana tra due grandi città, realizzata con genio e fatica, soprattutto nel tratto appenninico con il primo tunnel di grandi dimensioni. Cavour ha spinto e agevolato la linea che dà uno sbocco sul mare alla pianura e a Torino, in modo che le nuove produzioni industriali possano interagire in mercati internazionali, come si conviene a chi ha programmi di sviluppo strategici di lungo periodo. Sin qui il libro scolastico.

E’ meno noto che Cavour riprende il programma di un collegamento tra le due città che era stato promosso da imprenditori genovesi, vent’anni prima, ansiosi di trarre vantaggio dalla fine dell’isolamento della Repubblica marinara e dall’inserimento forzato di Genova nello Stato sabaudo.

Ma è ancora meno noto che nello stesso 1853 Cavour promuove la nascita dell’Ansaldo, industria siderurgica navale e meccanica genovese, investita dal Governo del compito di ridurre la subalternità del Regno alle produzioni inglesi di navi e locomotive, che nel 1857 riorganizza la Cassa Depositi e Prestiti (fondata nel 1850) indirizzandola a finanziare le opere strategiche come le ferrovie, e che nel 1859 istituisce la Scuola di Applicazione per gli Ingegneri, prodromica del Politecnico (che si istituisce oltre 50 anni dopo).

Il modello di governo di Cavour affronta la modernizzazione del Paese come un progetto sistemico, che non rifiuta la complessità ma anzi ne fa uno strumento per raggiungere risultati attraverso un insieme di approcci coerenti e indirizzati allo stesso obiettivo. Coordina le forze pubbliche e private e mette le risorse del paese in condizioni di affrontare un programma complesso. Tout se tien: la macchina per assicurare la disponibilità delle risorse di investimento, la via ferrata, la fabbrica per il materiale rotabile, la scuola per progettare, gestire, mantenere il nuovo servizio strategico.

E’ in questa visione del mondo, dei processi storici e delle politiche per governarli che ha senso la parola “struttura”, che significa - nelle discipline applicate - “un sistema di relazioni che ha regole interne di funzionamento e di adattamento”. Solo se si ha bene chiaro che cosa significa “struttura” prende senso la parola “infrastruttura”, che è il servizio primario ai nodi della struttura, in quel caso assicurando il funzionamento delle connessioni tra le città e tra i soggetti produttivi.

L’Italia unitaria fa propria la visione sistemica cavouriana e disegna strategie per consolidare nel tempo i collanti di un paese raffazzonato in pochi anni e unito di fatto, nel 1861, solo dalla lingua ufficiale.

Le due principali strategie infrastrutturali sino al 1900 sono racchiudibili in slogan: una scuola in ogni paese, per alfabetizzare tutti; una rete ferroviaria che raggiunga ogni capoluogo. E’ uno sforzo enorme, affrontato dallo Stato liberale ricorrendo pesantemente alle risorse private, ma imponendo senza tentennamenti la prevalenza dell’interesse pubblico, a partire dagli espropri fino al massiccio investimento in personale qualificato.

E’ una politica strategica di lunghissimo periodo, che parte costruendo gli strumenti per fare e per gestire indefinitamente, come i costruttori di cattedrali partivano dal progetto di ponteggi e di argani prima che di guglie e absidi.

Lo Stato moderno, postnapoleonico, cura la completezza del funzionamento delle strategie intraprese sapendo che, come nelle strategie militari, il successo dipende dal controllo dell’insieme degli eventi. Le competenze tecniche vengono formate da zero, le regole costruttive vengono minuziosamente dettagliate, la procedura di controllo, applica scientificamente il criterio di precauzione per contenere i rischi e, last but not least, la macchina gestionale e manutentiva, sulla quale si investe in organizzazione e personale in misura addirittura superiore alla costruzione.

Il programma strategico è sostenibile per definizione: l’opera pubblica è pensata “per sempre” e accanto alla costruzione sono messi in atto i provvedimenti per la manutenzione e la gestione indefinita dell’infrastruttura.

Per un secolo essere impiegato dello Stato, a qualsiasi livello, fu fattore di distinzione e di rispetto. Dopo oltre 100 anni godiamo ancora dell’impostazione di una macchina statale PER FARE e PER GESTIRE, che non badava al bilancio costi-benefici della singola opera, ma agli affetti sistemici di progetti strutturali.

Con questo criterio sono state impostate altre strategie di interesse nazionale anche nel dopoguerra, come quella per l’energia elettrica, frutto di un laborioso lavoro di unificazione e messa in rete di iniziative private locali.

(Tutto ciò prima di degenerare nella danza delle privatizzazioni, che ha poi coinvolto anche le ferrovie, portando, oltre a numerosi vantaggi, anche la disastrosa perdita dell’unitarietà dei fini, per cui ciascun pezzo della struttura compete con gli altri pezzi invece che cooperare, come mostra l’incredibile strategia di gestione di Trenitalia che assalta il mercato di Alitalia, distruggendola, invece che assicurare le funzionalità metropolitane che in tutta Europa sono compito delle aziende ferroviarie.)

Invece per le autostrade la storia è stata diversa, per la concomitante evoluzione di numerosi aspetti della cultura politica e tecnica del paese.

I progetti dei tronchi sono stati messi a punto sino agli anni ’60 entro una strategia di interesse nazionale ma da allora sono stati promossi come fattore di sviluppo regionale o addirittura provinciale. Nel comizio elettorale o all’inaugurazione l’autostrada non viene più presentata come pezzo coerente di un disegno utile alla struttura del paese, ma come vittoria dell’una o l’altra provincia o lobby economica, che sono riusciti a ottenere finanziamenti dallo Stato per il proprio sviluppo.

