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Il senso (del sacro) del paesaggio

Indice

L’attenzione per il sacro nel paesaggio

Ma dov'è lo spazio del sacro nel paesaggio? Torniamo al ragionamento generale: seppur al limite, comunque, come in ogni percorso del senso, ci deve essere una relazione tra un soggetto che riceve e un soggetto che produce. Ma la particolarità strutturale del senso del sacro forse sta proprio nella diversità di atteggiamento dei soggetti.

Da una parte il ricevente: ormai non solo ogni disciplina della comunicazione ma anche la psicologia analitica (da Jung a Galimberti) e addirittura l'epistemologia (Maturana) sottolineano la necessità di una condizione interiore di disponibilità perché siano aperti i canali della comprensione. Ove questa disponibilità manchi la comunicazione non si attua. E ciò accade massimamente nel paesaggio, in cui la funzione comunicativa non è rilevante (cioè poco o niente del paesaggio è stato fatto per comunicare): dunque bisogna averne voglia, attenzione, disposizione per dare senso al paesaggio che percepiamo.

Se ci vuole attenzione per attribuire un significato qualsiasi alle cose che vediamo, quanta voglia e attenzione sarà necessaria per captare un senso del sacro, un senso ulteriore, sconosciuto, a cui essere disponibili?  Dunque dalla parte del ricevente, di chi ascolta, c’è un atteggiamento personale, una predisposizione ad attendere l'inaspettato, come richiede il Tao, una capacità di cogliere "il suono di un batter di mani con una mano sola", di percepire l'Infinito e in quello naufragare, ovvero, come inizia Bachelard un capitolo splendido de La poetica dello spazio:"…è un'immensità interiore a conferire il vero significato a certe espressioni riguardanti il mondo che si offre ai nostri occhi… tale immensità nasce da un insieme di impressioni davvero indipendenti dalle informazioni del geografo" (p.207)

Dall'altra parte di chi riceve (perché si è disposto a ricevere) non c'è un produttore intenzionale, come invece accade nella comunicazione ordinaria.   C'è il paesaggio, deposito anonimo di ogni segno e anche di tutto ciò che non è ancora stato percepito come segno: quello che il Tao chiama "le diecimila cose", per intendere un coacervo di elementi che nel loro insieme non possono essere percepiti come ordinati da una qualsiasi legge o strutturazione, sinchè non si riesce ad individuare la Via, quella che dà senso al tutto.

Ma, fuori dalla generalità filosofica, il paesaggio si presenta in forma di luoghi, differenti in sé e differentemente percepiti: dovremmo avere una certa competenza nel selezionare i luoghi più adatti a ciascun tipo di esperienza. Qui si apre una delle pagine più frequentate dai critici della modernità: abbiamo perso ogni capacità di percepire le differenze dei luoghi. Come intere discipline studiavano dove era meglio collocarsi per abitare, così ogni cultura arcaica individuava i luoghi sacri, molti dei quali ospitano nei secoli templi delle più diverse religioni, confermando sempre più la sacralità del sito. Noi no: da un paio di secoli la cultura ufficiale si è scientifizzata e ha perso il senso di queste sapienze antiche, con grande dispiacere di studiosi come Guenon, che lamenta la perdita del sapere tradizionale, di una Geografia sacra (cioè del sacro) (come di una Storia sacra) cioè centrata sui luoghi "..più particolarmente adatti a servire da supporto all'azione delle influenze spirituali, ed è su questo che si è sempre basata la fondazione di certi centri tradizionali…di cui gli oracoli dell'antichità ed i luoghi di pellegrinaggio forniscono gli esempi esteriormente più appariscenti.." (da Il regno della quantità e i segni dei tempi,Adelphi 1982 (1945),p.132.

Abbiamo perduto questa conoscenza profonda, ma possiamo cercare di immaginarne gli esiti, per chi possedeva questa capacità. Certamente non si poteva presupporre dove maggiormente è facile che accada l'evento sacro (la voce, il roveto ardente, l’apparizione) di per sé utopico, ovvero in qualsiasi luogo. Ma con l'antica sapienza, quella che parlava amichevolmente con Dio, certamente si potevano riconoscere i luoghi in cui più facilmente si attiva l'attenzione verso il sacro, verso una capacità di iniziare un cammino di sensibilità ulteriore, un cammino iniziatico, appunto.

E' questa una seconda dimensione del sacro che si cerca nel paesaggio, se non una porta direttamente aperta sull'altro da noi, un sistema di tracce, di presenze che ci aiutino in un percorso che sicuramente è interiore.

Dall'arcaico (lontano da noi nel tempo, antidiluviano, o ancora presente nel tempo ma lontano nella cultura, antioccidentale) sicuramente arriva ancora viva l'intuizione di poter cercare luoghi adatti ad un'esperienza sublime, come Kant la definiva, o per lo meno che faciliti l'ascolto di un nuovo senso delle cose: Elemire Zolla parla della Montagna (come dimenticare lo straordinario Monte Analogo di Renee Daumal?), Simon Shama estende il campo di indagine alle storie sacre della Foresta.

In una bella pagina Sergio Quinzio mette a confronto i due luoghi archetipici del sacro, il bosco e il deserto: “Per le religioni pagane, cosmiche, il bosco è la manifestazione più evidente del pulsare delle forze divine che animano la natura, dunque il più intenso simbolo sacro.(…) Di fronte alla sacralità del bosco, cupo e pieno delle misteriose voci che il vento trae dalle chiome degli alberi, c’è per l’antico monoteista il deserto. Basta vedere cos’è il deserto per l’ebreo Edmond Jabes. Il mistero non sta nelle cose, che sono anzi offerte alla disponibilità degli uomini, ma al di là delle cose, nella trascendenza dell’unico Dio, di cui la distesa sconfinata del deserto è simbolo.”(in Boschi e foreste, ed.Gruppo Abele 1994, p.57).    Luisa Bonesio porta a fondo il discorso esplorando le differenze dei tre percorsi archetipici per un senso nuovo attraverso i luoghi: l'esperienza del sacro nel deserto, nel bosco e sulla montagna (in La terra invisibile, Marcos y Marcos,1993).