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Mercoledì, 09 Maggio 2018 10:56

Pisciare sull’angolo è fare paesaggio

(Grande Muraglia)

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni - Dicembre 2017

Pisciare sull’angolo è fare paesaggio

Molti degli eventi recenti sono più comprensibili se riconosciamo il senso del paesaggio che suscitano: un codice comprensibile da tutti che affonda le proprie radici in un passato profondo e inquietante.

Il cane portato la sera a fare il suo giro e Trump che apre l’ambasciata USA a Gerusalemme usano lo stesso codice comunicativo. Infatti l’ambiente mediatico comune a questi comportamenti è sempre lo stesso: il paesaggio, cioè il senso che viene assegnato ai segni sul territorio. Si usa un codice transculturale, o meglio è un sistema di segni che si ritrova in ogni cultura e che, utilizzato in questo modo, riporta al significato archetipico della bandiera: segnalare il possesso del territorio.

I segni del dominio del territorio sono come grida fuori dalle righe in una rappresentazione dell’identità. Oggi sono una caricatura grottesca di comportamenti antichi e desueti, che ricorre ad un linguaggio archetipo che capiscono tutti: il confine (Romolo e Remo), i simboli che svettano (il pennone sula torre più alta), il sangue versato ritualmente (la decapitazione del Re).

Si risvegliano fantasmi dormienti nella modernità, che non sentiva la mancanza di una sottolineatura dei contorni identitari: queste urla ci vengono a dire che noi moderni siamo spaesati a casa nostra perché abbiamo troppo pochi reticolati, troppe lingue e sangue meticciato, troppi usi e costumi uniformati, troppi non-luoghi.

Come nelle discussioni convincenti non c’è bisogno di alzare la voce, abbiamo sempre pensato che una società sana è identitaria anche senza muri, razzismi e culto delle tradizioni.

Quando ci si mette a gridare, quando si fanno danze bellicose per definire linee di confine e indipendenza di comportamenti, vuol dire che siamo a disagio, che non ci sentiamo padroni della situazione. Sino a un anno fa avrei scritto: guardate Barcellona…una città del mondo, che vive e mantiene la sua diversità culturale immersa in una rete salvifica di rapporti internazionali, che le consentono di fottersene dei rapporti con Madrid. Oggi, sbalordito, guardo gli esiti tristi di una litigata a freddo, in cui si sono alzate alte grida, e dove i segni di possesso del territorio da una danza di toreador (le manifestazioni che alternativamente riempiono le piazze, le scuole dove la milizia che entra per impedire il voto non riesce più ad uscire per la folla alle porte) si sono tramutati in pochade (la fuga in auto dei capi, che ricorda vergognosamente quella del nostro reuccio il 9 settembre 1943): segni geografici che hanno seppellito nell’immaginario collettivo ogni dignità dell’impresa politica separatista.

Quella dei segni è un’arte complessa, di cui bisogna tener conto, come sempre nella comunicazione, non solo di chi emette, ma anche di chi riceve e soprattutto del medium in cui si trasmette, come insegna McLuhan.

E in molti casi di comunicazione transculturale il medium è il paesaggio: si fa capire da tutti.

Lo sanno bene i terroristi di questi anni, che uccidono persone a caso ma scelgono accuratamente il teatro del rito sacrificale: i luoghi di festa, di religione, le architetture simboliche. E’ il contrario del terrorismo degli anni di piombo, che mirava ad personam ma era indifferente al contesto. E’ altro il messaggio: allora si volevano marcare presunte colpe individuali, segnale criptico per i pochi adepti a una setta, ora si simboleggia l’esercizio di un comando tirannico, che si impone a tutti, senza volto e che non guarda in faccia.

In questa logica fredda, che agisce chirurgicamente su emozioni primarie, la morte in un luogo di festa fa più effetto che in un luogo di lavoro: forse irrazionalmente i morti appaiono più innocenti, forse insinua inquietudine dove vorremmo rimuovere ogni pensiero, forse mira a generare una rabbia di impotenza, tanto più smisurata quanto più mossa a partire da un contesto pacifico e rilassato.

E’ incredibile quanti elementi del senso del paesaggio siano presenti nella comunicazione apparentemente non codificata dei grandi fantasmi contemporanei: non solo il terrore, ma le migrazioni…la povertà.

Milioni di africani soffrono e muoiono nella loro terra; fuggono e spesso cadono in inferni peggiori di quelli che cercano di lasciare, ma si sa… hic sunt leones. Una piccola parte di queste moltitudini insegue il miraggio di luoghi pacifici e ricchi, e, tra mille rischi, arriva alla spiaggia del continente patrio e lì viene ripresa e massacrata, ma si sa… hic sunt leones. Una piccola parte di chi agonizza sulla spiaggia riesce a salire su una barca e lì, in vista dalla costa, incrocia gente predisposta a salvarlo, curarlo, ristorarlo e mantenerlo per un paio d’anni, anche se spesso di malavoglia. Certo, vorrei ben vedere…. è un dovere morale: vuoi mica abbandonare vite umane nel mare nostrum

E’ la geografia a segnare quando scatta la pietas, è il nostro senso del paesaggio che legittima la mostruosa ipocrisia.

Dovremmo rispolverare il senso del paesaggio che ci ha lasciato la civiltà contadina da cui tutti veniamo. Lì troveremo tutti i segni che ci fanno risalire a galla pulsioni fondamentali dell’abitare che credevamo sepolte nei secoli bui: la mancanza di sicurezza, la paura dell’altro, l’inesorabilità di un futuro che, se va bene, ripeterà il presente.

Basta guardare i versanti terrazzati, i nuclei di case nei boschi di castagni o di faggio, la modestia delle reti viarie: il paesaggio rurale tradizionale è intriso di fatica, di isolamento, di infinito lavorio manutentivo. Ma, proprio per questa storia, è anche deposito patrimoniale, segno del lavoro dei padri che non è negoziabile, che costituisce l’etimo concreto del termine patria.

Quando per tre o quattro generazioni ci si riversa nelle città, dove si è accolti malamente e ributtati ai margini, nelle periferie dove non si riesce a dare forma al proprio abitare, si perde l’identità patria e si rimane culturalmente nudi, senza paesaggio da sentire come proprio. Ormai le nostre periferie sono popolate di orfani di paesaggio, di contatto con il territorio. E chi soffre di una nostalgia struggente del senso concreto dei segni lasciati sul terreno, chi ha dovuto staccare il senso di sè dai luoghi e dalle comunità, ora nutre la propria identità di simboli astratti, di bandiere senza più campanili sotto. Ed è a questa solitudine che si rivolge chi ristabilisce codici d’ordine elementari: confini, vessilli ai centri di comando, pisciate sugli angoli.

Nell’articolo Ricucire il patchwork delle identità locali, pubblicato nella sezione Doc di questo sito, si conclude descrivendo l’Italia oggi come il regno della Bella addormentata durante il sonno.

E’ certo che, ad avviare una strategia per rianimare “la Bella addormentata”. non basta una ricognizione che individui genericamente le forze potenziali per agire sulla cultura del territorio. Per smuovere la ruggine, occorre un massiccio investimento di energie, di capacità organizzative, comunicative, tecniche per rendere più fluidi i rapporti tra enti, operatori e società. Ma tutto questo, ammesso che un governo illuminato abbia la forza e il coraggio di promuoverlo, non può avere successo se prima non si è rotto l’incantesimo. Occorre un’iniezione di consapevolezza e di senso di responsabilità che intercetti i cittadini di buona volontà e li rimetta in ascolto della propria città, come si dovrebbe fare con ogni cosa amata, per capirne i bisogni e le necessità di cura. Solo così emerge il ruolo di chi sta lavorando per la città, e gli si possono chiedere prestazioni più organizzate ed efficaci.
Infatti sino ad ora il ruolo degli attori presenti sul territorio per la cultura è stato quasi irrilevante, agli occhi dei cittadini e degli amministratori, perché le loro attività sono diffuse ma frammentate, poco in rete, spesso ignote le une alle altre, trascurate o addirittura considerate un ostacolo dalle istituzioni. E anche il patrimonio culturale, materiale e immateriale, che viene curato a livello locale e che costituisce il tessuto di base del nostro stesso Paese (come abbiamo cercato di raccontare più sopra) è ormai largamente sconosciuto dagli abitanti stessi, che al più ne sanno collocare sugli assi storici e geografici gli aspetti principali, rimanendo comunque in ombra tutto l’effetto sistematico e relazionale che ha fatto la città, il suo sapere, la sua fama.
Dunque l’obbiettivo immediato è dare consapevolezza della forza culturale a disposizione delle città, nel loro patrimonio di cose e di persone, e richiamare tutti, a partire dagli operatori stessi, ad un senso di responsabilità operativo verso quel patrimonio. Si tratta di generare per la cultura urbana diffusa lo stesso processo di coinvolgimento che si è finalmente innescato per l’ambiente, dopo 50 anni di tentativi.
Occorre rendersi conto, nelle città e nelle menti dei partecipanti stessi, che sono numerosissimi quelli che stanno svolgendo un ruolo nella produzione e nella gestione del paesaggio culturale locale, che le loro attività, spesso sconosciute, possono diventare rilevanti se opportunamente messe in vetrina e organizzate in rete, utilizzando i media attualmente accreditati e le modalità più riconosciute dalle nuove generazioni.
E’ uno sforzo comunicativo complessivo che crediamo sia in grado di superare l’attuale situazione di stallo e far riconoscere, a partire da ciascuna situazione locale, le disponibilità di azione giù presenti, che costituiscono una risorsa potenziale straordinaria, probabilmente l’unica che oggi può valorizzare l’intero Paese, mettendo in primo piano la riscoperta delle sinergie del nostro patrimonio e dei nostri paesaggi urbani e territoriali.
Si tratta di uno sforzo epocale, dello stesso ordine di quello affrontato nel periodo postunitario, a cui il Touring Club diede un così importante contributo. Anche ora, in tempi di centralizzazione delle politiche, occorre dare gambe ad iniziative puntuali ma con un effetto progressivamente coprente, come quelle di allora, senza nascondersi l’enorme difficoltà di una strategia partecipativa in questi tempi settari e litigiosi.