D’altra parte alla fine della tensione unitaria rispetto al territorio si accompagna la crisi del ruolo imprenditoriale dello Stato. Crolla la fiducia nella sua capacità di essere il più importante imprenditore e il più robusto gestore delle opere di interesse generale. L’interesse pubblico non è più discriminante e si trascura il fatto che l’imprenditore privato cura i propri interessi anche quando è incaricato di realizzare o gestire servizi pubblici.

Certo contribuisce la tecnologia richiesta per le autostrade, così vicina al settore delle costruzioni, irriducibile in Italia all’interesse pubblico, fatto sta che proprio nel settore delle opere pubbliche e stradali si constata la nuova stagione dei funzionari e degli amministratori, che hanno perso interesse a partecipare a grandi strategie di interesse generale e preferiscono nicchie, piccole o grandi, di interessi privati. Tant’è che da decenni i funzionari Anas sono oggetto di decine di processi penali, ed è “normale” che Ministri dei Lavori pubblici vengano coinvolti in affari contrari all’interesse di Stato, che riguardano le strade.

Un regime irresponsabile di concessioni di cui vergognarsi (tanto che sono segrete) è l’esito indecente di questo cambio di rotta, che comporta coerentemente una serie di mancanze disastrogeniche: il rapporto con il concessionario si attua senza una strategia discussa e condivisa di integrazione territoriale, senza un protocollo di gestione che metta in sicurezza l’interesse pubblico, senza un regime di controlli e di verifiche di prestazione affidabile in automatico, a prescindere dalla buona volontà dei controllori.

Nella distanza tra l’impostazione sistemica e di pubblica utilità della rete ferroviaria ottocentesca, oggi perente, e l’impostazione privatistica e settoriale dell’insieme delle autostrade, oggi vincente, si legge bene a che punto sia arrivato il processo di destrutturazione dello Stato, in corso da oltre 50 anni.

Il crollo del sistema etico, culturale e politico che animava lo Stato stratega e imprenditore è ben leggibile, ma è rimosso dal dibattito pubblico per ragioni che andrebbero studiate.

Oggi ormai si assiste nelle istituzioni ad una sorta di gioco dei quattro cantoni dove ciascun attore, anche onesto, rimbalza scaricando le proprie responsabilità, poiché non solo è diventato legittimo ma è quasi obbligatorio:

1, non avere come impegno implicito un’unitarietà dei fini strategici per il bene comune ma al contrario far prevalere l’utilità marginale immediata, che in ogni caso è privatistica (ormai è ovvio che l’economia rispetti gli interessi delle lobby, la politica si finalizzi agli effetti elettoralistici del proprio partito, la competenza si ritagli lo specifico campo settoriale in cui non si hanno confronti e non metta il becco sul resto);

2, consolidare istituzionalmente una cultura del non-fare: leggi e regolamenti inducono il miglior dirigente dello Stato a non risolvere il problema, qualsiasi problema, ma semmai a complicarne ogni possibile soluzione. Questo aspetto unito al precedente, comporta come corollario che il controllo (da quello dei tecnici a quello della magistratura a quello economico) non è più un pezzo del processo di costruzione strutturale delle strategie, ma è un aspetto a se stante, indipendente dal risultato complessivo che genera, che così ovviamente è entropico e aumenta la propensione al non-fare;

3, porre le istituzioni in concorrenza e non in cooperazione, in particolare tra enti territoriali, che sono legittimati a bloccare ogni iniziativa di interesse generale, essendo quella diventata debole e senza difensori agguerriti o essendo ormai gravata da interessi di settore e privatistici che fanno dubitare del valore pubblico di insieme;

4, prendere decisioni con orizzonte pochi mesi o pochissimi anni, evitando ogni altra decisione che comporti impegni di lungo periodo, a cui consegue come corollario che nessuno si occupa più della sostenibilità delle opere, visto che le contraddizioni si manifestano sul medio-lungo periodo e che non ci si interessa in fase progettuale della gestione e della manutenzione, che avviene sempre alla rincorsa, come onere da minimizzare.

Quindi, in questo brodo di cultura, è ovvio che accadano fatti e non-fatti di questo genere:

  • La rete autostradale non viene presa in considerazione come infrastruttura nazionale che necessita di integrazioni e completamenti nel suo insieme. Non si definisce un piano di investimenti di medio lungo periodo, anche per evitare che diventi una mangiatoia di corrotti: meglio non fare. Si fanno solo le opere pretese da territori forti: ad esempio si fanno le pedemontane padane ma non si fa nulla per il superamento di nodi critici come Genova, città sempre meno forte. La realizzazione della Gronda viene declassata a questione di interesse locale mentre comporterebbe un’alternativa efficace al superamento della città sull’asse est-ovest, rispetto all’attuale tratto che comprende il Ponte Morandi, da ridurre a superstrada urbana (quindi non indispensabile alla rete primaria e interrompibile per ogni necessaria sistemazione).
  • I tratti esistenti si danno in concessione perché si ritiene lo Stato incapace di fare impresa e di gestire le infrastrutture. L’amministratore eletto presume che l’inefficienza dello Stato (quello Stato che dovrebbe partecipare a gestire) sia tale da assegnare a privati una risorsa che garantisce il 10% di utili: un ammontare che potrebbe finanziare il completamente della rete.
  • La concessione non specifica gli obiettivi di interesse comune e non dettaglia i requisiti delle opere di manutenzione straordinaria necessarie, rimandando il controllo di qualità e la sicurezza di ogni tratto della rete a procedure standard che non riguardano la sostenibilità della rete nel suo insieme, ma ogni singolo pezzo, e a programmi (di breve periodo) che vengono presentati dal concessionario ad una commissione numerosa in cui ciascuno rappresenta specifici interessi.
  • Per il Ponte Morandi, che si sa è in degrado, non si attivano monitoraggi sistematici, ma si conta su una relazione che stima la durata sino al 2030. Come chi cade dal grattacielo pensa “per ora tutto bene”, per ora si progettano interventi di rattoppo (riducendo l’assottigliamento progressivo dei cavi che reggono il ponte strallato): le regole di ingaggio del concessionario lo consentono e comunque anche ANAS fa così, non avendo disponibilità di risorse programmabili per interventi strutturali.
  • Le ragioni per cui si fa un intervento di manutenzione straordinaria sono tecniche e non interessano i commissari, mentre i tecnici del concessionario sanno che dovranno essere convincenti per gli aspetti indiretti, quelli sì oggetto di diatribe tra commissari (ciascuno interessato ai costi, ai disagi dei cittadini, alle limitazioni del traffico,….).
  • Quindi ci si attrezza per opere di consolidamento dei cavi di cui ci si preoccupa soprattutto che non ostacolino il traffico, dato che non ci sono alle viste alternative all’uso incessante del ponte.

