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Il risveglio del paesaggio genera rovine

Indice

 La gran parte degli europei e molti altri nel resto del mondo oggi abitano rovine, cioè si muovono quotidianamente in contesti segnati da tracce di manufatti storicamente sedimentati, che hanno per lo più perso il loro rapporto con gli utilizzi e i comportamenti originari. Vale questa situazione per chi abita i centri urbani o la gran parte della “campagna urbanizzata” e in genere per chi si muove lungo le strade di maggiore traffico. Gli abitanti contemporanei non sono compiutamente consapevoli dello spessore storico che calpestano e in cui trovano riparo ogni giorno: la figura archetipica dell’abitante le rovine è in larga misura incosciente, l’aspetto tragico sta proprio nella coincidenza tra distanza culturale e prossimità fisica dell’abitante con i segni della “sua” storia sconosciuta.

In mezzo al deserto, tra le montagne dell’Atlante, c’è un’antica città romana che la storia non ricorda. A poco a poco è caduta in rovina, da secoli non ha più nome: non ha più abitanti non si sa da quando, l’europeo non l’ha sinora segnata sulle sue carte, perchè non ne sospettava l’esistenza.... Attraverso un arco di trionfo romano, oltre due fusti secchi di palma, si giungeva ai ruderi di un muro di cui non si poteva più riconoscere l’antica destinazione: ora erano la dimora di Aronne, il padre di Abdia [1]

In poche righe, all’incipit di un perfetto racconto, il romanticismo di Stifner delinea un archetipo: abitare le rovine, cioè produrre, per contatto diretto, una palingenesi di senso nelle cose che durano ma che “la storia non ricorda”.

Come il padre di Abdia la gran parte degli europei e molti altri nel resto del mondo oggi abitano rovine, cioè si muovono quotidianamente in contesti segnati da tracce di manufatti storicamente sedimentati, che hanno per lo più perso il loro rapporto con gli utilizzi e i comportamenti originari. Vale questa situazione per chi abita i centri urbani o la gran parte della “campagna urbanizzata” e in genere per chi si muove lungo le strade di maggiore traffico. Come nel racconto ottocentesco gli abitanti contemporanei non sono compiutamente consapevoli dello spessore storico che calpestano e in cui trovano riparo ogni giorno. D’altra parte la figura archetipica dell’abitante le rovine è in larga misura incosciente: anzi l’aspetto tragico sta proprio nella coincidenza tra distanza culturale e prossimità fisica dell’abitante con i segni della “sua” storia sconosciuta.

Augè sottolinea che “nei paesi nei quali l’etnologo tradizionalmente lavora,le rovine non hanno né un nome né uno statuto. Hanno sempre a che vedere con l’Europa, che ne è talvolta l’autrice, spesso la restauratrice, sempre la visitatrice.”[2]

Dunque i resti diventano patrimonio solo attraverso un ri-conoscimento, un nuovo apprezzamento: senza uno sguardo che li valorizzi, sono materia inerte, maceria.  Le rovine svolgono quindi un ruolo culturale per il fruitore: per capirne la portata prima ancora che le pietre dobbiamo indagare la mente e l’occhio che le guarda.

D’altra parte è nella soggettività dello sguardo, come sappiamo, che prendono forma anche i paesaggi, acquistano senso le relazioni tra le cose che ci circondano. Anche i paesaggi sono frutto di interpretazione e qualificazione di luoghi, sono brani della materia territoriale, percepiti soggettivamente come significativi di un senso.

Al di là del senso personale, biografico, che luoghi e cose possono suscitare in ciascuno di noi, ad interessare molti psicologi, filosofi, antropologi è il “senso comune” che si genera per le rovine o, con processi simili, per i paesaggi.  Si tratta di un senso comune che non è dipendente del tutto dalla cultura alfabetizzata, imparata a scuola o alla tv: è un modo di conoscere che sembra affondare in relazioni profonde e strutturali, che emanano sensi non codificati in modo organizzato ma profondamente incisi nella nostra corteccia di europei. Infatti in termini generali il senso comune sia del paesaggio che quello delle rovine interessano i rapporti:

a,  tra uomo (o suo manufatto) e natura, messi in luce da Simmel ai primi del ‘900 [3] ma già intriganti lungo tutto il romanticismo,

b,  tra affetti per le cose e il tempo, la cui diseguale percezione (da parte di ciascuno di noi o di ciascuna cultura) è una delle grandi problematiche rimosse del ‘900,

c,  tra le cose (o il  paesaggio) e l’azione trasformativa, con o senza progetto: un altro dei temi ben presenti nella realtà ma difficili da discutere nelle loro radici.

E’ proprio su questi rapporti, forse “simmetrici”, che si può sviluppare una riflessione profonda che coinvolge sia il senso delle rovine sia quello del paesaggio.

 


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