Noi abbiamo cominciato. Con l’Associazione LandscapeFor abbiamo predisposto e messo a disposizione dei territori che intendano utilizzarlo AtlasFor.
E’ uno strumento che consente a ogni società locale di attivare il primo passaggio: far prendere consapevolezza a tutti di quanto si abbia in città o sul territorio, della complessa proprietà culturale che ad essi è assegnata dalla storia e dalle attività che tuttora si svolgono, per valorizzare i beni e per proiettare nel futuro il feeling del sapere locale sin qui accumulato.
Per questa presentazione del patrimonio locale si è scelto il format “atlante” scegliendolo tra gli altri tipi di elenco di beni e di attività (la guida, l’enciclopedia, la sedimentazione storica etc.), proprio per incentivare la riscoperta dei luoghi, delle relazioni di prossimità tra beni e attività, per favorire le emozioni della serendipity, l’incontro casuale di cose e persone che non si conoscono in una città che crediamo di conoscere.
AtlasFor è una web-app open-source, che rende disponibile una piattaforma online con accesso diretto dal sito www.landscapefor.eu, dove su mappe sono localizzati i punti di interesse (POI) riguardanti il patrimonio e le attività culturali e si aprono dossier che li illustrano, usando prevalentemente immagini.
È portabile su smartphone e su tablet e consente quindi di visitare la città e il territorio avendo come appoggio la documentazione di AtlasFor.
Per popolare AtlasFor è stato redatto un progetto editoriale che si svolge con modalità e strumentazioni che fanno fronte operativamente a tutti gli aspetti critici della situazione che abbiamo evidenziato in premessa. Il progetto editoriale s’intitola APPA - Atlante del Patrimonio e del Paesaggio attivo, a sottolineare la specificità fondamentale della nostra iniziativa, che punta direttamente sugli operatori locali, che diventano “Paesaggio attivo” nel momento in cui partecipano alle vicende urbane, nel nostro caso non solo mettendo in vetrina le loro attività ma anche contribuendo alla redazione dei materiali e dei racconti costituenti le schede dei POI.

APPA è un programma avviato da due anni e oggi, verificatone il funzionamento in ambiti come Torino o Este, possiamo riguardarlo nel suo complesso esponendo i criteri che sono alla sua base in modo ordinato. Ci pare che il metodo fondamentale seguito, di raggiungere con ogni parte del nostro progetto un equilibrio tra aspetti diversi e apparentemente contrastanti, sia anche quello che con maggiore semplicità descrive la nostra iniziativa in risposta alla complessa crisi del paesaggio che vogliamo contrastare.
Per questo, come conclusione, proponiamo le cinque coppie di aspetti funzionali e di contenuto che sono affrontate sinergicamente nel progetto APPA e che possiamo considerare le colonne fondanti del nostro progetto.

4.1 Patrimonio/Paesaggio attivo
Del Patrimonio AtlasFor documenta ciò che maggiormente partecipa a comporre il senso di ciascuna città e di ciascun territorio come Bene Comune. Quindi da una parte i punti d’interesse, storici o recenti, di architettura o di vita sociale che connotano e rendono memorabile lo spazio pubblico e le morfologie del paesaggio aperto, e dell’altra quegli aspetti immateriali che definiscono i caratteri riconosciuti di un luogo: dal know-how che sta dietro alle produzioni tipiche (ad es. in Langa) o alla capacità di organizzare eventi ricorrenti (ad es. a Spoleto), alle maestrie artigianali e artistiche (ad es. a Cremona).
D’altra parte siamo convinti che il senso della città come Bene Comune non derivi solo dalle pietre o dalla cultura storicamente consolidata ma anche dalle buone pratiche, dalle “belle azioni” di chi si prende cura della cultura e della qualità della vita urbana, dai progetti realizzati, dalle attività che funzionano per gestire le complessità contemporanee.
Gli operatori che curano queste iniziative si muovono per lo più nell’ambito sociale dei “produttori e curatori di cultura”, che abbiamo evidenziato come risorsa primaria di ogni processo di valorizzazione del paesaggio. Essi vengono segnalati in AtlasFor come “Paesaggio attivo” per le loro realizzazioni e servizi utili alla qualità della vita locale e alla salvaguardia del Bene comune di ogni città o territorio.
E’ un mondo complessivamente sconosciuto, ricco di sorprese positive, difficile da far emergere, anche perché tocca una ricca varietà di produzioni sino ad ora tenute settorialmente separate: dai “normali” gestori di beni culturali ai curatori di centri di performing art, dagli innovatori nel sociale, per l’accoglienza e l’accessibilità agli operatori per la formazione permanente in temi culturali, per la ricettività e la ristorazione etc.
Per riuscire a far emergere le eccellenze del “Paesaggio attivo” abbiamo attivato due canali: da una parte contiamo sulle capacità di ricognizione di “antenne” locali, scelti tra gli stakeholder e i grandi conoscitori delle vicende del territorio, o acquisendo le selezioni nazionali o internazionali dei contest per le migliori performances settoriali e facendole “atterrare” nei luoghi dove si producono o sono situati gli operatori. Così stiamo facendo con i selezionati nei Premi del Paesaggio, con le attività dei Club per l’UNESCO, con le azioni programmate dai Parchi o dagli Ecomusei o con le attività ricettive o di ristorazione scelte da Slow Food.
Localizzando le iniziative o i servizi di maggiore qualità emergono singolari aspetti di prossimità e di relazione sia tra gli operatori, sia tra questi e gli aspetti patrimoniali della città: i luoghi significativi e quelli produttivi di cultura, le architetture notevoli o i paesaggi tradizionali si incrociano e suggeriscono possibili sinergie con i centri di attività e i luoghi di innovazione.

4.2 Highlights/Beni diffusi
Obiettivo primario di APPA è la “territorializzazione” del riconoscimento del Patrimonio culturale: si vorrebbe passare da un immaginario dell’identità dei luoghi fatto solo dai “beni-bandiera” alla pluralità dei punti di interesse diffusi e soprattutto ad un effetto di insieme che faccia apprezzare in una sorta di feeling le specificità complessive di ogni città o di ogni ambito territoriale. La necessità di una strategia di integrazione tra highlights e beni diffusi è emersa in modo evidente in una sede appropriata: la Conferenza nazionale dei Beni UNESCO del 2016, in cui al lamento dei Siti sconosciuti e isolati si accompagnava, in un bilanciamento negativo, quello dei sindaci dei paesi soffocati dal turismo mordi-e-fuggi che il logo UNESCO richiama. La Valle Camonica soffre come S. Giminiano per opposti motivi, riconducibili comunque alla incapacità di “spalmare” i visitatori sul contesto territoriale, raccontando adeguatamente le qualità dei beni “minori” e facilitandone l’accesso e la comprensione d’insieme con appositi itinerari.
A fronte di questa situazione il Progetto APPA, per iniziare a popolare le mappe delle città e del territorio nazionale, ha individuato una prima serie di ambiti da documentare: quelli di contesto dei Siti UNESCO e delle vie storiche (consolari e medioevali), in cui, dai valichi alpini delle Vie Francigene a alle bellezze intorno a Palermo contiamo di raccontare oltre 5.000 punti di interesse.
Il criterio seguito è quello di mostrare i luoghi a partire dai loro aspetti che realmente “fanno la differenza”, cioè che connotano la specificità e l’identità di quell’ambito (come Barthes diceva del punctum che rendeva significativa ogni fotografia).
Nel territorio il punctum identitario non è sempre il castello o il duomo: in certi paesi del Piemonte o delle Marche interessa più il muro di fondazione che le torri coi merli (perché solo con quel muro si può giocare da secoli alla pallapugno - o col bracciale ), o conta la caletta dei pescatori più della passeggiata a mare, la piazza del mercato più di quella del municipio.
Dunque APPA segue una strategia “dissipativa”, mette continuamente in relazione i punti di interesse con il loro intorno, evidenzia gli aspetti del patrimonio culturale, monumentale o meno, per il ruolo che svolgono (ora o allora) nella città vissuta, fa emergere componenti anche minori del territorio produttivo o seleziona itinerari perché fanno emergere storie intriganti, o per la collocazione in luoghi affascinanti, o perché sono indizi di altre curiosità da scoprire.