E, sino al 14 agosto, si va a dormire pensando, un attimo prima di prendere sonno…certo che chi dovrà sistemare davvero il ponte avrà un bel problema

 

Mercoledì, 09 Maggio 2018 13:06

Il Paesaggio alla Camera di Commercio

(Paesaggio Carnia)

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni - Aprile 2018

Il Paesaggio alla Camera di Commercio

Un segnale: il convegno più interessante sul paesaggio è organizzato dalla Camera di Commercio di Udine. Forse sta succedendo qualcosa ai bordi, anche se lo stagno al centro sembra immobile.

Future Forum è un appuntamento annuale che da cinque anni la Camera di Commercio di Udine destina all’esplorazione degli ambienti sociali e culturali dove crescono le idee e le innovazioni nelle produzioni e nei servizi. Quest’anno, in diversi appuntamenti sparsi per il Friuli, oltre 70 interventi di interesse nazionale hanno declinato il tema “Economie della bellezza”. Un tipico tema da Camera di Commercio, che ovviamente ha concluso col botto, con un convegno di due giorni dal titolo: Paesaggio come economia civile, a Tolmezzo e Forni di sopra, il 12 e 13 aprile. Come si vede, un altro slogan classico delle Camere di Commercio. Il Mibact, bontà sua, ha ammesso l’intero appuntamento tra le manifestazioni dell’Anno europeo del Patrimonio.

A Roma si deve baccagliare per avere un rappresentante del mondo produttivo alle Giornate nazionali del paesaggio, a Tolmezzo la Camera di Commercio chiama la responsabile del paesaggio per il Consiglio d’Europa, la presidenza di LegaAmbiente, una decina di personaggi tra imprenditori, studiosi e tecnici e questi vengono in mezzo alle Alpi carniche e per 12 ore discutono senza retorica di pratiche e di tendenze dell’operare attraverso, con, per il paesaggio.

Già questo basta a fare qualche considerazione su chi fa che cosa in questo mondo a rovescio, ma occorre entrare nel merito.

Infatti, ovviamente, non è tutto un idillio sognante: gli operatori continuano a chiedere sburocratizzazione e concretezza e gli studiosi continuano a parlare di scenari e strategie. Siamo ancora distanti, ma intanto sia gli uni che gli altri si riconoscono come interlocutori, ciascun conferenziere conferisce davvero il suo materiale di esperienza, di pensiero, di esigenze ad tavolo dove tutti possono lavorare. Anche se i materiali per ora restano sul tavolo separati, privi di una progettualità che li metta a fattor comune.

Salta agli occhi che manca la Politica, il soggetto storicamente deputato a mettere insieme i pezzi che servono allo sviluppo del territorio. Ma non è un caso che in questo convegno i politici fossero relegati ai saluti. E’ un ruolo marginale che non credo sia dovuto al turbine elettorale (che ancora dura in Friuli, dove si elegge il governatore il 29 aprile). La Regione Friuli ha approvato due settimane fa il proprio Piano paesaggistico: avrebbe dovuto essere quell’evento al centro del dibattito. Al contrario, si è preferito non parlarne, neppure citarlo: è appena nato ed è già stato relegato tra gli oggetti inutili.

Sta crescendo un’impazienza della pochezza e dei ritardi delle istituzioni, un’insofferenza della loro inefficienza e dell’inerzia a fronte dei cambiamenti epocali che ci stanno sconquassando. Tra chi è abituato a darsi da fare s’è ormai consolidata una delusione, quasi un timore a investire la politica e gli enti della risoluzione di un problema operativo, di gestione del territorio: si dà per scontato che dopo anni e faticosi compromessi si otterrà un’azione poco utile, che chiuderà la porta della stalla a vacche scappate, oppure che aumenterà molto la complicazione per poco risultato.

Se questa sfiducia diventa tendenza si prospetta una fase operativamente difficile, come quella delle coppie che litigano e ciascuno si trova separato in casa. Tutto diventa più difficile, ma l’orgoglio impone a ciascuno di cercare una via per tirare avanti anche senza l’altro, anche se uno non sa dove sono le calze pesanti e l’altro non ha idea di come sistemare l’antenna.

Così operatori senza istituzioni cominciano a muoversi a tentoni su temi come il territorio o il paesaggio. E’ lo specchio rovesciato di quanto abbiamo detto e ripetuto da vent’anni: che le istituzioni senza operatori si muovevano a tentoni sul territorio e sul paesaggio, potendo al massimo redigere solo regole e proclami, scivolando lungo una china che porta comunque alle grida manzoniane.

Ma anche nella disarticolazione dei contributi a Tolmezzo alcuni aspetti notevoli sono emersi: sostanza viva per il tema della gestione del paesaggio, che sempre più pare di difficile approccio, man mano che si approvano i piani paesaggistici regionali e si vede che il sogno di una loro effettiva utilità operativa va in frantumi.

