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European parks and landscapes: a territorial research programme

Indice

Interpretazioni e progetti di territorio

 

Il ruolo interpretativo delle rappresentazioni

La prospettiva territorialista si apre ad un ampio ventaglio di interpretazioni, in cui le diverse rappresentazioni si fecondano a vicenda (Raffestin 2009). Una nuova idea del territorio - che incorpori una nuova idea del rapporto tra l’uomo e la natura, quale quella proposta dai nuovi paradigmi sopra richiamati - implica nuove rappresentazioni. Problema centrale per la riflessione geografica, che da tempo si è concentrata sulla circolarità dei rapporti tra l’osservazione del reale e la realtà osservata. Con le parole di Olsson (1975), “qualsiasi cosa io dica debbo servirmi di un linguaggio, che a sua volta riflette sia il mondo che la visione che io ho di esso [….]non esiste una distinzione netta tra la realtà e lo specifico linguaggio attraverso il quale noi la concepiamo, ne discutiamo e la cambiamo”. Il che suggerisce due considerazioni rilevanti ai fini di queste note .La prima riguarda il ruolo della rappresentazione nella relazione circolare tra conoscenza e realtà osservata Seguendo Raffestin (2009), “la rappresentazione è lo spazio di trasformazione attraverso il quale, grazie all’ausilio di un linguaggio, di una logica naturale o formale e a una certa scala, non soltanto cartografica ma ancora informativa, il ‘reale unico’ è compreso, per averne o restituirne una o più immagini...”. Ne segue che “nessuna rappresentazione è esente da deformazioni (atrofie e ipertrofie), come la storia della cartografia ha da tempo evidenziato. L’“arte” della rappresentazione non può evitare di prendere le distanze da ogni pretesa di oggettività e neutralità scientifica e di cercare la giustificazione delle proprie “deformazioni” in processi di certificazione sociale aperti e inclusivi. Inoltre, seconda considerazione, il contributo che le diverse discipline e i diversi saperi possono portare alla comprensione della realtà territoriale è inevitabilmente parziale e diverso da quello degli altri (poiché ogni linguaggio comporta differenti “deformazioni”): sicché l’integrazione dei diversi contributi in visioni olistiche riassuntive non può avvenire col semplice loro affiancamento, ma richiede un confronto critico ed una composizione per così dire “negoziata” e trasversale.

 

La carne e le ossa del mondo

Attraverso il “circolo ermeneutica” teorizzato da Gadamer (1986), rappresentazioni e conoscenza del reale prendono parte attiva nei progetti di cambiamento territoriale. Anche quando tali progetti non siano guidati o influenzati da esplicite ipotesi o mete progettuali, com’è stato dimostrato (Dematteis 1995, Magnaghi 2009) esiste una responsabilità indeclinabile del sapere esperto nel suggerirli, assecondarli o contrastarli. Rendere espliciti i progetti impliciti (chiarire i problemi, i rischi e le poste in gioco) può essere considerato un requisito necessario di trasparenza. Ma questo comporta una selezione mirata delle informazioni disponibili, tanto più quanto più le tecnologie informatiche consentono di produrle in grande quantità. Si tratta, per usare una metafora cara ai geografi, di intervenire sulla “saldatura tra la carne del mondo, cioè quanto è soggetto alla deperibilità e al cambiamento rapido, e le ossa del mondo, che in questo caso rappresentano la storia biologica e i tempi lunghi della coevoluzione della nostra specie con l’ambiente terrestre” (Quaini 2009). Certo questo compito rende cruciale il ruolo del paesaggio, come “terreno silenzioso sul quale si incontrano le scienze dure e le scienze umane” e dove anzi il sapere tecnico-scientifico incrocia il sapere comune, la conoscenza implicita degli abitanti e delle comunità locali. Ma come si concilia questo compito collettivo con la soggettività intrinseca dell’esperienza paesistica, che la crescente mobilità e il nomadismo della società contemporanea tendono ad accentuare, fino a configurare il paesaggio come un “ipertesto” (Cassatella 2001)? Esiste un “senso comune” del paesaggio a cui fare riferimento nell’interpretazione interdisciplinare e trans-disciplinare del territorio? Nel rispondere positivamente a queste domande, Dematteis (richiamando anche Castelnovi, 1998) indica nel senso comune del paesaggio una risorsa progettuale, spendibile non tanto in una progettualità normativa specifica, quanto piuttosto come risorsa strategica per lo sviluppo e per il miglioramento della qualità della vita. È in questa prospettiva progettuale ampia e complessa che occorre tentare una considerazione sintetica del’ecosfera, della semiosfera e della sociosfera.