4.3 Immagini/Racconto
Se cento anni fa il Touring Club presentò i libri fotografici delle regioni d’Italia come una novità, oggi è evidente che la comunicazione è con assoluta prevalenza affidata all’immagine (ferma o preferibilmente in movimento). L’immagine non è un segno denotante un significato preciso, è piena di connotati, veicola un senso approssimativo ma coinvolgente componenti sentimentali, rimandi ad altre immagini secondo connessioni soggettive che sfuggono alla ragione.
Negli ultimi 100 anni le immagini sono diventate pervasive, e non documentano solo la cultura “ufficiale” ma anche la cronaca, il costume, le canzoni, le ambientazioni dei film, i particolari che sfuggono a prima vista. Sono contenuti di conoscenza ed emozione, che mettiamo a disposizione nel momento dell’approccio diretto, organizzati per la visita in una narrazione continuamente implementabile. Infatti AtlasFor sfrutta la tecnologia che offre la possibilità di disporre di immagini e video di fronte a un monumento o in un qualsiasi luogo, per vedere com’era o come sarà, per confrontare l’atmosfera di allora con quella attuale. Foto o video presentano la storia, i progetti, gli eventi, i contesti e le opere d’arte che hanno visto protagonista ciascun bene del patrimonio culturale, ciascun luogo della città.
In questo modo si forma un libro illustrato: la scheda di ciascun punto di interesse presenta un’immagine con una didascalia per ogni pagina.
Ma la comunicazione per immagini, non coordinata e ben integrata, rischia di alimentare quella frammentazione dell’informazione e quella incapacità di comprensione della complessità che sono la peste degli approcci alla cultura delle ultime generazioni.
Quindi, se da una parte AtlasFor fornisce sequenze di immagini per arricchire il feeling della visita, dall’altra le si vuole collegare secondo un fil-rouge che ne tenga insieme il senso, facendole partecipare ad un unico ritratto di ciascun luogo.
Per svolgere questo compito, difficile ma indispensabile, stiamo provando una modalità di scrittura concentrata nella didascalia delle immagini ma secondo uno svolgimento che sviluppi ogni scheda come un racconto, a partire dalla collocazione del luogo nel contesto, dalla sua storia, dai progetti che l’hanno definito, sino agli eventi di cui è stato teatro, ai particolari intriganti che nasconde, alle sensazioni che gli artisti hanno provato e cercato di veicolare.
Si vuole ottenere un racconto in cui la scrittura sia al servizio delle immagini e ne costituisca il connettivo. Per questo cerchiamo di unificare uno “stile” di AtlasFor, da declinare però nei contributi dei molti autori che ci stanno aiutando, perché per ogni città, per ogni territorio sono necessarie le parole di chi ha ormai quel paesaggio nel suo DNA e ne sa far sentire il profumo d’insieme a partire da un particolare, da un evento, da un ricordo.
D’altra parte cerchiamo di cogliere il racconto degli operatori del “Paesaggio attivo”, perché nessun giardino è interessante come quello che ti viene presentato da chi lo cura ogni giorno. E l’Italia, “giardino d’Europa”, ha giardinieri in ogni dove: centinaia di migliaia di persone che si danno da fare per mantenerlo e offrirlo al meglio al visitatore, anche con la capacità di narrazione che deriva da un sapere consolidato.

4.4 Documentazione d’archivio/Vetrina delle iniziative
La possibilità di portare sui luoghi documenti iconografici di ogni genere apre scenari operativi molto articolati. C’è una variegata offerta potenziale: pensiamo all’archivista che conserva carte storiche infragilite dal tempo e ogni anno meno esponibili, al collezionista che ha lasciato un tesoretto di foto d’epoca, all’architetto che sta perdendo i propri progetti disegnati su lucido e riprodotti in eliografie. Se carte, foto, progetti fossero digitalizzati, potrebbero diventare pubblici senza rischi, mentre gli originali potrebbero essere conservati in ambienti adatti, senza nessuno che ne chieda più l’accesso. Ma tutto ciò avviene con fatica e solo per i documenti più “utili”, anche perché sino ad ora non se ne vede la domanda, se non da parte di pochi studiosi o laureandi.
Invece c’è una domanda potenziale, e l’abbiamo verificato a Torino con 300 studenti per l’Alternanza scuola-lavoro e con l’Ordine degli architetti: ogni insegnante vorrebbe mettere in mano agli studenti un tablet che contiene le immagini della storia che è passata su un luogo e andare a discuterne proprio in quel luogo; ogni architetto vorrebbe andare a vedere un’architettura recente potendo disporre, lì davanti, delle sezioni e delle piante di progetto che, forse, sono state pubblicate in una rivista specializzata dieci anni prima.
Dunque AtlasFor è organizzato per esporre i documenti iconografici con riferimento ai luoghi: offre un modo immediatamente utile di rendere pubblici i preziosi archivi di immagini degli operatori istituzionali, dall’Istituto Luce agli Archivi di Stato, e degli innumerevoli archivi privati, inediti per i costi di pubblicazione cartacea (o editi e finiti in scaffali polverosi). Ma solo negli ultimi mesi i canali istituzionali stanno progressivamente diventando abbordabili dall’utenza ordinaria e alcuni detentori di archivi iconografici privati stanno entrando in contatto con l’Associazione Landscapefor. Sino ad ora abbiamo cominciato a riportare sulla mappa il racconto del territorio con i materiali disponibili in rete o nelle pubblicazioni che lo consentono.
È qui che si trovano le cartoline della città di una volta, i siti della nostalgia con cui abbiamo aperto il discorso, ma si tratta comunque di un immenso archivio informale, apparentemente raggiungibile con una semplice query su Google, ma di fatto frammentario, non ordinato e quindi, all’occorrenza, impraticabile ai nostri fini se non come deposito di materiale da organizzare in racconto, luogo per luogo.
Ma, per documentare la coppia Patrimonio/Paesaggio attivo, parallelamente ai documenti d’archivio AtlasFor riproduce documenti sulle iniziative culturali, per offrire un racconto integrato dei luoghi, tra storia, progetto e attualità.
In questo senso AtlasFor offre una vetrina a disposizione degli operatori che svolgono servizi di qualità o curano la qualità culturale del territorio. Sono le attività delle associazioni che raccolgono testimonianze storiche, dei curatori di beni altrimenti in abbandono ma anche degli “hotel de charme”, dei produttori di vini o cibi tipici.
Negli ambiti territoriali interessati da APPA (nel 2019 le regioni del nord-ovest) si offre ad una selezione di operatori del “Paesaggio attivo” una sorta di vetrina, in modo da favorirne la capacità di promozione con la segnalazione autonoma delle proprie iniziative, non solo nella costruzione della scheda della propria attività localizzata, ma anche con la dotazione di una finestra News che riprendendo gli avvisi postati su Facebook da ciascun soggetto fa brillare l’icona del loro POI sull’Atlante nei giorni precedenti l’evento e viene pubblicata su un Calendario Eventi locale e/o di rete. Un esempio è il Calendario del “Paesaggio attivo” a Torino, dove , attraverso alcune “antenne” per ogni quartiere si sono coinvolti oltre cento soggetti (attivabile dall’archivio di AtlasFor Torino Itinerari del centro).

4.5 Racconto dell’Ospite/Sguardo del Visitatore.
Secondo noi chi ai luoghi dedica cure e attenzioni è anche il più adatto a fornire materiali e chiavi interpretative per descriverli. Vorremmo che ciascuno degli operatori locali coinvolti vestisse i panni di un ospite che riceve amici e che fornisce ad essi un racconto delle vicende che ha vissuto in quei luoghi o che a sua volta ha sentito raccontare.
Cerchiamo in essi il Racconto dell’Ospite perché è più intrigante, più emozionante, più coinvolgente di qualsiasi altra guida. Perché fa conoscere, a un pubblico vasto e internazionale, persone e non solo pietre, attività e non solo monumenti, orgoglio locale e senso d’identità e non solo storia o natura. Perché rende automatico e conveniente l’aggiornamento, sulla base delle “vetrine” dove gli operatori riportano le iniziative, i servizi, i prodotti, gli eventi.

Ma al Racconto dell’Ospite, curatore fondamentale dei contenuti dell’Atlante, noi vogliamo accompagnare il dito alzato, l’osservazione impertinente, l’ironia di chi guarda dal loggione.
Ci interessa il foresto geniale che percepisce al volo un feeling, una traccia, un segno implicito e da questo, come al mulinello di un pescatore di fiume, risale a un nucleo forte di quel territorio, porta a galla un pezzo sommerso di cultura e di modo di fare, suggerisce una via che si perde nel torbido ma che intriga, che pare portare a stanze inesplorate di un luogo che si credeva, sino a un attimo prima, di conoscere in ogni sua piega.
Vogliamo cogliere il prodotto di un altro tipo di curatore del paesaggio, non stanziale ma nomade, esploratore: è il fotografo che cammina sui crinali, il blogger che passa la sera al tavolo con buon vino e vista sulla piazza, il performer che anima un prato al margine del bosco in una sera d’estate, l’architetto che rende abitabile una rovina. È lo Sguardo del visitatore, frutto di un’esperienza, di un vissuto concentrato spesso in poche ore, con pochi testimoni. È un tesoro che si perde, se non lo si conserva a portata di ogni altro visitatore, a disposizione di chi di nuovo fa l’esperienza di quel paesaggio: il video o la foto non riprodurranno certo l’intensità di quella esperienza produttiva, ma sono meglio che niente, e soprattutto portano tutti ad imparare la lezione n. 1 del paesaggio: un luogo è un’incitazione a guardare con altri occhi, ad ascoltare con nuove orecchie, a toccare con mano scorze e pietre, a parlare con persone semplicemente perché sono lì.

Ecco: AtlasFor vuole far confluire sul curioso (“del luogo” o “a luogo”, come i complementi latini) immagini e video che portino stimoli diversi e complementari: da una parte dagli archivi della memoria e del sapere consolidato locale e dall’altra dalle sensibilità e dalle progettualità più diverse che, prese dalla potenza di quel paesaggio, hanno reagito e secreto segni incisivi e destabilizzanti.
Un’intera sezione di AtlasFor è dedicata a esporre le riproduzioni d’autore (foto, quadri, video, musiche), nei luoghi a cui si riferiscono. Così, ad esempio a Torino ci possono emozionare le scene di film di Dario Argento o di Ettore Scola, le inquadrature di Bernardo Bellotto o di Mario Gabinio, che possiamo rivedere con il nostro sguardo dal punto in cui sono state prese.
Se con il Racconto dell’Ospite si entra in contatto con il “Paesaggio attivo”, con lo Sguardo del Visitatore il visitatore stesso diventa “Paesaggio attivo”, acquisisce i modelli e gli esempi per vedere con occhi particolari, per aggiungere un tocco interpretativo esterno a quello che ti ha raccontato l’abitante. Infatti AtlasFor consente al visitatore accreditato di inserire le proprie immagini, commentate con didascalia, e di costruire un archivio privato, accessibile solo a lui, per dare forma di storytelling alle impressioni e all’indagine sui luoghi preferiti, con propri dossier e itinerari redatti scegliendo materiali già presenti in Atlas e accompagnandoli ai propri.

