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La rete ecologica dell’area metropolitana torinese: il ruolo dell’agricoltura nel sistema dei parchi e degli spazi verdi periurbani

Indice

Il quadro del periurbano: il significato generale del tema e la necessità del recupero del suo ruolo

 

Un comune destino di banalizzazione contraddistingue sia il rapporto spazio rurale e spazio urbano sia la relazione fiumi-città. Su questo duplice registro di lettura del territorio si può condurre una analisi per comprendere come in entrambi i casi si sia attuato un analogo modello di gestione, che ha avito nel principio dell’uso marginale e secondario il comune denominatore. (Fig. 1)

Peraltro gli stessi fiumi sono “spazi agricoli”: è infatti necessario introdurre una lettura diversa del conteso fluviale non solo limitato alle sponde, al corso d’acqua ma immaginando questo territorio come una unità di paesaggio che si colloca in una fascia di influenza del fiume, che il piano del Po chiama Fascia di pertinenza fluviale, di diverse centinaia di metri circostante il fiume, e  nella quale sino presenti in grande maggioranza proprio aree a destinazione agricola.

Si può quindi tentare un percorso di conoscenza di questi diversi ambiti fluviali nelle loro propaggini di prima cintura, per verificare una situazioni di alta criticità, alla quale fa tuttavia da contraltare la straordinaria capacità di recupero che questi ambienti possiedono.

Secondariamente si può percorrere in vece il percorso di conoscenza del contesto periurbano agricolo sempre nelle aree di prima cintura, per verificare una situazione, anche qui di alta criticità.

In entrambi i casi un tema nodale è rappresentato dalla distribuzione delle proprietà e dal rapporto fra proprietà pubbliche e private, che anche nei contesti fluviali non sono così a favore dei patrimoni pubblici sia a causa della stagione di intense sdemanializzazioni dei decenni precedenti all’attuale, sia per la gestione poco attenza condotta dallo Stato in tale materia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 1. Un caso di particolare complessità: le aree agricole intercluse alla confluenza fra Il Torrente Sangone ed il Po (sulla destra dell’immagine) in area sud Torino. A destra l’Area attrezzata Le Vallere del sistema di salvaguardia regionale del Po.

 

I fiumi

Nel suo complesso il sistema dei fiumi intorno a Torino si compone di un territorio che parte dal Comune di Moncalieri e giunge sino a Settimo torinese, con quattro digitazioni rappresentate dai corsi d’acqua, da sud a nord, Chisola, Sangone, Dora riparia (oggi non inclusa nel Parco del Po) e Stura di Lanzo.

L’area del Sangone presenta un territorio fluviale particolarmente degradato dove si sono presenti attività di discarica come l’OMA Chimica Industriale, aree ad orti urbani, cave abbandonate, ingenti prelievi di acque per scopi irrigui, presenza di edificato fin sulle sponde ed un sistema di nuova viabilità che spesso altera ed estende l’urbanizzazione e la parcellizzazione in insule del territorio.

Le azioni di recupero, alquanto complesse, sono comunque state localmente avviate ed interessano i diversi settori dei percorsi ciclopedonali, della creazione di attraversamenti di fruizione , dei recuperi di aree di cava a progetti di recupero di territori come l’area del Boschetto di Nichelino oggi acquistata dal Comune di Nichelino. Anche le recenti nuove opere di difesa idraulica, innescate dall’alluvione dell’ottobre 2000 stanno determinando una maggiore attenzione localmente anche l’allontanamento di attività improprie.

L’area del Chisola presenta un corso d’acqua di limitata estensione e che si muove per buona parte in un contesto agricolo di pregio medio, cingendo a sud il complesso territoriale di Stupinigi, sino a gettarsi in Po all’altezza di Moncalieri in una area con forti connotazioni urbanizzate, stretto a est dalla piastra produttiva della Centrale AEM di Moncalieri.

