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La polisemia del paesaggio

Indice

Il paesaggio narrativo a valenza estetica


“Il paesaggio è qualcosa di simile all’archeologia: una stratificazione di segni in cui lentamente affondi, per lasciare emergere storie”(Claudio Magris)

Non v’è alcun dubbio che il paesaggio sia suscettibile di essere caricato di un senso ulteriore al di là di quello delle geo-grafie. È sufficiente che ci poniamo di fronte ad una porzione di superficie terrestre senza le finalità proprie della conoscenza scientifica o senza qualche scopo pratico, ma con la sola intenzione di osservare il paesaggio (una volta si sarebbe detto di “contemplarlo”), che immediatamente questo si carica di una molteplicità di significati solo in parte riconducibili a quelli degli atlanti geografici. Se lasciamo che la semiosi (cioè l’atto della significazione con cui, sulla base di un ‘codice’, associamo ‘significati’ a porzioni ‘significanti’ dell’informazione percettiva) si muova liberamente nel reticolo dell’Enciclopedia, senza preoccuparci di chiudere univocamente il senso; se ci lasciamo trasportare dalla semiosi anziché mantenerla (come si fa nella semiosi scientifica) nei binari di codici univocamente prestabiliti e tali da assicurare l’approdo semantico all’interno di ben delimitati settori sistemici dell’Enciclopedia; se in questo assecondare la spontaneità della semiosi annotiamo non solo i significati che possiamo esaurientemente esprimere nel linguaggio parlato, ma tutto ciò che possiamo far rientrare nel senso, anche quelli che ci appaiono come ‘effetti di senso’ difficilmente esprimibili a parole, come ad esempio le emozioni; allora ci predisponiamo davvero ad assaporare l’infinita potenzialità semantica del paesaggio.

Non dico che solo facendo funzionare in questo modo la semiosi si disveli il paesaggio, ma certo questa è la sensazione che personalmente ne abbiamo: solo così ciascuno di noi può assaporare, nella sua pienezza, il senso del proprio paesaggio. Quando ci atteggiamo in questo modo, il paesaggio, che è stato ed è lo spazio scenico del flusso del vissuto, ci restituisce il racconto avventuroso del vissuto. “Il paesaggio come teatro” dell’esistenza (Turri 1997), come scena che ha concorso a dar senso all’esistenza e a cui l’esistenza ha dato senso, diviene parte inscindibile del testo narrativo della nostra storia.

E qui possiamo subito osservare una differenza tra il paesaggio geo-grafico e questa forma narrativa di paesaggio. Il primo si presenta attraverso il linguaggio referenziale delle scienze, che ci consente di sapere tutto - o quasi - del paesaggio ecologico, di quello geologico, di quello politico, di quello socio-economico, di quello storico, ecc. e dei loro processi di morfogenesi; il secondo viceversa comunica attraverso “l’intricato stile incessante della realtà, con la sua punteggiatura di ironie, di sorprese, di presentimenti singolari come le sorprese” (Borges); il paesaggio narrativo parla attraverso il linguaggio evocativo della memoria e questa lo fa funzionare alla stregua di un testo ambiguo, dove i significati immediati delle cose, quelli soliti, quelli geografici, sono solo i significanti di significati altri, non univocamente definibili e che inducono a compiere passeggiate inferenziali all’interno della nostra Enciclopedia alla scoperta di un senso altro da cui non sono scindibili effetti emotivi.

Questo tipo di semiosi, che fa funzionare il paesaggio come un testo aperto, cioè a valenza estetica (Jakobson 1963, Eco 1962), sembra procedere in senso contrario a quello della semiosi scientifica delle varie discipline geo-grafiche: queste sono tutte intente a controllare la semiosi chiudendola in ben delimitati sottosistemi semantici; il paesaggio narrativo sembra aprire la semiosi all’intero Universo Semantico, senza assicurare approdi certi, univoci e oltretutto non contraddittori, anche perché di contraddizioni e di contrasti inestricabili è impastata la nostra storia.