Così si completa il progetto: AtlasFor ci fa rendere conto del paesaggio patrimoniale e di quello attivo, componendo dossier di materiali prevalentemente iconografici scelti e raccontati dai curatori locali, dalla capacità di esplorazione di artisti e visitatori d’eccezione ma anche normali, come ciascuno di noi. Tutto serve non solo per mostrare la ricchezza del patrimonio diffuso e le potenzialità del lavoro culturale che continuamente svolgono i mille operatori locali ma anche per renderci consapevoli di quanto sia facile e affascinante lasciarsi coinvolgere nella cura del paesaggio e della città, che sono già nostre o che lo diventano per elezione.

Per approfondimenti vedi il VIDEO di presentazione.

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Il disegno di Jacques Carelman rappresenta bene lo spirito di APPA: mettere a sistema e far venire alla luce il lavorio continuo svolto da migliaia di persone, ogni giorno, per mantenere la Bellezza nel nostro paese.

L’Associazione LandscapeFor (LSF) cura da anni una piattaforma nazionale per presentare e raccontare per immagini il patrimonio culturale, materiale e immateriale: LandscapeFor Atlas.

Si tratta di una web-app online, utilizzabile anche con smartphone e tablet, con una dotazione multimediale per illustrare i punti di interesse del territorio georeferenziati su mappe.

Una scheda con un dossier d’immagini, video e frame di film presenta la storia, i progetti, gli eventi, i contesti e i racconti che hanno visto protagonista ciascun punto di interesse (POI).

Questo repertorio è a disposizione del visitatore, in modo da arricchire l’approccio diretto con contenuti di conoscenza e di emozione, organizzati in una sorta di narrazione, implementabile, aggiornabile e traducibile.

LandscapeFor Atlas, presentata al Mibact e al Miur, è già attiva con una serie di sperimentazioni (Este, Torino, Rete Paesaggio alpino), consultabili nel sito www.landscapefor.eu.

 

IL PROGETTO APPA

è un programma di “popolamento” di LandscapeFor Atlas, per illustrare entro il 2020 circa 10.000 punti di interesse, presentando contestualmente due aspetti complementari del paesaggio italiano, per la prima volta leggibili nelle loro interazioni e connessi da itinerari:

A. per il patrimonio, le emergenze diffuse presenti nei contesti dei beni qualificati dall’UNESCO (gli intorni dei siti da Lista patrimonio, MAB, Città creative) e delle principali vie storiche (romane e francigene). Dalla mappa allegata si leggono gli oltre 50 ambiti che comprendono oltre un terzo del Paese e oltre la metà dei maggiori beni culturali (circa 5.000), messi in mostra per promuovere il patrimonio, le attività di pregio e i servizi della parte meno conosciuta, ma preziosa per una migliore distribuzione dei flussi turistici e una diffusione delle ricadute della polarizzazione dei Beni iscritti alla lista.

B. per il “paesaggio attivo”, i soggetti d’eccellenza, fornitori di servizi per la ricettività, produzioni tipiche, iniziative di valorizzazione di identità locali (oltre 5.000 di cui circa 3.000 presenti negli ambiti A). Tali soggetti, individuati da parte di stakeholder locali, vengono inseriti entro selezioni nazionali di iniziative e attività, distinte per aspetti tematici:

1. musei, ecomusei e parchi con iniziative di rilevanza territoriale (circa 600 in Italia)
2. luoghi da promuovere per le istallazioni e le iniziative di arte contemporanea (ca. 200)
3. iniziative e pratiche pubbliche o del III settore per la qualità del paesaggio materiale e immateriale – ad es.: selezionati nei Premi per il paesaggio (ca. 600)
4. iniziative per valorizzare beni utilizzati per attività culturali e performing art (ca.300)
5. iniziative censite dalla rete Connecting Smart City - servizi di sharing, conoscenza e funzionalità territoriali innovative, mobilità dolce etc. - (ca. 300)
6. attività di produzione e servizi per la green society – es.: Symbola o Legambiente (ca. 300),
7. iniziative e servizi per la ricettività di qualità paesaggistica e speciale - ad es. per la balneazione, o l’escursionismo montano (ca. 500)
8. attività di produzioni e servizi rurali di qualità, (da associazioni agricoltori, ca.500).
 

Per promuovere e segnalare le loro iniziative gli operatori del “Paesaggio attivo” possono gestire autonomamente una finestra Eventi, nella scheda ad essi dedicata, che fa brillare l’icona del loro POI sull’Atlante nei giorni precedenti l’evento e viene pubblicata su un Calendario Eventi locale e/o di rete.

Per realizzare il progetto, per ora affrontato con risorse proprie e in attesa di contributi economici, l’Associazione LandscapeFor “mette a sistema” le collaborazioni ormai consolidate con diversi soggetti attivi nel campo del management delle attività culturali, del paesaggio e dello sviluppo locale, integrandoli con soggetti portatori di tematiche specifiche.

Oltre ai Ministeri e agli enti regionali e locali, un primo elenco di tali soggetti, prevalentemente del III settore e da completare, comprende:

• Associazione Beni italiani Patrimonio Mondiale UNESCO
• FICLU (Federazione club e centri per l’UNESCO)
• Società geografica italiana 

• Lega Ambiente
• INU
• Fondazione Symbola
• Associazione Mecenate 90
• Federculture
• Fondazione Fitzcarraldo
• FIAB (Federazione amici della bicicletta)
• CAI (Club alpino)
• Centri di ricerca (universitari e non)
Giovedì, 09 Novembre 2017 00:00

Paesaggio chi? Il bosco può bruciare

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni

Paesaggio chi? Il bosco può bruciare

Perché gli eventi catastrofici non hanno peso nell’opinione pubblica, oltre l’emergenza e la spettacolarizzazione? Perché non curiamo la manutenzione straordinaria della casa che abitiamo?

Quando l’odore acre e qualche cenere di bosco arriva a Piazza S.Carlo, il torinese si allarma.

Come? Brucia il monte e non facciamo niente? Poi qualche assessore che si vuole togliere le multe di divieto di sosta o qualche vip che ha importunato la segretaria prendono il sopravvento sul vento di ponente carico di fumo. E scompare l’attenzione, veloce come era apparsa.

Comunque lo scandalo, le migliaia di ettari di bosco che ogni anno vanno in fumo, per un attimo ha toccato una grande città del Nord Italia.

Da buon paesaggista, più dell’evento in sè mi interessa come viene percepito, quale interazione innesca sulla gente. Spenti i fuochi e sedata l’apprensione, resta da capire quale strano meccanismo socioculturale rende trascurabile un rischio collettivo, anche quando si manifesta come urgenza catastrofica, mentre trova una diffusa risonanza emotiva un rischio individuale, ma del tutto potenziale, statisticamente molto improbabile, come una rapina in casa propria.

Incapace di dare una sola chiave interpretativa su un tema così complesso, provo ad elencare alcuni dati “caldi” (dal Ministero competente, dai siti dei Vigili del Fuoco, da datiallefiamme.it), a fronte dei quali ipotizzare le ragioni profonde delle reazioni nell’atteggiamento corrente e più diffuso tra i cittadini:

-          il cambiamento climatico sta portando un innalzamento delle punte metereologiche estreme, a cui le regioni temperate come le nostre non erano abituate. Tra queste la siccità porta esiti catastrofici diffusi ed imprevisti, come il facile diffondersi degli incendi;

-          i processi di abbandono della montagna, ormai cinquantennali, non accennano a fermarsi nel versante italiano delle Alpi occidentali e friulane (mentre la demografia inverte la tendenza depressiva in molte altre regioni alpine, da quelle francesi al Trentino), con esiti gravi sull’assetto del bosco, che diventa invasivo, di difficile gestione e mai pulito;

-          gli incendi crescono in Italia nell’ultimo decennio, da 50.000 ettari ne hanno interessato quest’anno quasi 150.000: 12 volte la superficie del comune di Torino. L’andamento storico degli incendi, negli ultimi 20 anni, ha punte e declini che coincidono, in particolare nelle regioni meridionali, con i provvedimenti legislativi e finanziari da una parte per aiutare i territori danneggiati o dall’altra per stroncare gli abusi;

-          9 incendi boschivi su 10 sono dolosi. La loro dimensione complessiva sta superando quelli delle aree non boscate, in particolare al Sud, sempre nelle stesse province. Ogni anno vanno in fumo quasi 1/3 (!) dei boschi siciliani, dove sono assunti dalla Regione più di 24.000 forestali (!);

-          in Piemonte gli incendi sono normalmente ridotti, in complesso interessano meno di 300 ettari all’anno e per oltre il 75% coinvolgono boschi di primo versante, su aree spesso un tempo coltivate, vicino alle piane di fondovalle. I fuochi dei giorni scorsi forse presentano un salto di paradigma: hanno interessato quasi 2000 ettari (come 4000 stadi di calcio!), con caratteristiche analoghe, per dimensione, diffusione e innesco, a quelli meridionali.

I dati sono coerenti econfermano: che boschi non puliti, in territori abbandonati e dissecati, sono facile habitat per chi innesca fiamme che il vento porta a incendi catastrofici, quasi sempre per criminale disegno di utilità marginale, in particolare al Sud e quest’anno forse anche al Nord.

Ma, a fronte di queste evidenze, per lo più risapute, la reazione dell’opinione pubblica è debole, quasi disinteressata.

I media obbediscono al mood generale, trascurando velocemente le notizie, a meno di vittime nostrane da piangere o di gravi danni patrimoniali privati da lamentare. Quelli sempre e comunque, per rimanere preoccupati per sé, a prescindere.

L’impressionante ottusità generale, a fronte di una relazione palese e diretta tra situazione del contesto e situazione personale, si spiega solo con una sorta di autocensura malata, un blocco collettivo da panico che impedisce ogni decisione razionale. Siamo come chi rimane immobile in una situazione rischiosa, che normalmente spinge alla fuga.

