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La polisemia del paesaggio

Indice

Il paesaggio mitico

 

Esiste, oltre al paesaggio geografico ed a quello narrativo-estetico, un paesaggio che apporti un ulteriore contributo di senso alla già così vasta polisemia del paesaggio? O il paesaggio su cui ha senso concentrare la ricerca disciplinare può esaurirsi in queste due forme complementari, non sostitutive e non sostituibili, di paesaggio?

In effetti nel nostro Atlante Enciclopedico alberga un contenuto rilevante, che sempre aleggia quando si estende lo sguardo al di là delle letture geografiche dei vari sottosistemi del mondo: mi riferisco al contenuto mitico che le analisi antropologico-culturali hanno messo in luce, dando vita ad una importante geografia mitologica, che nei Tristi Tropici di Lévi-Strauss (1955) ha raggiunto il suo culmine. In proposito si deve però distinguere tra mito e mito. Una distinzione interessante mi sembra essere quella tra mitologia del sacro e mitologia dell’estetico.

La mitologia del sacro è quella che riempie il mondo di simboli, che trovano la propria motivazione profonda in qualcosa che non può essere spiegato se non ricorrendo all’Arcano, ad una qualche ragione prima e ultima che non è di questo mondo, qualcosa che in quanto soprannaturale non può che essere adorato e che solo un atto di fede può far esistere. A questo modello del mito sacrale è riconducibile tutta la mitologia arcaica, che anima la primordialità della nostra cultura: è il mito del brivido preistorico e dell’estetica mistica, che ha fatto della Natura un Tempio e del paesaggio una foresta di simboli (Turner 1967). Ora il mito, non essendo altro che un possibile senso del mondo, nel momento in cui viene calato sulla Terra, traccia confini e divide la Terra in paesi e in paesaggi. Così il mito della razza e del sangue genera regioni anche là dove nessuna ricerca geografica e storica riesce ad identificarle per il semplice fatto che esse esistono solo per volontà dell’Arcano. Questi miti arcaici sono duri a morire e spesso sopravvivono alla storia. Così, ad esempio, può capitare che, mentre la storia comincia a disegnare un paesaggio europeo, vi siano folle che presidiano i confini della Padania mentre i loro sacerdoti celebrano il mito del Po.

Anche tra i miti arcaici occorre pur distinguere. Non vi è infatti solo il mito della razza, il mito di potenza e di dominio sul diverso, inscindibile dal terrore dell’assedio dei barbari. Vi è anche il mito di Odisseo e del viaggio alla scoperta dell’infinita varietà di paesaggi di cui è fatto il mondo di tutti noi, del viaggio che non si ferma a quelli che gli dei dicono essere i confini del mondo, dell’avventuroso viaggio alla scoperta del senso molteplice del mondo e che solo ci consente di scoprire il senso della nostra Itaca: “Itaca ti ha dato il viaggio,/ senza di lei mai ti saresti messo/ in viaggio: che cos’altro ti aspetti?” (Kavafis). Ma quello di Odisseo è appunto il mito della vitalità della semiosi, della spinta ad andare oltre il confine dell’Universo Semantico dato, dell’avventurosa scoperta del senso possibile di cui possiamo caricare un Universo che per esistere non ha bisogno di avere un senso.

Il mito, tuttavia, non è solo quello sacro della cultura arcaica: anche nella cultura secolarizzata della contemporaneità permane una dimensione mitica che è profondamente connaturata con la semiosi stessa. Mi riferisco a quella mitologia della contemporaneità che con tanta maestria Roland Barthes ha disvelato. Quella dimensione mitica che è intrinseca al linguaggio perché può essere mito solamente “ciò che subisce le leggi del discorso” (Barthes 1957, 191). Mitico è un senso che opera senza apparire, riposto tra le pieghe dei significati come un parassita che svuota i significati stessi e li riduce a pure forme significanti di una “condensazione informe, instabile, nebulosa” (id., 201). Il mito può pervadere ogni atto e ogni oggetto che sia espressione di senso: dal vestiario, al cibo, alle automobili, alla pubblicità, fino a quella espressione totale del mondo che è il paesaggio come cultura.

Che fare di fronte al paesaggio mitico? Direi che nei confronti dei miti arcaici della sacralità, nonostante la loro tenacia, non ci sia che da indagarli per porli in una prospettiva storica in modo da accrescere la consapevolezza delle nostre origini: di essi si può solo sperare di liberarsi, non foss’altro per alleggerire il senso del paesaggio di ciò che non fa più parte della nostra Enciclopedia viva e feconda.

Diverso è il discorso che si può fare nei confronti del secondo tipo di mito: cioè quello che la semiosi stessa ha l’innata capacità di generare. E qui mi pare che si aprano due direzioni di lavoro: una è quella tracciata, ad esempio, proprio da Barthes nella sua acuta analisi dei miti d’oggi, cioè il disvelamento dell’ideologico che sta dietro al significato enunciato; l’altra è l’uso di questa potenzialità della semiosi per produrre un sovrappiù di senso che alimenti l’estetico.

Con riferimento alla prima direzione di lavoro, credo che una cultura del paesaggio abbia anche un compito di disvelamento dell’uso ideologico del paesaggio stesso, di quell’uso che appiattisce il paesaggio negli stereotipi del ‘villaggio turistico’, della ‘lottizzazione della città diffusa’, ‘dei cerimoniali consumistici della pubblicità televisiva’, insomma degli stereotipi che, per vendere paesaggi e prodotti, appiattiscono ogni differenza e con essa cancellano la molteplicità del senso del paesaggio. Ma l’aspetto che, in quanto architetto, più mi interessa è il secondo, cioè l’uso del potenziale mitologico-simbolico con quella finalità del tutto innocua che mira a creare l’illusione che il paesaggio dica di più di quanto il suo uso quotidiano normalmente non gli faccia dire: ma questa finalità non è appunto altro che quella estetica, quella di un “simbolismo poetico moderno”, cioè di un “ simbolismo secolarizzato dove il linguaggio parla di se stesso e delle proprie possibilità.” (Eco 1984, 254).