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Il senso (del sacro) del paesaggio

Indice

Abitare nel sacro: perdersi senza cercare il senso - L’attenzione per il sacro nel paesaggio - Lo spazio del sacro psicologico e del sacro sociologico -Dalla scoperta alla fabbrica del sacro

Abitare nel sacro: perdersi senza cercare il senso

"Dietro il paesaggio" è il titolo scelto da Andrea Zanzotto per la sua prima memorabile raccolta di versi (1951). Pare che la tensione del poeta sia di portare (o riportare?) alla parola i moti dell'animo profondi che il paesaggio gli genera. Il paesaggio "esterno" come provocatore di un'esplorazione del paesaggio "interiore".

E' affascinante l'avverbio scelto: "dietro", usato come ad alludere ad un "dietro le quinte".

Con questo "dietro" pare di capire le ragioni di uno dei disorientamenti che ci provoca un'altra poesia: noi ci troviamo, ogni giorno, normalmente, nel mondo al di là dell'ermo colle che il guardo esclude; talvolta ci fermiamo e ci chiediamo cosa c'è "dietro" quel colle: c'è il giovane Leopardi che medita.

Dietro il paesaggio c'è qualcuno che percepisce qualcosa di diverso dal solito, qualcosa che gli mette in moto una sensazione, un pensiero poco distinto ma intrigante. Dietro il paesaggio c'è qualcuno che da' un senso nuovo al paesaggio stesso: nuovo per lui, diverso quanto basta a smuovergli i sedimenti dell'abitudine e far affiorare alla coscienza pensieri e sensazioni stimolanti.

Certamente questo è un evento psicologico che a ciascuno di noi è capitato: un desiderabile turbamento che diventa affioramento alla coscienza di qualcosa di più, di non previsto, di non codificato; impaurisce e mette a disagio molti, ma per lo più, se si sa come farlo avvenire lo si cerca.

Le direzioni che assumono le nostre “prese di coscienza”, a partire da uno sguardo riflessivo sul paesaggio, non sono sempre le stesse: anzi approdano a sensi profondi, a categorie di archetipi radicalmente diverse.

Abbiamo provato a distinguere tre grandi versanti su cui declinano i percorsi del senso attivati dal paesaggio, attraverso un modello interpretativo basato su un’antinomia: l’identità e l’alterità.

Secondo questo criterio la nostra attenzione al paesaggio va normalmente alla ricerca di segni, distinguendo quelli che ci rassicurano di abitare in un territorio conosciuto e quelli che ci suscitano un senso di conquista, di espansione perché non li conoscevamo sino ad un attimo prima ed ora che li abbiamo percepiti sentiamo di avere arricchito il nostro patrimonio (di esperienza se non altro, e talvolta di cultura). Da una parte “la conferma dell’identità attraverso segni conosciuti, (dall’altra) la ricerca di nuovi trofei di segni in territori di alterità sino ad ora inesplorati……Ma talvolta non bastano queste due contrapposte tensioni a spiegare le multipolarità del senso che ci agitano guardando un paesaggio: c’è anche la loro contraddizione, il desiderio folle di abitare nel sacro, di vivere un rapporto con l’ambiente senza la mediazione di apparati domesticatori come il senso del bello, dell’ordine e soprattutto senza il senso del senso, cercando di vincere la tensione ossessiva alla semicità che ci rassicura e che probabilmente è il radicale intimo dell’abitare: nominare le cose, darsene una ragione.  Il senso panico, il romantico perdersi, l’appartenere piuttosto che possedere sono prodotti di una terza pulsione, rimossa e rinnegata da tutta la gnoseologia e da quasi tutta l’estetica ma che sicuramente agita la nostra cultura da sempre e che permane, negli esiti dei movimenti artistici degli ultimi trecento anni, sul gusto diffuso” (Castelnovi,1998).

Ecco una prima accezione del senso del sacro (nel paesaggio ma non solo): un senso che, giocando sul suo stesso limite (il sub-limen), ci consente di captare qualcosa, senza percorrere il canale della semiosi abituale, utilizzando forse arcaiche strumentazioni mentali precedenti al predominio dell'homo significans, come Eco lo definisce.

E’ la discontinuità con gli strumenti abituali di comprensione che assomiglia quell’esperienza al "sacro", come viene definito alla prima accezione nei migliori dizionari; ad esempio il Treccani: “In senso stretto, ciò che è connesso all'esperienza di una realtà completamente diversa, rispetto alla quale l'uomo si sente radicalmente inferiore, subendone l'azione e restandone atterrito ed insieme affascinato. In opposizione a profano, ciò che è sacro è separato, è altro, così come sono separati dalla comunità sia coloro che sono addetti a stabilire con esso un rapporto, sia i luoghi, destinati ad atti con cui tale rapporto si stabilisce. Il sacro è ciò che gli uomini avvertono come totalmente altro e che si manifesta con forza misteriosa, rispetto al quale essi si sentono sottoposti, spaventati e allo steso tempo attratti”.

In ogni caso la definizione pare fare riferimento ad un evento, ad una manifestazione, non ad una stabile configurazione delle cose e dell'animo che le affronta: è come se il sacro fosse di per sé insostenibile, non reggibile permanentemente, da prendere a piccole dosi perché troppo diverso dall'uomo. Se questa caratteristica temporale, di non durata, si applica anche allo spazio, ci persuadiamo che il sacro non si abita, non avviene in luoghi domestici (o se avviene li trasfigura), è lo spazio sacro stesso uno spazio di confine, di limen, una sorta di affaccio, dal quale per un attimo si intravvedono talvolta frammenti di un'altra dimensione e che non si può attraversare facilmente avanti e indietro.


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