Intanto la regia del convegno (curata da Mecenate 90) ha messo argutamente di fronte teste, esperienze, linee di pensiero diversissime, che parevano scelte sulla base di un unico criterio: non attengono direttamente al paesaggio, ma lo tengono tra gli ingredienti fondamentali delle loro strategie, riguardanti per lo più altri aspetti.

Così i contributi portati al tavolo di Tolmezzo: la sperimentazione della scuola primaria che si occupa di agricoltura, l’organizzazione del consorzio industriale policentrico, ma anche il rapper che ambienta i suoi video tra le montagne, la fondazione bancaria che dedica parte degli investimenti a progetti locali uniti dalla qualificazione ambientale e di prodotto.

Per lo sviluppo economico: poca economia monetaria, pochissima richiesta di fondi pubblici e tanti progetti di vita, programmi a lungo termine senza tornaconto immediato. Per la montagna: poca domanda becera di sfruttamento turistico diretto e tanta consapevolezza di una necessaria riorganizzazione territoriale, che superi lo sconforto delle dinamiche di abbandono ormai allo stadio terminale.

L’asprezza dell’abbandono del territorio obbliga a pensare alle persone prima delle cose, alla necessità di avere nuovi sguardi e nuove mani perché le vecchie pietre, ormai prive del significato che hanno avuto per secoli, tornino ad essere Patrimonio.

Quando si è disseccata la relazione tra comunità e territorio, si deve investire sulle persone, prima ancora che sul territorio. Questa è la lezione che dal Paesaggio viene a chi deve orientare il proprio progetto strategico, e sa che questa mossa è decisiva: intercettare e se possibile indirizzare lo sguardo che avrà il nuovo abitante, il nuovo visitatore.

Poco si sa di lui, perché abbiamo capito che la scelta dipende da valori soggettivi, da storie di vita diverse le une dalle altre. Ma qualcosa possiamo dire: il nuovo utilizzatore della montagna è certamente un cittadino, viene da queste parti per scelta (anche se spesso spinto dalla carenza di alternative urbane gradevoli). Ha esigenze di servizi, di relazioni, di consumi urbani, ma tra queste ci saranno esigenze etiche e culturali che trovano nella montagna un riscontro difficile da trovare in città: sostenibilità complessiva del rapporto con il contesto, qualità della vita piuttosto che profitto, comprensione socioculturale dei progetti lunghi. In montagna è ovvio che gli interventi reggono se la natura e la società sono d’accordo, in città nessuno si accorge se la tua impronta annichilisce l’intorno. In montagna un comportamento sobrio e non consumistico è virtuoso e facilita la serenità, in città è povertà di cui vergognarsi. In montagna è dato per scontato che uno si impegni per una vita, in città ormai ogni anno si batte una moneta diversa.

La montagna ospiterà i progetti di chi è deluso dalla città, e la relazione ritrovata tra quelle persone e il mondo che li circonda si chiama Paesaggio. Ma non è il Paesaggio a cui siamo abituati, che si pone come qualcosa da guardare, è Paesaggio Attivo, che si nutre di progetti ed energie operative per vivere.

Per questo occorre immergersi nel formicolio delle scelte biografiche e delle imprese personali degli uomini (e le donne) di buona volontà per capire dove raccogliere la nuova materia prima del paesaggio. E le Camere di commercio oggi si predispongono ad essere più vicine delle Regioni e dello Stato agli uomini (e le donne) di buona volontà.

(Scuola di Anversa, 1590 circa, Poggio a Caiano)

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni - Marzo 2018

Le 4 C della cultura che ci serve: critica, cooperazione, conservazione, cucina

Nella cultura personale la sequenza di critica, cooperazione, conservazione è naturale. Per cogliere un frutto sinergico di queste fasi della cultura occorre lavorare insieme, come in una cucina.

Il 68 mi ha colto maturo. Mi avevano maturato l’anno prima, con un interrogatorio di tre ore su nove materie complesse: un rito di iniziazione alla borghesia italiana tipo l’uomo chiamato cavallo appeso per i Sioux. La nostra generazione era stata maturata da professori maturi che si erano laureati e avevano insegnato negli anni del fascismo, e avevano trovato il modo di continuare la loro missione educatrice nell’Italia repubblicana.

Quell’armatura culturale straordinaria e indimenticabile ci consentì di affrontare senza esitazione il pasticcio sociopolitico in cui ci avevano cacciato le contraddizioni del dopoguerra. L’abilità ad apprendere consentiva di non spaurirsi tenendo insieme Adorno e i Grundrisse marxiani con gli ormoni che urlavano nella mutanda, di leggere (tutta!) la Ricerca del tempo perduto su una spiaggia, di amarsi andando a vedere i film di Petri e di Bellocchio.

Fu proprio quella formazione culturale, con quell’ingombrante impronta ancora fascista, a spingerci a fare ciò che andava fatto: la critica. Critica di uno stato giovane e forte, progettato con uno sforzo potente dalla generazione dei liberatori, che vent’anni dopo la Costituzione era ancora la classe dirigente ma faticava ad applicarla. Era una critica disordinata e inconcludente, facilmente tenuta ai margini delle scelte sociopolitiche maggiori, ma centrata e incisiva sul piano culturale, della struttura del pensiero comune e dei costumi. Quel pensiero e quei costumi che la borghesia poco aveva modificato negli ultimi 50 anni: l’ideologia della famiglia, il ruolo della donna, l’ascensore socioculturale, il classismo nei comportamenti.

