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La rete ecologica dell’area metropolitana torinese: il ruolo dell’agricoltura nel sistema dei parchi e degli spazi verdi periurbani

Indice

I sistemi ambientali di riferimento dell'area metropolitana di Torino: una piattaforma di ecosistemi dalle colline, ai fiumi alle pianure

 

 

La corretta e consapevole conoscenza del notevole e straordinario, spesso misconosciuto, contesto ambientale nel quale l’area torinese ha la fortran di collocarsi è una condizione essenziale dalla quale muovere per penare al tema del suo sviluppo sostenibile.  Torino è uno straordinario crocevia di “confluenze” naturali.

La straordinarietà paesaggistica che caratterizza il sito nel quale sorge Torino è anche testimoniata dagli scritti di uomini della cultura di ieri e di oggi.  Nell’Emilio J.J. Rousseau, nel 1762, così la descrive: “…..Egli mi condusse fuori dalla città, sopra una collina molto alta, ai piedi della quale passava il Po, il cui corso freme attraverso le feritili rive che bagna; in lontananza l’immensa catena delle Alpi coronava il paesaggio; i raggi del sole che sorgeva baciavano già i piani, e proiettando sui campi le ombre allungate degli alberi, delle case, dei poggi, arricchivano di mille accidentalità luminose il più bello spettacolo da cui occhio umano possa essere colpito.” Due secoli dopo l’architetto Le Courbusier confidava a M. Bernardi, in occasione di una sosta dalla collina di Superga “…. in tutto il mondo la città che ha la più bella posizione naturale è Torino.”

Queste osservazioni nacquero certamente dall’aver colto quella particolare composizione di paesaggi connessi dalla ricchezza ambientale ed ecologica dell’area del torinese. Concentricamente, quasi a “corone” incluse una nell’altra, diverse quinte scenografiche la racchiudono: la catena montuosa cinge le colline moreniche di Rivoli, dalle quali discende gradatamente la pianura, sino ad incontrare i fiumi che raggiungono, ed affiancano, confluendo nel Po, la collina torinese. E’ raro che un insieme così variegato di situazioni geografiche e morfologiche si concentrino ed intreccino una nell’altra, in un raggio di appena 20 km, al cui centro sorge una grande metropoli.

Ognuna di queste realtà naturali (Fig. 7 ) intreccia reti di relazioni che le rende inscindibilmente legate una all’altra. Le loro rispettive “storie naturali” sono, infatti, legate da un filo temporale ed evolutivo, alimentato proprio dalle acque e dal loro continuo lavorio, costante e perenne, che è stato causa di costruzioni e di erosioni che possiamo tentare brevemente di riassumere, per comprendere meglio e conoscere i lineamenti del territorio naturale nel quale quotidianamente ci muoviamo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 7. I sistemi ambientali dell’area torinesi per macroaree

 

 

 

Le montagne, che dal Monte dei Cappuccini è facile mirare in un unico colpo d’occhio aiutati dalle tavole panoramiche del Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” (che sorge sul monte a ridosso del Po), sono nate dalle spinte dell’orogenesi alpina, quel grande fenomeno geologico di traslazioni ed innalzamenti delle zolle continentali atlantiche che spinse i sedimenti delle profondità marine sino alle più alte quote. Dal mare, che occupava la pianura milioni d’anni or sono, sorse così un’imponente catena montuosa.

