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Lo sguardo terzo del progetto di paesaggio

Indice

 

Lo sguardo terzo per apprezzare il paesaggio

D'altra parte oggi non possiamo semplicemente sostenere che l'identità locale è la via per la consapevolezza del proprio territorio e che quindi appoggiandoci ad essa (e ai segni del patrimonio culturale che la sostanziano) ritroviamo la strumentazione per gestire il nostro rapporto con il paesaggio. Infatti abbiamo ormai constatato che semmai avviene il contrario: che la consapevolezza del proprio territorio fa rifiorire l'identità locale e non viceversa.

Sembra proprio che l'identità locale IN SE' non esista: esiste solo, mutuando il barbone di Treviri, PER SE', cioè esiste solo quando in qualche modo si manifesta nella comunità locale una riflessione sul proprio stato e sulle chanches alternative di gestione (di potere) nel rapporto con il territorio.

Ma per ottenere tale riflessione si deve avere una forma di terzità, cioè potersi guardare dall'esterno mentre si è al lavoro sul territorio. Questo sguardo dall'esterno si può educare [1] nel confronto con gli altri territori, con regole generali, con modelli di comportamento che ci facciano sentire cittadini del mondo. Dotati di questo sguardo poggiamo gli occhi su casa nostra come degli stranieri e, finalmente, (anche se 'nemo propheta in patria'), possiamo percepire i segni dell'identità locale, valutare un'istanza di futuro in continuità con il senso del passato percepibile nel contesto, abitare in modo attivo in uno spazio-tempo già largamente condizionato e preesistente.[2]

Sulla base di questa intuizione, secondo cui è meglio uno sguardo estraneo, si preferisce nei piani un team straniero di progettisti, aiutato da scout conoscitori dei luoghi, ma portatore di sguardi altri, di logiche generaliste, di metodologie forti che facciano attrito con le "molli" consuetudini locali di gestione del territorio.

Si narra che nei Piani regolatori questa scelta si facesse per evitare il coinvolgimento del redattore in interessi economici di parte, ma è evidente che tale leggenda (per altro smentita da tutti i più autorevoli redattori di piani che, rigorosamente stranieri, sono solidamente interessati dai più forti operatori locali) sopravvive perché poggia su argomenti più solidi di volgari economie, tanto che si ripete dove l'interesse immobiliare non ha più potenza: nella pianificazione d'area vasta, nei piani ambientali, nei piani del paesaggio…

Viceversa l'"abitante normale", connotando con questo termine colui che assume in modo non riflessivo gli stimoli del proprio abitare (abitare che è contemporaneamente locale e nel mondo, come per tutti noi), ritiene il territorio uno strumento per vivere il proprio futuro e quindi modifica il paesaggio nella misura in cui gli serve. E questo senso del paesaggio senza passato influisce anche sulle trasformazioni stesse che l'"abitante normale" vive: ci si ritrova poi annidato, anni dopo, come avviene con una casa che abbiamo progettato ex novo e in cui restiamo, che a poco a poco si trasforma da oggetto che abbiamo fatto a luogo preesistente, nicchia, tana scavata : perde i connotati del prodotto di cui siamo responsabili e diventa un pezzo del paesaggio in cui abitiamo, un'indefinita situazione ambientale.

E' chiaro che questo procedimento di attribuzione di senso all'esistente come di un risultato neutro, della faccia percepibile del migliore dei mondi possibili (perché paretianamente unico), del paesaggio come di un dato naturale, anche se gli agenti sono stati uomini che ben conosciamo (addirittura noi stessi), è la deriva, il residuo di un ben altro procedimento di significazione del nostro contesto.

E' il processo che domina nella fase in cui si ha una spontanea fiducia nel futuro e una concezione del mondo come di un deposito di materiali non organizzati, che noi, proprio noi, dovremo organizzare: risorse che devono essere disposte ad un uso (non ci interessa se è un riuso), che al massimo riportano tracce, segni disorganici di dubbia leggibilità: in quel ruolo siamo tutti colonizzatori del nostro stesso territorio, Robinson domestici.

In questa prospettiva si riesce a portare avanti una certa fiducia in sé stessi e nel proprio futuro: si fa aggio su un senso di identità diversa, antagonista, non proiettata nel contesto (nel paesaggio): è l'identità personale (o di gruppo ma sempre contro il contesto, come per gli immigrati), quella che ci accompagna man mano che cambiamo, coerente come una foto sulla carta di identità continuamente aggiornata. In nome di quell'identità "in progress" ci permettiamo di disconoscere come altro da noi le identità trascorse, le foto del passato, i segni del paesaggio che ci ricordano come eravamo, da dove veniamo.

 


[1] L'etimo del termine 'educazione' la dice lunga: condurre fuori! …("Portami al mare, fammi sognare e dimmi che non vuoi morire……"anche il poeta prescrive la dislocazione,  come una volta il medico per le malattie polmonari:….) Siamo favoriti in questi anni dal crescere di una prassi di mobilità e di conoscenza reticolare, che distribuisce il senso dell'abitare in luoghi discreti, separati, in cui è più facile una abitudine al confronto, allo sguardo non partigiano. A bilanciare questo ambiente favorevole ad una educazione al paesaggio "altro" sta l'abitudine a mescolare il virtuale al reale, che in questi anni minaccia di alterare il senso del paesaggio come

[2] Sullo spazio-tempo condizionato e sulla nostra visione del mondo vedi una parte importante della psicologia, a partire da J.Piaget,(1926), La rappresentazione del mondo nel fanciullo, tr.it 1966 Torino, Boringhieri (soprattutto la parte III, sulla rappresentazione delle componenti naturali del territorio) e, in tutt'altra forma, Heidegger, e gli altri filosofi del '900 sul tempo (vedi ad es. C.Resta (1988), La misura della differenza, Milano, Guerini e ass.)