Si può riscuotere la gente dal torpore? Forse. Ma dobbiamo risalire a monte. Dobbiamo ammettere che, nell’opinione generale, non si crede sino in fondo che ci sia una relazione diretta tra noi e il contesto. Dobbiamo riconoscere che abbiamo lasciato crescere un vuoto tra ciò che la ragione ritiene ovvio e il trend del comportamento collettivo. L’intellettuale e il tecnico che pensavano di essere in prima linea sulle frontiere dell’ignoto e delle scoperte devono attestare l’urgenza e l’importanza di lavorare in questa retroguardia, umiliante e defatigante, troppo spesso lasciata al politico: convincere tutti a misurarsi con la realtà, a tener conto di ciò che siamo confronto al mondo e non solo di ciò che vogliamo o speriamo.

Vale per gli incendi piemontesi ma vale anche per la parodia dell’indipendenza (catalana o de noatri), varrà per i sistemi elettorali che portano a vittorie inutili, per le promesse di benessere ora a spese dei figli dopo.

Detto così sembra troppo generico, un modo per mandare la palla in tribuna visto che non si riesce a fare gol, ma è evidente che non possiamo fare veri passi avanti in democrazia sinché l’opinione pubblica non si capacita delle condizioni reali in cui si muove.

Credo che il discredito della politica abbia la sua parte in questo processo di progressiva impotenza che abbiamo lasciato pervadere, che non si sente più di partecipare a grandi progetti collettivi, come sono stati l’unificazione del Paese, la sua infrastrutturazione, l’alfabetizzazione, la ricostruzione. Il malgoverno impunito di mille urgenze ha reso insormontabile la diffidenza per le soluzioni generali, per cui, a meno di forti e coerenti segnali di cambio di rotta, sono premiate solo le soluzioni fai-da-te, la riduzione dell’orizzonte ai progetti individuali. In questo clima politico temi come il cambiamento climatico suonano a vuoto. I risanamenti ambientali e idrogeologici, urgenti e strategici, non coinvolgono a sufficienza la gente da motivare concentrazioni di risorse e contrazioni di rendite.

D’altra parte quando le soluzioni individuali ai problemi sono le uniche ad avere credito, finisce per cadere ogni distinzione tra quelle che premiano interessi comuni o viceversa tornaconti personali: si loda allo stesso modo il sindaco che, superando ogni burocrazia superiore, mette in salvo il suo paese e l’imprenditore che compra la fabbrica dissestata e ci guadagna dimezzando il personale.

Il bene comune non costituisce più una discriminante di valore, così come il ruolo dell’impiegato pubblico, che diventa eroico se è vigile del fuoco all’opera ma può essere contestato se è insegnante severo o funzionario che lotta contro l’abusivismo.

E’ una cultura dell’indifferenza che ha radici strutturali e non si supererà in tempi brevi. Ma non si può cominciare a lavorarci se non dalla comunicazione, dalla formazione di un’opinione pubblica a cui si indichino le conseguenze delle diverse posizioni, che rimanga inchiodata alla concretezza dei temi in gioco e non accetti chi offre soluzioni irrealistiche o nega l’esistenza dei problemi.

Già, perché il grado zero della coscienza politica, il peggiore, è quello negazionista, che nasconde la realtà e la sostituisce con rappresentazioni generiche e di comodo. In questo il paesaggio, quello reale, il territorio conosciuto e frequentato, è un prezioso antidoto allo strapotere delle informazioni effimere e generiche, quando non false, che passano i media e la rete. Ma anche questo è sotto schiaffo: chi conosce i versanti montani andati a fuoco, chi li ha visti se non da un parabrezza lungo l’autostrada o in fondo alla città, come una quinta teatrale? La città (o addirittura il nostro quartiere) confina con luoghi sconosciuti, che potrebbero anche essere i fondali di un grande Truman show, per quello che ce ne frega…

Per queste situazioni mia nonna canticchiava con sarcasmo: nessuno sa niente, nessun sa dov’è… allora l’Oriente vuol dir che non c’è… Se una filastrocca ottocentesca sintetizza ancora perfettamente l’ignavia del nostro tempo, vuol dire che siamo di fronte a una stratificazione socioculturale profonda, resiliente, che non si scuote certo per un po’ di fumo in piazza, e lascia intrepida che bruci tutto, se la SUA casa non è lambita. SE.

 

I partecipanti ad un bando, gestito dai Club Unesco italiani, che premia i migliori interventi di imprenditori per qualificare le loro attività e il loro contesto paesaggistico, la Fabbrica nel Paesaggio.

Lunedì, 23 Ottobre 2017 00:00

Mappa dei Club e Centri per l'Unesco

Localizzazione delle 146 sedi dei Club e Centri per l'Unesco operativi in Italia.

Le mappe dei Club Unesco e delle Fabbriche nel paesaggio

Dal 20 ottobre i Club Unesco e i progetti partecipanti al premio La Fabbrica nel paesaggi sono localizzati in Atlas, con appositi archivi.

Sono parte di un progetto ATLAS UNESCO che l’Associazione Landscapefor ha avviato, per far conoscere al visitatore italiano o straniero con materiale multimediale luoghi e attività poco conosciuti:

  • i 2000 soggetti del “paesaggio attivo” italiano, in cui si iscrivono anche i Club e i Centri Unesco,
  • i 500 partecipanti ai Premi del paesaggio, in cui si iscrivono anche quelli della Fabbrica nel paesaggio,
  • gli oltre 2000 centri di qualità nei territori circostanti i 53 Beni della Lista del Patrimonio Unesco.

I Club o le azienda partecipanti al Premio interessati possono essere abilitati ad arricchire la propria scheda, per ora solo localizzativa, con immagini o video, oppure ad intervenire direttamente su una vetrinadove inserire gli inviti a eventi o manifestazioni . L’icona del Club che ha inserito una news in vetrina pulserà fino alla data dell’evento, in modo da segnalarlo tra gli altri beni e servizi presenti in Atlas.

La mappa attiva dei Club, separata dal resto dell’Atlas, e il calendario attivo degli eventi inseriti in vetrina sono specchiati nel sito web della FICLU e in quello di ciascun Club lo richieda.

Dall’icona di Club in mappa e dalle date in calendario si possono aprire le schede illustrate di documentazione dell’evento o del Club.

Con la presenza nell’Atlas generale, che promuove e rende le attività per il turista culturale, e con la propria mappa e calendario, si dota la FICLU di un potente strumento di documentazione delle attività dei Club sul territorio, formando di fatto un dossier di buone pratiche dei Club, aggiornato e interattivo.

 

Attività dedicate per i Club Unesco e i partecipanti alla Fabbrica nel paesaggio

A. Completare la scheda

La mappa riporta come punto di interesse (POI) per le attività culturali la sede di tutti i Club e Centri Unesco aderenti alla FICLU e dei partecipanti a tutte le edizioni della Fabbrica nel paesaggio..   I Club e le aziende o gli enti partecipanti, se interessati, possono completare la propria scheda di sede inviando all’Ass.Landscapefor immagini, video e interviste, che documentano le attività o le ricerche svolte.

B. Segnalare gli eventi

Il Club, l’azienda ol’Ente partecipante al Premio, se interessato, viene abilitato a inserire direttamente, in uno speciale “cassetto” della scheda, l’invito a sue iniziative o eventi programmati.  L’icona della sede pulserà sino alla data dell’evento, in modo da segnalare la novità a tutti i fruitori di Atlas. La data è automaticamente registrata in un calendario delle attività Ficlu, dal quale si può aprire la finestra con la presentazione dell’iniziativa e della sede che lo sta promuovendo.

C. Localizzare nuovi punti di interesse

I Club interessati a documentare luoghi e beni del proprio territorio, dove si svolgono attività del Club o da promuovere per il loro interesse culturale, possono essere abilitati a redigere parti di Atlas, diventando “autori” di nuovi punti di interesse e delle immagini e video che accompagnano la loro descrizione.

L’abilitazione comporta un breve corso on line (4 ore) per imparare ad utilizzare il software di Atlas e una chat permanente di assistenza dell’Ass.Landscapefor, per risolvere gli eventuali problemi.

D. Attivare calendario e mappa di club

Il Club interessato può far inserire nel proprio sito web una mappa che riporta i “propri” punti di interesse, separatamente dal resto di Atlas e/o un calendario che riporta il segnale delle “proprie” attività, ovvero quelli dell’intera Ficlu.

 

Le attività sono riservate ai soci dell’Associazione Landscapefor. Per associarsi vedi modalità in “chi siamo”.

Per i soci le attività A e B sono gratuite. Le attività C e D hanno un costo di 500 € per l’impianto, la formazione e l’assistenza e di 200 €/anno per la gestione.

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni

Prima rigeneriamo la nostra creatività, poi il resto

Un pensiero radicale sugli strumenti culturali di cui disponiamo per orientare il futuro delle nostre città. Uno spunto per le giornate di ArtLab a Mantova, dove il 28-29 settembre si rafiona delle potenzialità offerte dal prossimo Anno del Patrimonio europeo

Chi si trova a ragionare di città lo fa da urbanista, o architetto, o promotore di servizi ed eventi. Manca da anni la dimensione politica, ormai esecrata, e tutti fingiamo di fidarci delle nostre competenze tecnico-operative per dare un contributo a risolvere i problemi della polis (che ovviamente si aggravano, negandone la radice profonda).

Quasi tutti i progetti urbani recenti sono come la meccanica antica. Idee geniali, efficienza bassissima, efficacia non valutabile: Leonardo non ha mai fatto vincere una guerra al Visconti, ma ha incantato tutti, posteri compresi, con i suoi disegnini fantasiosi. Così le archistar, o chi pensa agli eventi e alle performance: fuochi d’artificio.

D’altra parte dobbiamo renderci conto che la cultura urbana è stata protagonista del cambiamento, quando ha dato forma e sede a un nuovo modello di società al mondo contadino, soprattutto quando fu scosso dalla rivoluzione industriale, ma ora, che il mondo sta nuovamente cambiando con la rivoluzione digitale, la cultura urbana non è più all’altezza del cambiamento.