Dieci anni dopo e per trent’anni ancora la cultura, addestrata nelle mille assemblee e nell’ascolto appassionato dei ragionamenti di tutti, ci ha dato gli strumenti per la ricerca collettiva, quel lavorare insieme sui temi che sembravano importanti. Ci sembrava (confusamente) di applicare quel che ci aveva colpito dei racconti della leva dei nostri genitori, dei brevi anni da partigiani o da ricostruttori che li avevano impegnati al vivo, in strani e appassionati aggregati di volontariato, prima di farsi travolgere del privato e dal quotidiano. Di nuovo è stata la cultura, maturata sugli studi e addestrata dalla critica, a fornirci criterio e metodo per lavorare insieme. Per 40 anni abbiamo cercato e spesso trovato compagni di strada per il bene comune, Abbiamo fatto i nostri mestieri di servizio per la società, dove la cultura ci ha aiutato a rimanere per quanto possibile senza pregiudizi e senza rancori, a far politica nel nostro lavoro, invisibili ai partiti ma, forse proprio per questo, con un ordine dei valori indiscutibile.

Ora quel che è fatto è fatto, e la nostra cultura è ormai impregnata da quel che abbiamo fatto. Ci sembra di averlo fatto al meglio. Perciò ci insulta il pensiero di buttarlo via. Subito reagiamo: buttare in nome di che cosa?

E’ vero però che in quel lavoro socioculturale abbiamo allevato la generazione che oggi critica: sono i nostri figli ad essere a disagio, e siamo noi ad avergli fornito gli strumenti culturali per superarci.

Guarda, non lo dico per quello che ho fatto io, ma questo che siamo è il prodotto di migliaia di persone colte, che ci hanno messo l’anima… Son progetti lunghi, che danno frutti dopo decine d’anni… Non è che per qualche centinaio di corrotti, per lo più cialtroni senza cultura, puoi buttare il lavoro di una generazione intera…

No, non mi puoi dire che è come nel ’68, come noi che contestavamo i nostri padri partigiani e rifondatori. Non c’è paragone: questi sono senza cultura… non hanno idea… e poi sanno solo criticare…voglio vederli adesso, con tutti i problemi europei e mondiali che ci sono…

Guarda…quando hai tempo qualche ora ti spiego perché le tue idee non sono realistiche… vedi su questo abbiamo già provato nel ’70 ma non ha funzionato… e su quello avresti dovuto vedere: ci abbiamo messo due anni, avevamo coinvolto duemila persone, ma al momento di fare ne erano rimaste venti… No… non è che non ci credo perché non ci sono riuscito, è che culturalmente è debole: la gente non ti seguirebbe…

No, non sono diventato conservatore…e poi: perché no…se le cose fatte sono buone perché non conservarle? Non dico di tenerle come sono, ma con qualche aggiustamento… i difetti ci sono ma si possono rimediare…

Hai ragione con le tue idee, ma non puoi prescindere dalle condizioni culturali…cinquant’anni fa era giusto criticare, poi ho lavorato con gli altri per superare ciò che criticavo, e ora mi pare giusto conservare ciò che di buono ha prodotto il nostro lavoro: è una cultura che non va persa, anche se tu la critichi…

Ma certo, non è che tutto quello che viene proposto di nuovo sia da buttare via, ma così è senza cultura: non ci hanno lavorato, sono invenzioni che non funzioneranno… rischiamo di buttare via quel poco che abbiamo per degli esperimenti infondati…

Insomma: se oggi è naturale che la generazione del 68 sia conservatrice, è importante riconoscere i meriti di ciascuna delle fasi culturali che hanno distinto quelle biografie. Non sono mutati i valori di riferimento, è mutata la posizione tra gli attori, in un sistema di eterni ritorni tra critica, cooperazione, conservazione.

Come nella doppia spirale del DNA, ogni mezzo giro i critici, spinti dai cooperatori, si trovano di fronte i conservatori (che mezzo giro prima erano cooperatori e un giro prima erano critici). Mezzo giro dopo i critici diventano cooperatori che, tra l’altro, formano i critici di domani.

Ma come nel DNA, l’energia vitale si sprigiona nelle relazioni tra le due semispirali che si confrontano: il nostro patrimonio informativo non sta nelle sostanze che formano le spirali, ma nelle relazioni sempre diverse tra quelle sostanze sempre uguali. Così tra critica, cooperazione, conservazione: ciascuna azione, in ciascuna fase non sortisce alcun effetto culturale di lungo periodo. L’effetto deriva dal complesso delle relazioni tra tutte le parti, purché siano organizzate.

Se la critica (o la cooperazione, o la conservazione) valeva nel 68 può valere oggi, mutatae mutandis, ma certo bisogna trovare una sede dove innescare il confronto tra loro, un brodo di coltura dove fare crescere i filamenti che collegano le parti.

Non si tratta di un brodo di coltura, ma di cultura semmai. Infatti è ormai evidente che è inagibile la sede classica del confronto, fin dai Greci: il dibattito politico. In quel campo si sono avvelenati i pozzi: la competizione val più della collaborazione, le parole a far danno pesano più di quelle a far bene. Non c’è spazio per i progetti lunghi, quelli che dan frutti dopo e distante dalla pianta che hai curato, quelli che non puoi dire: son miei prodotti.

Per i progetti lunghi, quelli che contano, occorre trovare un campo dove la cultura dell’uno rispetti quella dell’altro: la critichi, ne tenga pezzi, la rimpolpi senza firmare ogni parte come propria ma la cresca come bene comune.

Troviamo un luogo di cultura adatto a questo lavoro, anonimo ed essenziale. Una cucina.

Già, perché ci vuole metodo e sapienza di cuoca. Non i cuochi narcisi che riempiono le tv, ma una bella signora terrona, che sappia arrangiare cinquestelle e democratici, i nuovi critici e i nuovi conservatori con grembiali e attenzione e gli insegni, a mestolate, che occorrono tre cose. Occorre ricominciare da capo con gli acquisti, per raccogliere ingredienti sani direttamente dal territorio, senza fidarsi dei venditori abituali. Occorre una disciplina da gruppo di ricerca per far mettere le mani ad altri in impasti che vorremmo sempre far solo noi. Occorre un continuo e diffuso esercizio di onestà intellettuale a riconoscere i buoni piatti sin dall’assaggio, e proseguire solo con quelli.