E’ dal disfacimento e dalla erosione di quei rilievi, sviluppatasi nell’era Quaternaria, che si è originata la pianura, in un lungo ma costante processo di riempimento che è possibile ricostruire ricercando, fra i mille ciottoli del fiume, le rocce d’origine diversa che narrano la storia delle loro origini, di volta in volta collocate sul Monviso, sulla Valle di Susa o sui massicci delle Valli di Lanzo. Quest’imponente materasso di materiali alluvionati dai corsi d’acqua in migliaia di ani di deposizione, ha sulla sua superficie più esterna quella sottile pellicola, denominata “suolo” che rappresenta il punto di equilibrio fra i sedimenti quaternari e l’atmosfera, caratterizzata dalle condizioni climatiche diverse nel corso delle epoche. Questo suolo è la fonte della ricchezza agricola dell’area, ed è anche alla base delle diverse tipologie di vegetazione naturale, presente oggi solo più in forma di relitti: dai radi boschetti di Betulle e Pioppi tremuli delle Vaude, ai boschi freschi di Farnia dei boschi di Stupinigi o della Mandria, alle fasce di Salici del Po. Il sottosuolo è invece il contenitore delle risorse idriche, delle falde e di grandi depositi alluvionali, interessati anche da una intensa attività di asportazione connessa alle attività di estrazione degli inerti.

Ma la pianura non è, come potrebbe apparire a prima vista, unicamente un ambiente monotono e “piatto”. Proprio l’erosione dei fiumi è alla base di quel fenomeno che porta il reticolo idrografico a incidere la pianura partendo dal suo centro per poi, via via, regredire, più a monte, verso i rilievi: il risultato di questo lavorio è che nel tempo i primi deposti ad essere asportati sono quelli ghiaiosi e sabbiosi del centro della pianura, i più vicini all’attuale corso d’acqua, mentre solo in un secondo tempo l’erosione inizia ad intaccare i terreni collocati più a ridosso dei rilievi. E’ per tale fenomeno che intorno alle piane sabbiose e ghiaiose si innalzano scarpate a modo di gradini, denominate terrazzi, che l’aspetto, rispetto alle prime, di veri “altopiani “. Spingendoci più a monte, questi terrazzi accolgono quelle che potremmo chiamare antiche pianure, che rappresentano le porzioni ancora non intaccate delle terre che migliaia di anni fa occupavano la pianura del Po. Ed al loro interno scorrono mille torrenti e rivoli in vallette, dalle forme incassate, a causa della predominanza in tali aree dei suoli di natura argillosa nei quali l’erosione determina forme dei terreni con forti pendenze. Di questi rari ambienti restano pochi esempi, come i terrazzi sui quali sorge La Mandria o ancora meglio le cosiddette “Vaude” oggi Riserve naturali della Regione Piemonte.

 

Le forme del fiume ed il suo andamento, che spesso in città non si coglie più avendo nascosto sponde e meandri fra le opere dell’uomo, è anch’esso il segno della continua attività erosiva che un corso d’acqua conduce sul suo letto: un fenomeno naturale che ad ogni evento di piena ritorna in tutta la sua ciclicità e permanenza, segnando con precisione lo scandire del tempo. Tanti tratti del fiume sono stati imbrigliati, ed è particolare scoprire come le forme del paesaggio siano segnate profondamente da questo ”disegno” fluviale, che seguendo le proprie leggi, traccia le sue linee sulla pianura, proseguendo l’incessante lavorio di erosione e deposizione di materiali alluvionali. La recente accresciuta sensibilità verso i temi della sicurezza territoriale ed idraulica, sta iniziando a diffondere un nuovo approccio al fiume, più rispettoso, e che tenta di guardarlo ed utilizzarlo con maggiore distacco: è certo anche il risultato delle recenti alluvioni. Questi fenomeni, che non rappresentano una novità per il territorio fluviale, oggi segnano, per l’aggressiva presenza dell’uomo e delle sue attività sulle sonde, maggiori danni di un tempo, consigliando nuovamente di avvicinarsi con cautela la fiume e dalle sue leggi.

Ma la risorsa fiume non ricorda la sua importanza solamente attraverso le forme del passaggio ma anche per la diversità biologica che da essa nasce, una diversità che nella vegetazione assume anche aspetti paesaggistici.