Siamo bloccati in una vision della città esistente, con le sue strette relazioni fisiche, con l’alto contenuto di segni identitari, di memoria delle innovazioni passate, come il miglior ambiente di sviluppo possibile, ma lo è stato rispetto alle relazioni territoriali rurali tradizionali, lasche, lente, senza segni, senza storia. Curiamo la macchina che ci ha dato il cambiamento della modernità e il suo senso della storia e non ci accorgiamo che le nuove leve della città sono già immerse in un nuovo clima di cambiamento.

Vediamo poco questo cambiamento epocale perché abitare comporta abitudini e siamo abituati a cercare la stabilità come fattore positivo, come ambiente dove svilupparci bene. E pensiamo che la stabilità del contesto fisico dove abitiamo, il riconoscimento positivo delle sue forme costituisca non poco della nostra identità, e quindi delle nostre strumentazioni per affrontare il futuro. Questo vale ancora per chi vive stabilmente in un contesto di qualità, ma oltre la metà degli italiani non abita bene, cerca il cambiamento. Chi sta nelle periferie è abituato non alla stabilità ma al cambiamento: perché cambia fisicamente ogni anno il contesto e perché lui si muove sempre di più, vede i luoghi dal finestrino del mezzo che lo porta ogni giorno a mete lontane (oltre ¾ degli italiani prende un veicolo ogni giorno). Per loro non c’è più il tempo di affezionarsi ai luoghi, semmai l’identità si proietta in spazi simbolici, rappresentativi, e questi possono essere vicini o più lontani, o addirittura essere virtuali, solo immaginati.

La generazione millennial (10+, 10-) sta rinunciando alla normale identità legata ai luoghi e costruisce identità basate su non-luoghi, cioè rinuncia a differenziarsi per aderire a spazi e segni omologati e appartenere a grandi gruppi che non ricorrono più a segni distintivi spaziali, a identità storiche o a grandi progetti ideali.

Quindi da una parte c’è un mondo che dichiara di voler dare valore all’identità locale, al patrimonio culturale (dopo averli calpestati come un elefante in una cristalleria), finanzia progetti che intervengono come gocce nel mare per ridare luogo a spazi perduti; dall’altra c’è la componente più giovane di quel mondo che non si riconosce nei luoghi, ma semmai negli eventi, nei raduni, nei comportamenti.

Come fare i conti con un popolo non di cittadini ma di city-users? Come fare a chiamare a collaborazione questi abitanti dei non-luoghi, di un mondo che ci sembra solo periferia, che un week end vanno a fare trekking in montagna e quello dopo visitano una mostra a 300 km. e forse quello dopo vanno in una pizzeria e una multisala nel centro? Di quei giorni questo popolo apolide segna sul suo diario (rigorosamente condiviso e omologato alle regole ferree della piacioneria social) indifferentemente il selfie con il palco teatrale, gli amici della compagnia che fanno boccacce, il cagnolino che gioca con le onde. Il resto è contesto, sfocato, come fa di default l’ultima versione della fotocamera dell’Iphone.

Detto in modo retorico: Che ne è della politica se non c’è più la polis come valore, che ne è della cultura se la sua coltivazione non è più ritenuta interessante, nei termini di obbedienza a cicli lunghi, della semina del sapere, della cura nel tempo del raccolto e della sua messa in valore in termini di idee?

Che ne è della memoria se non interessa più porre in riga gli eventi della nostra vita e di quella degli altri, se la si usa solo per sprazzi, scintille senza nesso tra loro, come fanno i bambini piccoli e i vecchi inoltrati, o i cybernauti con i vecchi hard-disk dove avevano messo le foto quando non dominava ancora il cloud?

Insomma, quali saranno i valori relazionali dei nostri figli, nel tempo e nello spazio? E perché di fronte a questa destrutturazione dei nostri rifermenti culturali infiliamo la testa nella sabbia e riusciamo solo a pensare a RI-generare la città, a valorizzare la memoria lineare inventata nel 1800 dagli storicisti, a tessere relazioni culturali strategiche che non interessano a nessuno che abbia meno di 40 anni?

Il Patrimonio e il Matrimonio, il tesoro dei padri e delle madri, sono sotto schiaffo da parte di una generazione che semplicemente non ne usa più gli strumenti fondamentali di strutturazione. Per il Patrimonio non si studia più il sistema relazionale del sapere: wikipedia soddisfa le esigenze funzionali e la creatività è colta come un bagliore episodico, alimento per stupori e innamoramenti momentanei. Per il Matrimonio non si fa più famiglia e tantomeno figli: uno sciopero bianco nella fabbrica base della società. Una rivoluzione non-violenta più radicale di mille ’68.

Se, come credo, dobbiamo rendere accessibile il passato dal futuro, perché il passato è una risorsa fondamentale per qualsiasi futuro, dobbiamo riprendere il discorso da zero. Dobbiamo renderci conto che è in atto un cataclisma che sta distruggendo i ponti, le reti, le infrastrutture su cui abbiamo sempre contato per mantenere vivo il processo di comunicazione epocale. Dobbiamo porci domande radicali. Esiste una società felice che faccia a meno dei valori urbani? Della memoria storica? Della cultura fatta di riferimenti ad altra cultura? E se rispondiamo di no, che non esiste, dove vanno tutti questi ragazzi? Possibile che abbiamo fatto una generazione di masochisti che si sta fabbricando un mondo infelice?

E se ascoltassimo un po’ di più i gorgoglii sotterranei che scaturiscono da quelle facce inespressive, che guardano schermetti, hanno tappi musicali alle orecchie, da quelle fiumane che sembrano muoversi poco e a caso?

E se guardassimo alle situazioni che li rendono felici e cercassimo di capirne le dinamiche? Orecchio per ascolto di emozioni senza ragione? Abbandono ad una sensibilità non specializzata? Ricerca dello stupore, dello stupefacente? Indisponibilità a sbattersi per raggiungere risultati e tendenza ad accontentarsi pur di avere tempo a disposizione? E quel tempo per cosa?

Con ogni probabilità il piacere rimane il motore delle azioni delle nuove leve, ma non utilizza più come carburante l’appartenenza ad una storia, il compiacimento dei quarti di nobiltà che si è dato l’Occidente con la sua cultura e il suo patrimonio. Rinunciamo per un attimo all’idea preconcetta della supremazia degli aspetti sistematici, ordinati, della tessitura, che la cultura ci offre. Cerchiamo di capire dove si attesta il desiderio di conoscenza, la curiosità del mondo di una generazione che fa a meno degli strumenti tradizionali. Con un minimo di distacco dall’impostazione tradizionale della cultura ci accorgiamo che non è in atto una demolizione del Patrimonio culturale, quanto una svalutazione radicale degli strumenti di comunicazione sinora utilizzati per istallarlo come valore. Tra quelli che non sentono la città e i suoi prodotti come proprietà culturale, non vale il rito iniziatico dell’appartenenza. Rifiutano l’iniziazione al Tesoro di famiglia affidata a Scuola e Musei.

Il Patrimonio resta tale anche se una generazione non lo considera tale, ma forse ripensare il suo ruolo nell’Europa può essere prezioso proprio perché sono saltati i modi tradizionali di considerarlo. Per la prima volta non solo c’è la possibilità ma c’è l’urgenza di raccontarlo in modo diverso. Come?

Ad esempio nascondendo l’interpretazione strutturale rigida, storicista, che le nazioni hanno seguito sinora, lungo l’asse del tempo e delle glorie di casa. Se, come ci illustra Rovelli, la fisica quantistica mostra che il tempo lineare non esiste, e che possiamo contare solo su eventi, perché non insegnare ai giovani le tecniche dell’investigazione, della caccia al Tesoro e partire dal rintracciamento degli eventi, degli esperimenti, delle avventure che hanno prodotto il Patrimonio?

Il Patrimonio può essere ricostruito nel nostro immaginario a partire da una serie di tracce, di riconoscimenti puntuali e di legami labili tutti da definire, ad esempio stando attenti alle relazioni visive, locali, geografiche. Girare la città e il territorio come terra incognita, con bussole di sapere episodiche che man mano ciascuno compone come gli pare. E’ la tecnica che ha appassionato generazioni di studiosi che 100 e più anni fa, hanno composto la storia della nostra cultura, quella che ora proponiamo ai più giovani come un Moloch monolitico, irrigidito dalle troppe, noiose letture. Perché non riproporre a quegli occhi disattenti nuove tecniche di esplorazione di quello che crediamo di sapere già? Perché non chiamarli a colmare l’enorme baratro che i cultori della cultura ancient régime hanno scavato tra il Patrimonio e la contemporaneità, un intervallo che in Italia è perfino stabilito per legge in 50 (o 70) anni, per rendere certe le nuove generazioni di non avere nulla a che fare con il sancta sanctorum della cultura?

Se l’occasione di un anno dedicato a ripensare in chiave europea il tema del Patrimonio ci aiuta a schiodarci in radice dai modi di rappresentarlo, se sappiamo proporre ai giovani tecniche di esplorazione dei segni della cultura per indizi e per relazioni locali, apparentemente casuali, se sappiamo chiamarli a ricucire con questo lavorio lo strappo della cultura passata con quella contemporanea, forse il Patrimonio torna ad essere, anche per i nostri figli, la sterminata miniera di futuro che abbiamo desiderato nei nostri migliori sogni di gloria.

Lunedì, 04 Settembre 2017 00:00

Il Paesaggio in vacanza

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni

Il Paesaggio in vacanza

Pericoli per il senso del paesaggio dalla vacanza culturale, dalla schiavitù dei tempi contingentati, dalla perdita degli ozi delle villeggiature.

Abatantuono, parvenu sul lastrico, si chiude in cantina con la famiglia tutto agosto, per poter poi raccontare di essere andato in vacanza (in Mari del sud, un film di Cesena del 2001). Ridiamo dello stratagemma paradossale, ma anche noi, cittadini che d’agosto in vacanza ci andiamo, non scherziamo quanto a paradossi masochisti.

