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Lo sguardo terzo del progetto di paesaggio

Indice

Identità ed esplorazione nell’attenzione al paesaggio - Lo sguardo terzo per apprezzare il paesaggio - Il paesaggio per riconquistare l’identità - Il senso del paesaggio dell’abitante e del turista - Per chi si progetta il paesaggio? - I connotati del paesaggio come cultura naturale - I connotati del Progetto di paesaggio

Identità ed esplorazione nell’attenzione al paesaggio

Era un marinaio, ma era anche un vagabondo, mentre la maggior parte dei marinai conduce, se così si può dire, una vita sedentaria. La loro indole è casalinga; e la loro casa, la nave, se la portano sempre dietro, e così il loro paese, il mare. Non c'è nave che non assomigli a un'altra, e il mare è sempre lo stesso. Nell'immutabilità di ciò che le circonda, le coste straniere, le facce straniere, la mutevole immensità della vita, tutto scivola e passa, velato non dal senso del mistero, ma da un'ignoranza un po' sdegnosa. Perché, per un marinaio, non c'è niente di misterioso al di fuori del mare, signore e padrone della sua vita, e imperscrutabile come il destino.

…..(parla il marinaio): "Dovete sapere che, quand'ero un ragazzino, avevo la passione per le carte geografiche. Passavo delle ore a guardare l'America del sud, o l'Africa o l'Australia, e mi perdevo in tutte le glorie dell'esplorazione. A quei tempi c'erano molti spazi vuoti sulla carta della terra, e quando ne vedevo uno dall'aria particolarmente invitante (ma ce l'hanno tutti quell'aria) ci posavo il dito sopra e dicevo: "Quando sarò grande, ci andrò." …Ma ce n'era uno ancora, il più grande, il più vuoto, se così si può dire, dal quale ero particolarmente attratto. E' vero che nel frattempo non era più uno spazio vuoto. Dalla mia infanzia, si era riempito di fiumi, di laghi, di nomi. Non era più una macchia bianca deliziosamente avvolta nel mistero, un terreno vergine su cui un ragazzo potesse fare i suoi sogni di gloria. Era diventato un luogo di tenebra."

In una sola pagina di 'Cuore di tenebra' Conrad centra, con due sintesi impressionanti, due dei temi più intriganti che attraversano il nostro sentire attraverso il paesaggio:

Il primo tema è quello del senso del paesaggio 'proprio' e del senso del paesaggio 'altro'; il secondo tema è quello del paesaggio come luogo del possibile o del paesaggio come deposito della realtà, del consolidato. A questi temi principali si aggiungono altri temi complementari : la particolarità del mare, in cui il senso del mistero è luogo di abitazione, la potenza evocatrice della rappresentazione astratta del paesaggio attraverso la carta.

Ma soprattutto le due frasi ci interessano perché ci stimolano in una direzione precisa: indagare il paesaggio come motore di atteggiamenti fondamentali, primari delle nostre scelte di vita: l'identità ma anche la ricerca, sino all'irrequietezza di Chatwin.

So che qui ho il cappello del Progettista, e voglio rassicurare che un'indagine di questo tipo non ci serve solo per soddisfare una voglia di sapere psico-antropologica, ma che ci stiamo impegolando in questo labirinto proprio perché siamo incerti sui "Fondamentali del Progetto" per il paesaggio: per dare senso al "progetto di paesaggio" dobbiamo ancora capire quale specificità del paesaggio ci attrae, quale risorsa rappresenta il paesaggio e per chi e per quali scopi, quali strumenti possiamo attivare per ottenere un migliore rapporto tra i desideri e il paesaggio?

Un primo problema è quello dell'apprezzamento di una differenza fondamentale: il paesaggio risorsa per l'investimento sul futuro o il paesaggio testimonianza del passato.

Di questa differenza si è già parlato sin troppo, ma poco si è detto dell'atteggiamento psicologico che sta a monte dell'alternativa.

In una cultura che ritiene di avere tutto da fare il paesaggio è risorsa; in una cultura che ritiene di avere il mondo già fatto e doverlo solo abitare, lo sguardo si rivolge automaticamente al passato.

Nel primo caso lo sguardo è sincronico, la storia non esiste, i suoi segni sul territorio sono solo tracce a disposizione dell'immaginazione o trascurabili, nel secondo caso il futuro non esiste, non si riesce a immaginare altro se non ciò che viene suscitato dalla decifrazione dei segni che già ci sono.[1]

Purtroppo l'equilibrio tra i due atteggiamenti, unica strategia adatta ad un abitare dell'uomo occidentale in questi secoli, manca di strumenti operativi diffusi nella cultura: in essa si è invece consolidato un procedere a zig zag, di bolina (o come gli ubriachi) tra un atteggiamento e l'altro, come se un disciplinato procedere sulla via mediana, all'orientale, fosse impossibile.

Così non solo si dibatte ancora della falsa alternativa tra conservare il paesaggio o potenziare l'innovazione[2], ma anche tra i più raffinati conoscitori del tema del paesaggio ci si atteggia ora a strenui difensori dell'identità locale e dei suoi diritti allo sviluppo, ora al contrario a valorizzatori delle risorse primarie, bene dell'umanità, tesoro di tutti e non appropriabili da nessuno. [3]

Anche il "Progetto" del paesaggio trova una radice completamente diversa nelle istanze di chi lo utilizza come risorsa a disposizione dell'evoluzione dell'identità locale e in chi (invece!) lo utilizza come strumento di valorizzazione di un patrimonio, tanto che le due prospettive spesso si dispongono dialetticamente : una contraddice l'altra e non si trova altra soluzione che "mitigare gli impatti". A testimonianza di questa difficoltà strutturale si veda il disagio della progettualità nei Piani d'area vasta, privi di procedure per comporre correttamente nei propri obbiettivi una sinergia tra la difesa del patrimonio e lo sviluppo locale e ridotti a corredare le proprie indicazioni generiche di Piano con proposte di interventi del tutto evanescenti (quasi sempre le trasformazioni strutturali) o viceversa istericamente provocatorie (quasi sempre le trasformazioni infrastrutturali).

 


[1] Anche i segni che già ci sono sfuggono alla nostra capacità di tenerne conto: da Guenon a Schama il lamento su questi sistemi di significazione perduti ci rammenta della crisi della nostra cultura prima ancora che del nostro territorio. Vedi per questo L.Bonesio (1993), La terra invisibile, Milano, Marcos e Marcos, pg.54 e seguenti

[2] Sembra impossibile ma ancora il 12 gennaio del 2000 La Repubblica ha dedicato due intere pagine (dodici colonne!) al dibattito nobile e acceso tra Gregotti, Cervellati, De Michelis, il sindaco di Modena e il Soprintendente emiliano se sia o no lecito intervire nei centri storici (o nelle città esistenti, o sul paesaggio culturale) con innovazioni (il tema era il progetto di F.O.Gerhy per una 'porta' di Modena).

[3] Sembra impossibile ma questo è il tema alla base del dibattito tra popolazioni locali e ambientalisti nelle aree protette, ora vestito da polemica sulla caccia, ora da Sindaci che reclamano spazio vitale per le espansioni dei loro centri, ora dagli ecointegralisti che vogliono impedire le attività, anche quelle tradizionali.


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