Dall’interramento delle grandi paludi, alla colonizzazione del bosco - che nelle ere glaciali si diffuse con diverse essenze - la presenza dei corsi d’acqua e delle aree umide (meandri, mortizze, lanche, risorgive etc..), garantì la diffusione dell’ambiente del bosco ripario (salici, ontani e pioppi) nelle aree più umide, e del querco-carpineto (farnia, carpino, frassino), fasi evolutive più stabili e consolidate di vegetazioni dei terreni freschi ma non direttamente interessati dalle esondazioni cicliche dei fiumi.

La pianura torinese fu quindi, sino al medioevo, terra di boschi: di questi, in particolare, quelli lungo i fiumi, per la loro particolare difficoltà di percorrenza ma anche per la loro ricchezza e rigogliosità, furono risorse e disegni del paesaggio per millenni. Sino al 700 le aree boscate fluviali furono aree che preminevano nel concentrico dell’allora capitale.

Con l’avanzare della riforma agricola il paesaggio via via cambiò aspetto: l’intensa utilizzazione agricola, peraltro iniziata dal 1100, determinò il regredire di questi territori a bosco. Le aree di pianura fluviali, cosiddette planiziali, sono peraltro caratterizzate da due fattori di interesse per l’attività agricola: la ricchezza di acque sia superficiali che profonde e la presenza di suoli fertili. Questa situazione determinò così l’avanzare di un nuovo segno paesaggistico ed anche ambientale, proprio delle aree di piana fluviale. Le aziende agricole hanno accompagnato da vicino la vita della Città, coincidendo spesso anche con i possedimenti delle Residenze sabaude della corona di “delitie”. Il Castello di Miraflores, come quello del Regio Parco erano, infatti, centro di estesissimi possedimenti agricoli intorno ai quali sorgeva una fitta rete di cascine e insediamenti rurali.

Oggi anche questa residuale attività economica, che trae dalle risorse del territorio la sua diretta origine, è divenuta marginale nel quadro urbano. Ma un territorio con quelle caratteristiche e potenzialità naturali descritte riserva ancora oggi elementi di ricchezza naturale che attendono solo di essere adeguatamente valorizzati.

Infine, a racchiudere ulteriormente questa grande pianura solcata dal sistema fluviale sorgono, a ovest, le colline moreniche, ed a est la collina torinese.

 

Le colline moreniche, ci parlano delle grandi glaciazioni dell’era quaternaria, nelle quali le lingue glaciali alimentate dei bacini glaciali della Valle di Susa, nel loro incessante progredire verso valle innescarono processi d’erosione (chiamati più specificamente d’esarazione) formando i rilievi minori che coronano ad ovest l’area di Torino. Queste stesse colline hanno quindi un’origine connessa direttamente al ciclo delle acque, come anche gli specchi lacustri di Avigliana, che devono la loro origine alle azioni di erosione profonda determinata dalle lingue glaciali che, al momento del loro ritiro, abbandonarono in alcuni punti aree depresse di una certa estensione, che vennero occupati dalle acque di scioglimento glaciale.

 

La collina di Torino deve la sua origine alle stesse cause che sono alla base della nascita della catena montuosa circostante, ed anche in essa di fenomeni erosivi rappresentano un elemento morfologico di grande importanza, spesso connessi a fenomeni di dissesto che hanno generato problemi di staticità alle opere realizzate dall’uomo, con minore o maggiore accortezza. Ma la storia e le caratteristiche di questo sistema ambientale è occasione d’approfondimento di altre guide. Qui è indispensabile ricordarne il suo ruolo di anfiteatro scenografico ed ambientale, grazie al quale i fumi anno assunto un significato diverso e più ricco sotto il profilo paesaggistico e naturalistico.

 


Informazioni aggiuntive

  • Riferimenti: Convegno Internazionale. Il sistema rurale. Una sfida per la progettazione tra salvaguardia, sostenibilità e governo delle trasformazioni. Milano 13/14 ottobre 2004
  • Periodo: dal 2001 al 2005
  • Luogo: Piemonte