Tre passaggi. Contemporaneamente.

E una cuoca che sa cosa fare per dar da mangiare a tutti. Senza chiedere applausi dalla sala.

 

 

Mercoledì, 09 Maggio 2018 13:06

La difficile staffetta tra Paesaggio e Cultura

(Particolare da Nemesis, A.Durer, 1502)

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni - Febbraio 2018

La difficile staffetta tra Paesaggio e Cultura

Si può assumere il riconoscimento del Paesaggio in un ruolo politico fondamentale, di supporto e comunicazione per le decisioni e le appartenenze politiche, un ruolo sinora riservato alla Cultura nel suo complesso, ma poco praticato? Forse sì. Ma a patto che tale ruolo per il Paesaggio sia riconosciuto dalla macchina istituzionale stessa, e venga liberato da una rappresentazione tradizionale, che lo relega ad essere visto come uno dei mille specialismi culturali.

In attesa della Carta del Paesaggio, che va maturando nel cuore del Mibact e che verrà esposta il 14 marzo prossimo in occasione della seconda Giornata del Paesaggio, si può fare un punto sul tema del Paesaggio come aspetto finalmente considerato non marginale da chi amministra la Cultura in Italia.

Non c’è dubbio che l’assegnazione di uno dei due o tre sottosegretariati al tema del Paesaggio, e la scelta di una figura del calibro di Ilaria Borletti Buitoni per animarlo, rappresentano novità rilevanti nella strategia complessiva del Mibact.

Forse più rilevante di quanto lo stesso Ministro supponesse e di quanto risulti alle cronache, sensibili solo ad eventi e personaggi eclatanti, che invece su questo tema sono praticamente assenti, se si tolgono gli scandali ricorrenti degli sconci imperdonabili a luoghi simbolo della nostra bellezza.

Non è tutto merito (o colpa) di chi governa se di paesaggio si comincia a parlare anche fuori dal gruppetto degli addetti: è un mood che va diffondendosi, almeno tra chi ha la cultura come pane quotidiano. In cinque anni, molto raramente sotto la luce dei riflettori, il tema della qualità del paesaggio si è insinuato tra le categorie del giudizio sull’opportunità di una trasformazione, tra gli aspetti da considerare nel marketing urbano e territoriale, tra i valori da contabilizzare nei programmi di sviluppo locale.

Ma c’è di più: in questi anni il paesaggio esce dal novero dei “beni culturali” ed entra in quello dei “beni politici” dalla porta maggiore, quella dei “beni comuni”.

La paura e la rabbia delle comunità che temono per la perdita del “proprio” paesaggio diventa un motore imprevisto di resistenze locali e di progetti di vita “fuori mercato”. Gli anti TAV e le start up della green economy, le insofferenze leghiste e le mille azioni di volontariato per riabitare gli edifici e i territori abbandonati sono solo gli esempi disparati di formazioni sociopolitiche che non si spiegano senza comprendere il nuovo riconoscimento identitario assegnato ai luoghi e alle attività ad essi legate. E’ un trend controcorrente, che restituisce senso collettivo ad un sentire personale: il paesaggio condiviso è un bene comune su cui si fondano potenze di pensiero e di azione che si erano andate perdendo, in tempi di individualismo spinto.

Il senso del Paesaggio è percepire come propria una forma consolidata dell’abitare, che si vive ogni giorno o è salda nella memoria e permette di pensarsi dentro una storia lunga, in una cornice che dà dignità ai propri progetti e al proprio sentire. Il senso del Paesaggio ci configura come parte di un insieme che ci dà forza e fiducia, e ci permette di offrire i luoghi e le attività ai forestieri (che siano turisti o migranti) come forma di generosa ospitalità e apertura a una collaborazione per cogliere le opportunità di una migliore qualità globale. Questo ci rende attraenti e benvisti.

Ma questa potenza, questo appartenere a una storia lunga e a comunità con-senzienti, non è quello che dovrebbe indurre la Cultura nel suo insieme? Non è il suo ruolo politico? Non è quello che dovremmo imparare assieme al latte materno e poi via via crescendo per pastasciutte, canzoni, artisti, chiese, castelli e piazze e marine e vigneti?

Certo, viene da dire, abitiamo un paese fortunato, che ad ogni passo racconta di sé in modo splendido e affascinante. Certo da queste parti la Cultura, che viene dal territorio, è politica a partire dal fatto stesso di abitare. E’ ovvio: siamo gente che chiama Comune il posto dove sta… se non è cultura politica questa….

Ma allora come mai la macchina istituzionale della Cultura è così distante? Come mai contestiamo da decenni la scuola, spendiamo per fare musei che nessuno frequenta, trascuriamo o maltrattiamo il patrimonio diffuso?

Azzardo una spiegazione: la macchina istituzionale della Cultura si è data, oltre 100 anni fa un compito prevalente e condiviso di tutela e comunicazione di un pacchetto di valori culturali. Da allora chi governa ha ampliato un po’ il pacchetto, in relazione all’emergere di nuovi criteri di valore, ma non ha cambiato la strumentazione comunicativa. La Cultura si è imbozzolata nei suoi stessi media comunicativi (la lezione scolastica, la biblioteca, il museo, il teatro…) e, dato che il medium è il messaggio, come ci rivela McLuhan, ora ci appare arretrata e si presenta come esoscheletro resiliente a ogni innovazione e non come organismo propulsivo.