Che fare di fronte a questo tipo di paesaggio di cui non possiamo negare l’esistenza, ma che è semanticamente inafferrabile e pericolosamente affetto da idiosincrasie? Credo che in sede di ricerca disciplinare possiamo assumere due possibili atteggiamenti:

i) questo paesaggio non ci interessa per alcuni buoni motivi. In primo luogo esso non ha le carte in regola per essere accolto nel Consesso delle Discipline Geografiche, sia perché le connessioni inferenziali della sua semiosi non si attengono alla disciplina del codice scientifico, sia perché, in conseguenza di ciò, il suo approdo semantico non è delimitabile ad un preciso sottosistema e pertanto risulta immaneggiabile a fini pratici (per di più esso comprende anche effetti di senso ineffabili come le emozioni: e che possiamo fare con le emozioni?). Esso è appunto un paesaggio tipicamente idiosincratico, specifico di ciascuno di noi e quindi può avere rilevanza solo nella sfera privata come forma personale di godimento del paesaggio, ma non può avere rilevanza pubblica;

ii) questo paesaggio ci interessa per alcuni buoni motivi. È vero che il senso a cui approda è basato su esperienze idiosincratiche, ma è anche vero che esse costituiscono un fenomeno di portata sociale, essendo il modo corrente di percepire e di vivere soggettivamente il paesaggio. È vero che l’approdo semantico è soggettivo, ma è anche vero che esso ha la pretesa di essere comunicato e di essere condiviso dall’universo dei soggetti, per il semplice fatto che, se ci fosse tolto questo paesaggio non potremmo neppure narrare ad altri la nostra storia: il paesaggio, in quanto spazio scenico del flusso del vissuto, è inscindibile dalla narrazione del vissuto; al di fuori del nostro paesaggio siamo degli inenarrabili. È vero che entrano in gioco effetti di senso indicibili come le emozioni dell’esperienza estetica, ma è anche vero che se trascurassimo questi effetti perderemmo una fetta del senso di cui l’uomo carica la propria esperienza del mondo (fetta peraltro non trascurabile, visto che è quel senso con il quale gioca la nostra facoltà di godere della bellezza e di produrre arte, e l’arte è un fenomeno di interesse pubblico).

Io capisco che le moderne geografie si siano preoccupate di dare fondamento ad un paesaggio altro rispetto a quello estetico; perché il loro obiettivo era di pervenire ad un paesaggio cognitivo che fosse utile per impadronirsi della Terra, per modificarla e per utilizzarla. Quello che non riesco a capire è perché questo paesaggio, cognitivamente perfetto per esercitare il dominio sul mondo, lo si sia voluto porre in alternativa a quello narrativo, che tra l’altro è anche l’unico in grado di farci assaporare la bellezza del paesaggio. Cioè lo capisco e lo motivo solo alla luce di quel mito che ha fatto del cognitivismo positivista un progetto di purificazione dell’Enciclopedia Universale e del suo Atlante. Semplicemente non mi sento di condividerlo, specialmente dal punto di vista dal quale professionalmente mi colloco in quanto architetto: se ha senso cercare di dare fondamento ad una disciplina che possa chiamarsi “Architettura del paesaggio”, allora certamente questa dovrà essere intrisa di cultura geografica (altrimenti il meno che ci possa capitare è di collocare le case in aree inondabili o franose), ma alla fine dovrà saper dare ragione di come il paesaggio funzioni come teatro e di come si possano progettare scene teatrali composte secondo le regole sintattiche di un’esistenza che non rinuncia alla bellezza (non rinuncia a fare arte con il paesaggio).

Per questo ritengo utile occuparsi di questo paesaggio strano, che ci consente di recuperare quel senso imperfetto del mondo che è irrimediabilmente contaminato dall’emozione, dall’estesis (Greimas 1987). Credo che se mi convincessi che l’unico paesaggio di cui ha senso occuparsi fosse quello del cognitivismo perfetto delle geo-grafie, mi verrebbe il dubbio di finire per assomigliare al calviniano Cavaliere Inesistente, tutto logica e calcolo e niente emozione, anch’esso personaggio dimezzato la cui altra metà è impersonata dal suo scudiero Gurdulù, tutto emotività immediata e niente significazione; l’uno e l’altro impossibilitati di connettere l’emotivo con il cognitivo, che è appunto la condizione indispensabile per godere del piacere estetico.