L’area della Dora Riparia è spaccata in due realtà differenti: quella urbana sino al parco della Pellerina, profondamente canalizzata ed urbanizzata e quella più esterna con ampie aree di interesse paesaggistico strette nell’edificato, come il Campo volo e territorio nei quali si è sviluppatoli progetto di creazione di un grande parco agricolo.

L’area del Po in Torino  (Fig. 2 ) resta legata ad una visione più aulica e tradizionale del fiume, con il Castello del Valentino che si specchia nelle acque o le viste dal Monte dei Cappuccini o dal Ponte Isabella, dal quale si possono vedere i canottieri allenarsi e attraccare alle diverse sedi di società remiere. Ma anche qui l’attenzione sembra non essere così alta ed allora proliferano attività di uso delle sponde, come ai Murazzi, dove una certa cura all’inserimento di manufatti e di opere in zone tutelate sotto il profilo dei beni monumentali non appare così diffusa. Ed ancora occorre ricordare altre aree che necessiterebbero di un approccio maggiormente unitario e coordinato come il Parco dell’Ex Zoo.

L’area della Stura di Lanzo (Fig. 3) al suo vertice nord segnata dalle discariche industriali ed urbane e da fasci di infrastrutture come la tangenziale di Torino o la progettanda linea dell’Alta Capacità, e a quello sud all’opposto elevata a Riserva naturale per la presenza alla sua confluenza in Po di un popolamento avifaunistico di interesse, con l’area dell’Isolone Bertolla, ospitante una Garzaia cittadina, e la zona del bosco militare del Galoppatoio, oasi naturalistica inserita nel nuovo sistema di parchi pubblici del Meisino, uno dei progetti in corso di attuazione da parte della Città di Torino avviati con il progetto Torino Città d’acque. Fra questi due vertici si alternano aree a orti urbani e zone a diversa occupazione che rendono il tratto torinese della Stura un impegnativo terreno di recupero.

L’area del Po fra Torino e Settimo torinese , superata la diga dell’AEM del Pascolo alle porte di San Mauro, diviene luogo dove il fiume potrebbe presentare un suo aspetto di maggiore gradevolezza, anche se solo in alcune aree. Purtroppo però gli ingenti prelievi idrici, che culminano poi a Chivasso con il canale Cavour, sottraggono l’acqua all’alveo, anche se recenti accordi con l’ENEL – il maggiore punto di prelievo con il canale Enel Cimena a San Mauro, stanno consentendo un sia pur leggero miglioramento. Anche qui i progetti di recupero si fanno strada, come i nuovi parchi e le sistemazioni in sinistra Po nel comune di Settimo ed altri progetti più a nord nell’ambito del PRUSST tangenziale Verde, o come i recuperi di aree estrattive, che però purtroppo segnano ancora con peso molti ambiti del fiume , avendo svolto qui in passato diffusissima attività di prelievo di inerti.

 

 

 

 

 

 

Figura 2. Il Po nella sua immagine aulica: il Ponte napoleonico e la Gran Madre di Dio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 3. Il Torrente Stura di Lanzo al suo ingresso in Torino: sulla sinistra il rilevato della discarica RSU di Torino ed a destra le aree fra l’abitato e la sponda destra orografica oggetto di bonifica d’interesse nazionale del Ministero dell’Ambiente con la presenza di una fascia di attività improprie sulla sponda

 


Le aree agricole

 

Complessivamente, si può affermare che il paesaggio degli spazi verdi periurbani presenta un livello di qualità ambientale basso, a causa di una molteplicità di fattori, che si riassumono in quella caratteristica strutturale che abbiamo chiamato “effetto di insularizzazione”. Infatti, al grado di insularizzazione sono altamente correlati: l’abbattimento del valore di naturalità, la frammentazione e la decontestualizzazione del tessuto storico, la pervasività dell’impatto percettivo, il grado di erosione dei suoli agricoli dovuto alla dispersione insediativa, l’estensione e l’appesantimento delle impronte spaziali dei fattori di pressione che producono impatti ambientali e potenziali rischi.