Nonostante il caldo deprimente consideriamo un dovere spostarci dai luoghi dove stiamo il resto dell’anno per andare in altri luoghi. Un dovere verso noi stessi, un diritto che umilia chi non lo esercita: ci si deve spostare, a qualsiasi costo. E’ l’esito parossistico di un processo socioculturale che dura da oltre mezzo secolo.

I nostri padri e nonni che potevano permetterselo mandavano la famiglia in villeggiatura; nel racconto del ritorno risultano cinquanta o cento giorni di tempo libero, di ozi e amori: si tralasciano i tre o quattro giorni di viaggio e fastidi vari.

Lo stesso nella generazione di mezzo, dominata dall’ipnosi balneare, anche se si riducono i giorni feriali: alle truppe scelte di chi fa stagione con la seconda casa si accompagna l’esercito degli affittuari da mese, poi da due e ora da una settimana. Ma gli ozi e gli amori rimangono nell’orizzonte desiderato per il resto dell’anno: cerco l’estate tutto l’anno e all’improvviso, eccola qua…..

Ma il cambiamento reale è nell’ultima generazione: quella del viaggio. I resoconti delle vacanze sono oggi pieni di spostamenti e di passaggi fastidiosi: fare e disfare bagagli, jetlag, pulire casa imprestata e/o penare per disguido prenotazioni, malessere per coda da museo e/o per sbornia, bronchite per temporale lungo il trekking e/o gastrite per rabbia di documenti rubati … Insomma il racconto delle vacanze di viaggio narra di un tempo occupato, senza ozi e senza amori, pieno di disavventure come nei romanzi del Marchese De Sade.

Non è solo un tempo occupato: è preoccupato. E’ un effetto perverso della nuova ipnosi Trivago e Airb&b, che ammalia con le sere di primavera passate a cercare voli low-cost e pacchetti scontati per l’estate, e a farne un puzzle perfetto per i venti giorni delle ferie, predefinite sin da Natale. Così ci si costruiscono gabbie: incastrati anche più che a casa, i nuovi turisti culturali si muovono nei tempi stretti di programmi self-made. Sono macchine ansiogene, come quelle tanto criticate dei viaggi organizzati, ma ora in più non ci si può neppure sfogare a criticare il tour operator.

Così si consolida non solo una metamorfosi del tempo libero classico, quello della vacanza: ma si avanza una nuova dimensione del viaggio.

Se la villeggiatura con i suoi ozi e amori chiede di essere ospitata in luoghi da abitare a fondo, dove ciascuno possa riconoscere lo spazio per le proprie identità e abitudini (per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare), la vacanza in tour ci proietta nell’universo del collezionista. Ogni anno i viaggi consentono di arricchire le bandierine sull’atlante personale con molti luoghi diversi. E’ una spinta compulsiva: i luoghi si raggiungono, benché vada si visitano, ovviamente non si abitano. Né si vogliono abitare: la frase “Là ci siamo già stati” non fa scegliere una meta, al contrario, la fa escludere. Non è ritenuta importante la frequentazione di un luogo, la ripetizione rassicurante di atti e visuali, che il senso di abitare comporta.

D’altra parte anche la meta e gli spostamenti non contano: ci sono solo tappe. Il viaggio delle ferie è spesso un itinerario da seguire come un gioco dell’oca, non un viaggio verso qualcosa o da gustare nel percorso. E’ un effetto perverso che coinvolge anche i prodotti della moda slow: si va in aereo sino alla partenza dell’itinerario da fare in bici, e ogni giorno va compiuto il tragitto prefissati sino a giungere al traguardo di tappa, dove troveremo i nostri bagagli e un drink di benvenuto. E così via giorno dopo giorno per tutta la settimana, poi aereo e a casa. Fine del viaggio e della vacanza. Dopo un giorno passa anche il male al sedere.

Se si tolgono gli eventi logistici, per lo più memorabili per le pene del corpo, nel racconto c’è poco spazio per ciò che si è visto. La facilità a lasciare una scia di selfie e video da postare riduce i tempi per assorbire gli effetti di un luogo e quindi per poterne parlare. E, come sappiamo, ciò che non si racconta non si memorizza, e dopo qualche mese non è mai accaduto: si guardano foto con occhi smarriti … Dove eravamo qui?… avevo il pareo fucsia… quindi era il 2014 e quindi DOVEVAMO essere a Mikonos.

Dentro questa macchina che costringe il tempo e lo spazio della vacanza in un data base predefinito e in una collezione di ricordi di disavventure, che fine fa il paesaggio?

Non è una domanda oziosa (magari!): al modello del viaggio culturale affidiamo le speranze di sviluppo del nostro turismo e al nostro turismo affidiamo le speranze di sviluppo del nostro Paese. Promuoviamo al massimo l’ospitalità delle città d’arte, includiamo borghi e monasteri, incentiviamo il riuso turistico di case sottoutilizzate, alimentiamo sulla rete l’immenso bengodi delle scelte di itinerario. E in questo marketing dell’Italia intera “paesaggio” fa brand quanto e più che “museo” (anche se ormai meno che “cucina stellata”).

Dunque, se in vacanza facciamo i turisti, in vacanza il paesaggio ci tocca. Ma è il paesaggio a cui pensa il ministro quando dice: Paesaggio italiano, elemento per attirare il turismo colto? (titolo del resoconto della Giornata del Paesaggio, il 14 marzo scorso).

L’archetipo del turista colto che gode del paesaggio è ovviamente il cilindrato solitario di C.D.Friedrich che guarda il mare di nuvole dalla vetta di un monte; ma quell’archetipo benemerito è rottamato la realtà delle folle che impediscono di camminare non solo in piazza S.Marco, ma anche lungo i sentieri delle 5 Terre o le ascensioni ai 4000 alpini.

Quei paesaggi (come ogni paesaggio) sono fatti dalla relazione che si stabilisce con il luogo, e se il luogo è pieno di gente, questo aspetto determina significativamente la relazione. Piazza S.Marco piena di gente in maschera è un altro paesaggio di quella stessa piazza vuota con luci serali. E’ ovvio, ma il turista compulsivo finge di non saperlo, e visita Kyoto, Machu Picchu e Selinunte, tra le 13 e le 16 del 12 agosto, come che siano, pensando di assaporarne il paesaggio.

Mente a se stesso.

Il turista colto sa (o almeno dovrebbe sapere) che il senso del paesaggio non è un dato, non è dato. Anche se non chiude mai, se puoi sempre vederlo, può capitare che un paesaggio famoso non ti generi alcun senso notevole, non tanto per colpa sua quanto perché in quel momento tu non sei in grado di entrare in contatto con quel luogo (e tu hai solo quel momento). Trascuriamo che il paesaggio è frutto di una metabolizzazione interna della relazione con l’esterno, che richiede di entrare in sintonia con il luogo per poterne cogliere aspetti che risuonano con le nostre capacità di comprensione.

E’ frutto di un lavoro che richiede tempo, in un processo che mette in sequenza attenzione (tensione verso), contemplazione (portare al templum, cioè all’orizzonte definito in cui sappiamo relazionarci con il contesto indefinito), riflessione (rivolgimento di se stesso verso). Le definizioni tra parentesi, prese dal vocabolario etimologico, dicono in generale ciò che faceva mio nonno ogni estate, sistemata la famiglia in una casetta in affitto di mezza montagna: portava con la bici il cavalletto, una tavola di compensato e la tavolozza dei colori in un punto panoramico solitario e lì, pomeriggio dopo pomeriggio, pennellata dopo pennellata, dipingeva quello che vedeva, con un fiore profumato in una narice.

Paesaggio: lavoro che ha bisogno di tempo, di ozio e di amore.

 

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni

Quando il gioco si fa duro…Il progetto di sviluppo alla prova del sisma

Dov’era come sarà: il motto del seminario di Symbola 2017 apre al futuro senza ipotecarlo e motiva, ancora per un po’, le mille iniziative locali che però sono in affanno a uscire dall’infinita emergenza e dalla immane fatica imposta dalla complessità dei problemi e dalla loro incredibile amplificazione burocratica.

 

Il titolo del seminario Il senso dell’Italia per il futuro sottintende ... dopo il sisma. Ermete Realacci, Fabio Renzi e i loro amici hanno messo insieme una serie di teste pensanti e operanti, mostrando che non mancano le capacità di visione e le prospettive di futuro, anche in una situazione drammatica come quella del “cratere”. Cratere, termine odioso, indica però la dimensione epocale della tragedia, che ha provocato 150.000 senza tetto, oltre 300.000 edifici colpiti, di cui oltre 1200 tutelati, 12.000 beni culturali da proteggere.

Con un’efficacia stupenda nel giro di pochi giorni dagli eventi le persone sono state messe al sicuro (e le quasi 300 vittime sono meno di quelle che la devastazione poteva provocare). Il territorio, con uno strenuo lavorio collettivo coordinato dai sindaci, ha metabolizzato più che poteva le ferite alle famiglie e alle attività: moltissimi hanno trovato posto nelle case vuote non danneggiate, qualcuno ha ricominciato il lavoro anche se in condizioni difficili, in certi nuclei si è subito reso accessibile il cuore del centro, a costo di mille impalcature. Sin qui la superba reazione locale: dove si può la vita continua.

Ma il sisma ha piegato intere economie, ha cancellato comunità, ha fatto cadere ogni ipotesi di tirare a campare per terre e generazioni pregiate ma già in bilico sull’orlo della povertà. Da tempo per queste terre si richiede una strategia di valorizzazione delle risorse sottoutilizzate dal modello metropolitano. E’ un tema che percorre la montagna italiana e che da decenni deve essere raccolto e coordinato dallo Stato.

Ma a quel livello siamo in gravi difficoltà. Per le prospettive e per le urgenze.