 

I rapporti col tempo e con la vita

Nel tentativo di individuare il discrimine “tra la carne e le ossa del mondo”, si sono moltiplicati negli ultimi anni - soprattutto nell’ambito della pianificazione ambientale e paesistica - gli sforzi per fondare criticamente una interpretazione “strutturale” del territorio. In questa direzione, è decisivo il rapporto col tempo, in quanto “misura del mondo” (Zumthor 1995). In fondo, già per Levy Strauss(1966) “le strutture non sono che le intersezioni nel tempo e nello spazio di processi in via di cambiamento”. Ma si può ripartire anche dalla nota immagine di Braudel (1982): tre flussi separati e compresenti (la vita materiale quotidiana, le attività di mercato, e quelle anti-mercato) che scorrono a velocità differenti, integrandosi coi movimenti assai più lenti della geologia, e che sono subitaneamente attraversati dai ritmi sincopati delle decisioni finanziarie. “Per la moderna cultura tecnico-scientifica, impegnata a inseguire il cambiamento, a tenere il passo con la velocità dei processi di trasformazione”, in particolare “il paradigma paesistico è un invito a considerare i tempi lunghi della terra, la stabilità e la permanenza dei segni della storia, ‘ciò che resta’ più di ciò che cambia” (Gambino 2004). Non casualmente, varie interpretazioni strutturali si richiamano ad una definizione del concetto di struttura nata in campo biologico. Secondo Maturana e Varela (1987), la struttura va “intesa come l’insieme delle componenti e delle relazioni con cui l’organizzazione di un sistema si manifesta concretamente ed adattivamente. Il significato operativo di questa definizione è stato reso più chiaro, in alcune applicazioni, col ricorso ad una matrice che incrocia la tipologia dei fattori (geomorfologici, biologici, insediativi, semiologici e percettivi, storico-culturali…: la lista è aperta, potendo variare nei diversi contesti l’importanza relativa dei diversi fattori) con la loro rilevanza strutturale. Quest’ultima è declinata distinguendo dai fattori propriamente strutturanti, quelli caratterizzanti (che consentono di aggettivare i caratteri dei singoli sistemi locali rendendoli riconoscibili dagli altri anche strutturalmente simili), quelli qualificanti (che conferiscono ad ogni singolo sistema locale qualità o valori aggiuntivi particolari, pur senza determinarne la struttura o i caratteri di fondo); e infine quelli che denotano criticità o degrado, indipendentemente dalla struttura e dalla caratterizzazione. In altre esperienze, fondate sui “racconti identitari” (come in Liguria) o sull’individuazione delle “invarianti strutturali” (Emilia) o sugli “statuti dei luoghi” (Toscana), lo spazio interpretativo sembra ulteriormente dilatarsi, accentuando l’interdipendenza col progetto.

 

Interpretazioni strutturali e strategie progettuali

La critica alle interpretazioni strutturali investe appunto principalmente il rapporto col progetto, che può oscillare da un vero e proprio determinismo normativo (nei casi in cui le indicazioni scaturenti dall’interpretazione strutturale assumono direttamente valenza normativa invalicabile nei confronti di ogni ipotesi progettuale) ad un flessibile condizionamento, nei casi in cui le indicazioni siano dichiaratamente prive di valenza normativa, per lasciare spazio alle autonome scelte progettuali. In ogni caso il rapporto col progetto è gravido di implicazioni politiche e culturali. Occorre infatti chiedersi se e fino a che punto l’interpretazione strutturale possa tenere conto delle opzioni di fondo del progetto, senza smarrire il proprio legame essenziale con la realtà in atto e i suoi sistemi di valori, senza tradire i suoi caratteri identitari. Non è qui in questione il fatto che l’interpretazione debba avere carattere dinamico ed evolutivo e prendere in considerazione non tanto “fattori” quanto relazioni e processi. Non è neppure in questione l’uso del binomio “invariante strutturale”, che alla luce delle definizioni richiamate sembrerebbe anzi poter configurare un ossimoro fuorviante. È piuttosto in questione la possibilità che l’interpretazione non si limiti ad una ricognizione del territorio in esame, ma incorpori od anticipi traiettorie evolutive di rilevanza strutturale: diventando di fatto un “piano strutturale”. È questa l’impostazione privilegiata in Italia da varie legislazioni regionali e dai principali disegni di legge per il governo del territorio attualmente in discussione, che hanno inteso riconoscere nella pianificazione strutturale una configurazione pianificatoria radicalmente innovativa, che può tuttavia per molti aspetti ricordare gli Structure plan o gli Schema directeur di passate stagioni. Ma la questione non riguarda soltanto la pianificazione urbanistica a livello comunale, provinciale o regionale. Riguarda il progetto di territorio a tutte le scale, nella misura in cui si intenda evitare di confondere il rispetto e la cura conservativa dei valori in atto e delle loro potenzialità evolutive, con la supina accettazione di scelte e decisioni trasformative anche potenzialmente lesive dei suddetti valori (quali ad esempio le grandi scelte infrastrutturali).


Informazioni aggiuntive

  • Riferimenti: Lectio Magistralis al Politecnico di Torino 8/10/2009
  • Periodo: dal 2006 al 2009
  • Luogo: Europa