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Il paesaggio: da testo ad ipertesto

Indice

 

L’ipotesi post-strutturalista: molteplicità e infinita ricentrabilità


Nella critica letteraria anglosassone il dibattito sull’ipertesto è stato sviluppato soprattutto dalle correnti post-strutturaliste. George Landow, pioniere degli studi sulle applicazioni ipertestuali alla letteratura, è convinto che questa tecnologia realizzerà una rivoluzione culturale pari a quella innescata da Gutenberg; vede in essa una convergenza con la critica contemporanea (la realizzazione di alcune teorie di Barthes, Derrida, Foucault, Bachtin) ed un cambiamento di paradigma (il paradigma della reticolarità, fondato su un modello di conoscenza distribuita lungo le connessioni della rete, come nel sistema immunitario. Come una rete può essere inteso, per Foucault, il sistema generale di pensiero di un’epoca, capace di connettere interpretazioni e categorie simultanee e contraddittorie).

Le caratteristiche rivoluzionarie dell’ipertesto sarebbero la non linearità, l’apertura, l’intertestualità, la separabilità di ogni segno, la multivocalità, la non-appropriabilità (la “morte dell’autore”), l’infinita ricentrabilità; l’unico principio ordinatore sarebbe il momentaneo interesse dell’utente, che durante la navigazione sposta continuamente il punto di focalizzazione e quindi anche il “centro” del testo.

Forse esistono dei limiti alla “ricentrabilità”, limiti strutturali oltre i quali non si può più trovare nemmeno un centro d’interesse intorno al quale aggregare i nodi ed attivare i link, oltre i quali la lettura è davvero atomizzata. La capacità di porre attenzione è funzione del contesto, ma nell’ipertesto è difficile dire quale esso sia, mentre nel paesaggio lo si fa coincidere con il bacino visuale (risolvendo il problema con una semplificazione geometrica) o con l’unità di paesaggio, che può essere, a seconda delle formulazioni, il contesto delle relazioni ecosistemiche o invece il contesto delle relazioni segniche che permettono l’interpretazione dei singoli segni.

Il paesaggio tende ad essere letto in modo olistico, mentre l’ipertesto (ma forse anche certi paesaggi) si presta ad una “lettura discreta”: “Every sign, linguistic or non linguistic, spoken or written, (...) can be cited, put between quotation marks. In so doing it can break with every given context, engentering an infinity of new contexts in a manner which is absolutely illimitable” (Derrida, 1977). Landow cita anche il Barthes di S/Z: “In questo testo ideale, le reti sono multiple, e giocano fra loro senza che nessuna possa ricoprire le altre; questo testo è una galassia di significanti, non una struttura di significati; non ha inizio; è reversibile; vi si accede da più entrate di cui nessuna può essere decretata con certezza la principale, i codici che mobilita si profilano a perdita d’occhio, sono indecidibili (il senso non vi si trova mai sottoposto ad un principio di decisione, che non sia quello di un colpo di dadi); di questo testo assolutamente plurale i sistemi di senso possono sì impadronirsi, ma il loro numero non è mai chiuso, misurandosi sull’infinità del linguaggio” (Barthes, 1973).

Così esistono città territoriali che sembrano avere nè inizio nè fine, nessun accesso fisico privilegiato, una pluralità di modalità di attraversamento e di orientamento, ma soprattutto nessun punto di vista privilegiato, nemmeno quello dell’abitante, venuta meno la coincidenza tra individuo e collettività, abitante e luogo, che Cosgrove individua nell’insider. Sono i paesaggi -sempre più estesi- che non possiedono identità e senso storico, che non sono abitati da una comunità archetipica o che non sono abitati affatto (ad es. i paesaggi industriali), che non sono “costruiti socialmente” (nel senso più tradizionale): forse questi paesaggi si offrono solo alla percezione individuale per l’attribuzione di un senso strettamente personale. Il navigatore sarebbe allora un individuo solitario, osservatore esterno, turista, che possiede un forte controllo sul mondo (per seguire il ritratto che Cosgrove dà dell’outsider).

Il distacco tra l’identità degli abitanti e l’identità dei luoghi sembra un fenomeno di vasta portata, connesso alla crisi identitaria della tarda modernità. Le geografie personali si globalizzano e si “reticolarizzano”. Alcuni sottolineano l’impossibilità di appartenenza ad un luogo, altri l’intenzionalità della scelta di identificazione in uno o più luoghi, scelta che crea “comunità elettive” ma coinvolge solo marginalmente la definizione esistenziale dell’individuo. Così il navigatore crea con altri sconosciuti labili comunità di frequentatori di certi siti, registrati nel suo computer come “preferenze”.