Al contrario il Paesaggio è difficile da inscatolare in una macchina comunicativa ma si comunica per endovena, va diretto nel sangue del sapere primario, si regala alle emozioni. Il Paesaggio è patrimonio comune non perché lo si insegni ma perché è il luogo di riferimento di intere comunità e di un mondo di visitatori innamorati. Quello che andrebbe insegnato, perché manca, è il riconoscimento esplicito del valore per la nostra vita che hanno i luoghi identitari e le attività che contengono. Dovremmo renderci conto che il Paesaggio riconosciuto come bene comune è Cultura, anzi oggi è forse il medium culturale politicamente più efficace, quello che influisce più direttamente sulle nostre scelte.

Allora, mentre si avvia il faticoso lavoro di rinnovo della comunicazione della Cultura complessiva, che occuperà i prossimi lustri, perché non far carico esplicitamente al Paesaggio di rappresentare i nostri valori di riferimento, di diventare il luogo della discussione civile? Insomma perché non assegnare al Paesaggio il ruolo di medium comunicativo principale della Cultura per la Politica?

Forse sta già accadendo un fenomeno del genere, ma in modo contradditorio e quasi clandestino. Sembra che il Mibact stia assegnando un posto importante al Paesaggio, ma quasi a sua insaputa.

La Carta del paesaggio, che certamente proporrà strategie operative a partire da una riflessione analoga a quella qui tentata, non è stata materia di compagna elettorale, ma è rimasta nascosta e comparirà dieci giorni dopo le elezioni. Queste potranno modificare completamente l’assetto del governo del Paese, e la Carta rischia di essere relegata nel cassetto dei buoni propositi. Sembra un caso, ma forse non lo è. Certo che al Mibact ogni volta che si presenta il Paesaggio in un ruolo nuovo, subito lo si nasconde con le solite vecchie modalità: ad esempio si premiano nella Giornata del paesaggio le iniziative più radicate, con peso politico innovativo sul territorio, e si riempie la Giornata stessa con 100 attività delle Soprintendenze, ben pubblicizzate e diffuse, che fanno vedere il Paesaggio nell’Arte, riportandolo nei musei e negli archivi.

Un altro esempio eloquente: il novembre scorso Borletti Buitoni ha convocato a Roma gli Stati generali del Paesaggio, sforzo titanico di mostrare le relazioni politiche e tecniche che il tema provoca nella gestione del territorio e della cosa pubblica. Si distribuiva in quell’occasione un importante e sinottico Rapporto sullo stato delle politiche del paesaggio, altro sforzo titanico di presentazione documentata e commentata di una grande complessità operativa.

Il Rapporto, di quasi 500 fittissime pagine, per economia smart era distribuito su chiavetta usb. Ovviamente pochi lo avranno aperto, ancor meno lo avranno letto. D’altra parte sul web il Rapporto c’è ma non si fa trovare: come tanti tesori del Mibact è nascosto nella rete profonda

(https://box.beniculturali.it/index.php/s/zWcOENcfGq6vX1f#pdfviewer ).

Ma se si apre il Rapporto e lo si va a cercare, nascosto tra tabelle e presentazioni, si trova un bell’articolo di Franco Farinelli, in quanto membro dell’Osservatorio nazionale per la qualità del Paesaggio, che conclude come meglio non si può:

Resta la certezza (…) che soltanto dalla preliminare adesione ad un generale e consapevole modello del mondo può discendere una scelta politica che sia, se non sempre praticabile, almeno plausibile: vale a dire potenzialmente condivisibile dalla collettività. Come dire infine che è proprio in funzione dell’esito delle questioni riferibili al paesaggio e ai suoi assetti che si decideranno non soltanto le prossime politiche, ma prima ancora la prossima forma della Politica.

Forse Franceschini non lo conosce neppure, ma certo gli va il merito di aver dato spazio a questo tema, a questa gente, a questa prospettiva, sulla quale lavorare tutti, finalmente consapevoli, che ci sia il sole o piova e tiri vento.

Mercoledì, 09 Maggio 2018 12:41

Paesaggio elettorale

(Claude Monet - La Gazza)

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni - Gennaio 2018

Paesaggio elettorale

Paesaggio come terapia per orientarsi in tempo di votazioni.

Democrazia, sull’orlo di una crisi di nervi, si alza quasi su un gomito per la concitazione e gesticola nell’aria sperando di farsi capire dal signore barbuto e composto, seduto appena dietro la sua testa: “…che poi già mi pareva strana questa storia che uno fa il padrone per cinque anni, perché me mi si chiama solo alla fine. Io servo per giudicare, dicono, se ha fatto bene o se ha fatto male. Questo è il mio ruolo fondamentale, dicono, guai se non ci fosse un redde rationem ogni cinque anni. Ma cos’è sto redde rationem? Rendimi la ragione? Perché, fino ad allora son stati liberi di sragionare? E ora noi arriviamo e guardiamo se han fatto i compiti? Mi sembra una presa in giro.”

Si abbatte sul lettino “Ma il peggio è venuto quando ho provato a riassumere: allora secondo voi ogni cinque anni ci mettiamo lì e discutiamo ragionevolmente su quello che è stato fatto, e poi decidiamo, tutti.” “Eh, mi dicono con un po’ di imbarazzo, ma carina, non ti accorgi che siamo sotto elezioni, ma ti sembra il momento di discutere…. di ragionare… è ovvio che non si può… Sotto elezioni è come a Carnevale: si deve fare in piazza quello che tutto il resto del tempo si può fare ma solo di nascosto. E qui si devono contar balle, si gioca a chi la spara più grossa, a chi demolisce di più quello che ha fatto l’altro… cosa vuoi discutere… si sa che ora è il delirio… tra due mesi poi, quando si giustificheranno: l’ho detto perché eravamo sotto elezioni… tutti annuendo risponderanno - certo… capisco…-”.