Dal livello locale in su la macchina del dopo terremoto non si è ancora mostrata in piena attività, ed è passato quasi un anno. In parte questo ritardo è dovuto all’emergenza che continua (decine di migliaia di scosse sino a ieri hanno logorato nervi e murature), in parte è dovuto all’immensità del territorio sconvolto (140 comuni di 4 regioni – per l’Aquila erano 57 di una sola regione), ma in parte importante è dovuto all’incapacità dei decisori centrali di far fronte in tempi brevi alla normalizzazione delle attività e dei servizi, e soprattutto di spendere energie e risorse per la rifondazione delle comunità locali.

Ma via, non siamo pessimisti… ci sono notizie che ci fanno pentire di esserci lamentati dello Stato. Ad esempio la Gazzetta ufficiale del 14 febbraio 2017 porta in allegato un documento programmatico: «RESTART - Per la strategia di sviluppo del territorio dell’area del cratere». Meraviglia!

Dopo qualche riga, ci si accorge che si tratta del cratere de L’Aquila, formatosi nell’aprile del 2009. Otto anni per dire a quei poveretti che cosa le istituzioni pensano (di pensieri si tratta) per aiutare il loro futuro. Senza rilevare che nel frattempo un altro sisma, con oltre il doppio di danni, ha colpito lì vicino e messo in ginocchio ulteriormente la già fragile situazione socioeconomica di quelle aree interne.

Il tempo non passa nei ministeri. La programmazione è desueta anche come termine (roba da piani quinquennali dei soviet).

Il Governo ora agisce stanziando fondi che il Commissario distribuirà attraverso complessi slalom tra la burocrazia, attenta a ogni sospetta corruttela o spreco formale (con Cantone che sorveglia), tra le soluzioni standard delle tecnostrutture specialistiche, ciascuna attenta al suo specifico e indifferente all’effetto complessivo, tra le pressioni di ciascun sindaco, che ha in casa un assortimento diversamente combinato delle medesime urgenze, sempre più ribollenti e in attesa di risposta.

Ad esempio: si decide di far casette vicino ai centri per ricoverare d’urgenza i senza tetto, ma si impediscono le soluzioni autonome dei singoli. La soluzione deve essere standard: appalto da molte migliaia di casette (problemi per Cantone, of course). Tutte le casette devono essere allineate come in un accampamento militare su platee urbanizzate che però si dovranno demolire a fine emergenza. I tempi di realizzazione e i costi sono quadrupli di quelli delle soluzioni autonome, e a un anno le casette tardano a essere pronte (128 su oltre 6000).

E’ chiaro che non c’è visione di futuro né gerarchia di priorità in questi processi decisionali, razionali forse a una visione settoriale dell’immediato, ma che sembrano caotici se visti dall’esterno, dalla gente, che ne riceve solo gli esiti come sentenze di un autocrate alieno.  

Occorre reagire alla brutta botta ricevuta… bisogna ripartire dai fondamentali: il coraggio di darsi una mossa, insieme. Allora: se (e sottolineo SE) c’è un processo decisionale razionale per dare servizi, non solo andrà comunicato nelle sue motivazioni, ma andrà condiviso, in quanto processo, con la gente che si sta servendo. Non è una modalità di democrazia (e basterebbe!) è una modalità di efficienza e di efficacia: è noto che le situazioni complesse richiedono requisiti generali uniformi e soluzioni flessibili. E’ noto che i pensatori a tavolino sono forse capaci a dare la rotta, le regole, ma che in ogni luogo la gente la sa più lunga, in tema di adattamenti alle necessità locali. Qui, in questi mesi, sembra che i requisiti generali non siano mai stati discussi e stabiliti e, in compenso, le soluzioni siano rigide.

Dal seminario di Symbola esce un contributo di merito e di metodo, positivamente integrati sul primo tema: metterci d’accordo sui requisiti generali. Non si tenta una risposta all’emergenza, ma ci si preoccupa di dare speranza, dell’orizzonte largo, del futuro della generazione che crescerà nel dopo-sisma.

Dal seminario emergono alcuni punti forti da radicare in una prospettiva condivisa, in un ordine di priorità indispensabile per partire insieme, comunità e istituzioni, subito, come una barca che salpa sulla scorta di una nuova velatura, e non rattoppa un telo da tempo logoro e definitivamente stracciato dal sisma.

E’ il tentativo di dare spazio alle strategie di fondo, da anni nell’aria ma mai fatte proprie dalle comunità locali, che ora devono diventare l’ossatura forte della ricostruzione. Per i loro temi si chiedono discussioni e ma poi, velocemente, indirizzi e requisiti, decisivi già per l’urgenza, utili subito, per i prossimi mesi, ma da mantenere in vista dei prossimi lustri.

Bastano cinque punti usciti forti dal teatro di Treia a dare il senso di un’impostazione preziosa, alla quale richiamare tutti i decisori, politici e tecnici.

Prima la comunità e quindi Prima la sicurezza

Prima di tutto la sicurezza delle persone, perché è un bisogno essenziale a meno del quale la gente se ne va e la comunità si scioglie. Senza la continuità della comunità non ha senso (cioè non possiamo capire il significato) di tutto il resto, tra cui la conservazione delle testimonianze. Le testimonianze, che chiamiamo Beni culturali, sono cose che segnano la storia della comunità e del territorio e che comunque testimonieranno di questa violenza naturale e del modo storico con cui ad essa si è reagito: non ci sarà da nascondere l’intervento del XXI secolo che mette in sicurezza i luoghi dove abitare e da visitare, ma da vantarsene nei secoli a venire.

Come sarà non è dato ma è bene che sia green, smart e glocal

Nulla sarà come prima, anche i luoghi-simbolo dell’identità locale saranno diversi perché sarà cambiato il loro contesto, la loro vicenda costruttiva (che diventa ricostruttiva), lo sguardo dell’abitante che ha riconquistato il suo posto e del visitatore, che sarà ammirato per la vicenda di oggi più che per il bene fisico. Ma allora, se questa è un’occasione di nuovo insediamento, studiamo il meglio: promuoviamo il cratere come luogo della sperimentazione dell’abitare sostenibile, della produzione impregnata di economia circolare, delle relazioni immateriali garantite dalla banda larga, della ricostruzione dei beni antichi che testimoni anche la contemporaneità. I luoghi sono adatti, per l’intenso ed equilibrato rapporto storico città-campagna, per la tradizionale sobrietà delle comunità e laboriosità dei suoi artigiani.

Rinsanguare le reti di prossimità, nodi di reti lunghe

Il territorio devastato è patria di uno dei caratteri italiani più straordinari: una rete di paesi che sono stati città, dove la parola Comune risuona ancora del suo significato, dove le attività tradizionalmente si integrano in filiere e l’innovazione viene metabolizzata costantemente. Le distanze fisiche ridotte, il territorio diversificato ma da sempre percorso in lungo e in largo, l’essere in mezzo tra grandi città e linee di traffici millenari hanno abituato questi borghigiani ad essere cittadini, del loro comune e del mondo. Anche qui bisogna sperimentare, perché sinora poco si è fatto per le reti (si cita il Distretto culturale evoluto che le Marche tentarono qualche anno fa), ma non si possono perdere queste continuità, queste tradizioni di prossimità che sono la risorsa più particolare su cui contare per lo sviluppo locale. Così questi territori possono costituirsi come laboratori utili per tutta l’Italia non metropolitana, quella che oggi finalmente cominciamo ad apprezzare per uscire da una crisi infinita.

Partecipazione continua nella nuova progettazione

I commissari cominciano ad aver paura a partecipare agli incontri perché sanno che la gente comincia a non poterne più di aspettare, senza informazioni se non promesse via via procrastinate. La comunità dispersa rischia di riunirsi in protesta, quando sarebbe preziosa se riunita in progetto, in partecipazione diretta alla ideazione delle iniziative di ricostruzione. Dove ciò avviene, per l’abilità di qualche sindaco o di altri illuminati, il progetto locale va assolutamente seguito, accompagnato, agevolato, perché è solo sentendo propria la battaglia per abitare nuovamente che poi, nei prossimi anni, si avranno le forze per rimanere e riabitare luoghi ora ingrati: ogni progetto è bello a chi l’ha pensato.

Dare un segno di partenza: liberarsi dalle macerie

Se i punti precedenti sono stati espressi con forza, l’ultimo (ma primo per partire) si legge sottotraccia, come una sorta di subconscio affiorante: rimuovere lo scandalo delle macerie.

E’ incredibile che non ci si renda conto della violenza che le macerie e l’inagibilità dei centri provocano nell’animo degli abitanti. Ciò che si abitava ora è un imponente caos, privo di senso, se non quello della frustrazione di ogni tentativo di riabitare, del divieto di ritornare. Lasciare marcire le cose e le case di un paese, ridotte a montagna indistinta o a luogo deserto, è come lasciare marcire un morto per strada. Come quello non è trattabile come settanta chili di carne, così le macerie non possono essere ridotte a un rifiuto speciale: sono un corpo sacro, che ha bisogno di una liturgia della separazione e della sparizione, di un luogo di sepoltura vicino, dove la comunità riconosca il proprio passato. Ogni comunità scelga dove eleggere quel luogo e poi via, con la massima velocità, si tumulino le macerie e si restituisca il paesaggio liberato alla gente, dove progettare il proprio futuro. E non dite che ci sono rischi per la salute, visto che sinora si sono lasciate all’aria per un anno, e non dite che ci sono problemi di proprietà o di reperti d’interesse culturale. Sono certo che i tecnici sapranno rendere accessibili le piazze e i locali dei centri ancora in piedi, sapranno minimizzare il danno di una tumulazione indifferenziata. Ma da lunedì si deve cominciare e finire al più presto, con i mezzi a disposizione, senza appalti giganti: su questo lasciate fare ai sindaci, guardati a vista dai loro cittadini.

Poi, con la mente e il paesaggio più sgombro, si può dare spazio al progetto e alla speranza.

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