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L’abbandono e i piani per il governo del territorio

Indice

Dal racconto al governo dell’abbandono

 

Diventa evidente, a questo punto, che la capacità di riconoscimento della reale portata dei processi territoriali in corso, compresi quelli di abbandono, è azione politicamente determinante.

Ma in ogni caso i criteri che indirizzano questo riconoscimento dovrebbero ispirarsi a Bertoldo: né solo localistici (da trascurare l’appartenenza moderna di tutto il territorio a reti sovraregionali) né globalizzanti (da trascurare la legittima proprietà culturale e storica dei luoghi e delle risorse); né troppo emozionati dalla storia “événementielle” (che con Braudel troviamo incapace di superare le vicende “roventi” di specifici anni e biografie), né fredde registrazioni di vicende umane, considerate solo lavorio microbico in organismi sovrumani.

Per comprendere in tempo la portata degli abbandoni nella storia del territorio sembra necessaria una via diversa da quella dello storico (o del geografo o dell’economista) tradizionale. Uno stimolo a raccogliere in uno i lembi dell’enigma bertoldesco, viene dalla proposta di Ricoeur che, proprio criticando l'opera di Braudel, rilancia la storia come luogo della narrazione, della capacità di raccontare, che si dipana ponendo al centro le esperienze umane (quelle della storia “biografica”) ma si sviluppa inserendole nel contesto più complesso e organico della storia “sociale” o addirittura “geografica”. Le regole del racconto, dell’interpretazione umana, insinua Ricoeur, sono l’amalgama e il lubrificante che ci rende comprensibile il tempo trascorso e ne consente una riconnessione commossa con il nostro tempo e il possibile futuro. [1]

In questi anni, seguendo implicitamente Ricoeur, ci siamo vaccinati contro l’indifferenza dei figli facendoci raccontare i mille drammi personali degli abbandoni, delle migrazioni e delle diaspore che hanno tempestato il territorio nel ‘900. I luoghi ci sono ormai famigliari più perchè siamo a conoscenza delle storie di chi lo ha perso che non per la sua forza rappresentativa attuale; ma dobbiamo ancora fare nostra la storia sociale del territorio, uscendo dalla dimensione individuale e strutturando il racconto dei singoli in un racconto collettivo, di generazioni e di paesaggi.

Solo così i racconti biografici e sentimentali, composti in un sistema plurale e integrato, si fanno racconto “utile” del territorio, fatto di abbandoni e di riconoscimenti, di crescite e di erosioni, quella testimonianza che può essere il brodo di coltura del piano, lo scenario entro il quale situare le strategie di governo locale, continuando nel modo migliore possibile la storia infinita (e il suo racconto).

 

La strutturazione del racconto dell’abbandono si può rivelare una prima tappa del lavoro metodologico per rinnovare le tecniche del piano, partendo dal ricomporre un’idea di territorio integrato.

Abbiamo modelli di narrazione mitica contradditori: Robinson Crusoe, abbandonato, rifonda la propria civiltà usando come risorsa i rottami di altri abbandoni; al contrario, molti miti di fondazione muovono dal sacrificio (ovvero dall’abbandono) di ciò che di più prezioso c’era nella disponibilità dei fondatori (gli animali, le terre, i figli).  Certamente tra abbandono e rinascita sta un nodo archetipico, una muta di pelle biografica e sociale che ha catalizzato l’interesse degli uomini.

E se invece di una risorsa e di una vita esemplare ci riferiamo ad un territorio il tema si complica ancora di più: quale è la dimensione spaziale e temporale che ci fa constatare che c’è un luogo abbandonato? Ci vuole una regione, o basta un insediamento in una regione, o basta una attività in un insediamento? Deve durare tanto che si perde la memoria dell’età precedente,  o che modifichi i comportamenti abitudinari, o basta che smetta un comportamento?

Ma più in generale, si può raccontare un processo di abbandono a partire dai luoghi fisici oppure occorre partire dalle comunità insediate?

Implicitamente il riferimento del racconto “utile” è la comunità territoriale, di cui va compreso il modo cangiante di rapportarsi con i luoghi: salvo l’estinzione fisica l’”abbandonatore” continua ad appartenere ad una comunità che continua ad abitare il territorio, utilizzandone anche, più o meno organicamente, le parti abbandonate.

D’altra parte forse non esiste un territorio abbandonato in Italia, come non esiste un territorio naturale.  E’ la rete delle compresenze sul territorio e la differente durata delle vicende biografiche rispetto alle mutazioni del paesaggio che ci impedisce di considerare abbandonato un luogo.

Semmai vogliamo utilizzare i racconti di pratiche territoriali abbandonate, modalità di uso delle risorse non più usate, dobbiamo tenere conto della durata dei legami immateriali, del senso di proprietà (sopratutto culturale e identitario) che si stabilisce tra luoghi e abitanti), che permane a lungo oltre gli usi.  Per pensare ad un governo del territorio adeguato ai processi di abbandono non dobbiamo trascurare la differenza dei tempi delle comunità rispetto a quelli del territorio. Si tratta di ritmi che in certe fasi sono poco sincroni, in cui i processi generano vuoti esistenziali e politici inaspettati: un territorio abbandonato di chi è (culturalmente parlando)? ovvero: pur essendo abbandonato dalle pratiche, continua a far parte dell’identità territoriale di una comunità?

Il tema non è astratto: ad esempio può essere la chiave interpretativa dei numerosi conflitti tra abitanti e enti parco, che vengono accusati dagli abitanti di imporre regole estranee alle tradizioni locali, regalando di fatto il territorio “naturalizzato” (cioè abbandonato) ad astratti cittadini, ovvero ad utenti foresti.

Per tentare un approfondimento di questo nodo bisogna  distinguere tra economia e cultura.

 


[1] crf. Paul Ricoeur, 1983, Tempo e racconto, (tr.it. Jaca Book, Milano 1983-1987)