Si alza a sedere sul lettino e quasi grida: “ma allora, se lo sanno, perché stare a sentire due mesi di sparate vergognose? non è un redde rationem, è un gioco da bar! Ogni giorno qualche pettegolezzo, vero o falso che sia, l’importante è riderne e dimenticarlo domani, per poter ascoltare di nuovo la battuta e di nuovo ridere! E come si fa la resa dei conti se non ci ricordiamo neppure quello che è successo ieri?” Il signore barbuto fa cenno di abbassare la voce, che c’è gente in sala di attesa, e poi dice conciliante “… ne parliamo la settimana prossima, che oggi la sua ora è finita”.

Fuori, le lacrime agli occhi metà per lo smog freddo metà per il magone caldo, Democrazia si avventa per strada e alza lo sguardo dal marciapiede solo al primo semaforo. Lì, nel tempo di attesa di un verde, tra i vapori del suo fiato, guarda il Parco, dall’altra parte della strada, con i grandi alberi che mostrano le geometrie placide e maestose dei rami spogli. Strizza gli occhi ed è presa da una specie di vertigine, come un precipitare di pensieri depositati in una soffitta che le piovono addosso, seppellendo in un turbine l’arredo dei pensieri quotidiani a cui siamo abituati.

Si siede sulla prima panchina del parco, incurante del freddo, e viene presa da quei trucioli di discorsi antichi, di nonni e di amori che l’avevano incantata:

questo è il parco dove giocavo da bambina, quel tronco a destra è dove noi si contava per giocare a nascondersi, … e la paura ad attraversarlo… ma dall’altra parte abitava lui.. là dove ci sono quelle luci, al numero 18… ora tutto sembra facile, ma prima della guerra…”

“tu vedi questo parco ma chi lo ha progettato e chi lo ha curato non l’ha visto: l’hanno fatto 100 anni fa per i loro nipoti. Loro hanno visto solo modesti arbusti: li hanno piantati a una distanza spropositata per la loro dimensione e li hanno curati settimana per settimana. Ora la distanza è quella giusta: i rami di ogni albero si sfiorano con quelli del vicino…”

“guarda le luci quasi verdi del crepuscolo, dietro gli alberi: danno un senso di infinito che si sa cogliere solo crescendo. Da piccoli tutto il mondo che si percepisce è ridotto a pochi metri… ma da grandi si riesce a rimanere sgomenti quando il cielo ti dà una profondità disumana… è allora che ci si sente veramente piccoli…”

Si è formata una sfera di calma che attutisce i rumori attorno e i pensieri ossessivi. Democrazia respira piano, è come sospesa. Da fuori non si vede ma è ipnotizzata da ciò che le accade dentro. Si è sciolto quel groppo allo stomaco e nella mente, finalmente sgombra dopo tanto agitarsi, si srotola come un tappeto una sensazione di chiarezza, che tutto si ordina naturalmente e senza fatica, con ciò che è importante prima di ciò che non lo è.

Tentando di spiegare questa nuova lucidità, Democrazia dirà: “E’ un senso dentro, dove le parole non servono a nulla. Ma non ci sono che quelle per comunicare, e quindi ci provo.

Quando siamo presi dai riti e dalle foghe del quotidiano rimandiamo, quasi senza accorgercene, il giudizio profondo su quel che ci accade. Lasciamo lì a mitonare un senso confuso di inadeguatezza del presente rispetto a ciò che abbiamo desiderato per il nostro futuro. Solo i poveri di spirito a sedici anni hanno desiderato soldi o fama: noi abbiamo desiderato di essere pieni di amore e felicità, non per noi soli ma per tutti. Allora abbiamo avuto qualche volta la sensazione effettiva, fisica di questo sentimento panico, generale. E’ quel momento in cui ti sembra naturale e non da deficienti che un film si intitoli Tutti insieme appassionatamente e che grandi e bambini se la cavino cantando alle porte della guerra. E l’abbiamo avuto tutti, è inutile far finta di niente adesso. Quell’orgasmo poi viene eroso dalla banalità del quotidiano, ma resta un languore di fondo, un senso di delusione del presente.

E quando si ricordano di me, mi chiamano Democrazia e mi dicono - siamo al momento del giudizio, dai! scegli chi comanderà per i prossimi anni! - quel languore di fondo diventa un’incazzatura violenta. Mi rivolto contro chi ritiene ovvio affidarsi alla pancia o al tornaconto, e mi vengono a galla, a brandelli, disordinatamente, quei sensi incistati, nascosti: ansie di qualità e di bellezza che mi farebbero stare bene. Ma non sono più allenata, sono stordita dal baccano della sciatteria ordinaria: avrei bisogno di un bagno termale, di una palestra dove rifarmi il muscolo del desiderio di felicità.

Ecco, è qui che entra in gioco il paesaggio: il paesaggio è la palestra ideale per questo esercizio. Trenta minuti di paesaggio al giorno toglierebbe il ciarpame politico di torno. Ma se no almeno una volta alla settimana, se no almeno un giorno al mese, ma comunque bisogna sapersi rifugiare nel paesaggio prima di ogni decisione strategica.

E’ un luogo sicuro, l’ambasciata di un paese in pace dove si può impedire di entrare alla puzza di marcio, al massacro del quotidiano, della piccineria, del tornaconto di lobby. E se alleniamo il muscolo della felicità ci porta svelto alle scelte che tengono nel tempo, che vogliano ci siano per i figli, che ci sostengono per uscire dalla brutalità di animale con lo smartphone.

La resa dei conti a cui fa riferimento il redde rationem elettorale non è uno scarabocchio commerciale sulla carta del formaggio, ma un referto sulla capacità dello sguardo di vedere ancora gli alberi, attraverso quelli il bambino che ci giocava, l’impegno del giardiniere che li ha piantati e, dietro ancora, il cielo che strugge. Chi non sa rendicontare questo sguardo e non sa curare che tutti l’abbiano come bene prezioso, non avrà il mio voto.”

Democrazia, per la prima volta da molti giorni, accenna a un sorriso. Deciso.

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