All’interno del territorio indagato, il 55% dell’area presenta un alto grado di insularizzazione, cui si aggiunge il 16% di aree a medio grado di insularizzazione.

Per quanto attiene ai fattori di valorizzazione si può affermare quanto segue.

Il grado di naturalità del complesso degli spazi periurbani (Fig. 4) è generalmente basso e diviene molto basso nella corona più interna, dove l’effetto di insularizzazione si fa sentire in modo più elevato.

Su 138 unità di paesaggio indagate, ben 113 presentano un indice di naturalità molto basso, per un equivalente del 55% dell’area totale. A queste vanno aggiunte 22 unità, pari al 38% dell’area totale, che presentano un indice basso.

La frammentaria e marginale presenza di reticoli di siepi tra i seminativi e i prati stabili, che costituiscono le colture dominanti, costituisce un ulteriore fattore di abbassamento del grado di naturalità. Le stesse fasce fluviali risultano con gradi di naturalità relativamente modesti a causa della esigua presenza di boschi ripariali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 4. Tavola delle unità di paesaggio elaborata dall’Osservatorio Città Sostenibili del Politecnico di Torino (prof. Carlo Socco) relativa alla valutazione della qualità naturale.

 

 

Per quanto concerne il valore storico, va registrata una notevole permanenza di segni del tessuto agricolo storico: borgate, tetti, cascine, ville, canali, rogge, bealere e rii oltre ad una fitta rete di strade poderali corrispondono all’insediamento storico, pur nelle modificazioni che i singoli manufatti hanno subito. Si può affermare che l’attività agricola è stata conservatrice della trama del proprio tessuto paesaggistico: il cambiamento più vistoso che, soprattutto nell’arco di questo secondo dopo guerra, l’attività agricola ha prodotto sul proprio paesaggio è dovuto alla diffusa cancellazione del reticolo di siepi e di filari alberati.

Nonostante la permanenza diffusa dei segni della memoria storica, la perdita del paesaggio agricolo storico è stata rilevante proprio a causa della frammentazione che il tessuto agricolo ha subito. Solo nella corona esterna, dove vi sono le unità di paesaggio più estese, esistono ancora ampie porzioni di tessuto agricolo storico. Nella corona intermedia e ancor più in quella interna prevalgono brandelli di tessuto fortemente decontestualizzati.

Per valutare questo effetto di frammentazione e decontestualizzazione del tessuto storico, è utile ricorrere ad un indice di estensione del complesso dei segni storici ancora presenti nel tessuto attuale. Ben 125 unità, su 138, si collocano ad un livello basso dell’indice, per un’area pari al 62% del totale; altre 7 unità si collocano ad un livello medio, con un altro 17% dell’area totale, e solo 6 si collocano ad un livello alto, con il 21% dell’area totale.

Anche per quanto concerne l’aspetto percettivo del paesaggio, tendono a prevalere le situazioni di bassa qualità, dovute soprattutto al disturbo derivante dalla presenza degli elementi del contesto costruito che recingono le unità di paesaggio.

Ben 118 unità, sulle 138 totali, presentano un indice di qualità percettiva basso, per un’area equivalente al 62% del totale; a queste vanno aggiunte 15 unità con un indice medio e un’area pari al 21% del totale; solo 5 unità, per un’area pari al 14% del totale, presentano un indice di livello alto (Fig. 6 ).

Anche in questo caso, come già detto, il grado insularizzazione è fortemente correlato con la bassa qualità percettiva.

Passando all’esame dei fattori di pressione, va innanzitutto registrato un complesso intreccio e addensamento dei vari tipi di impronte spaziali dei fattori di potenziale rischio e di impatto ambientale. In particolare, con riferimento a quest’ultimo aspetto, risulta rilevante l’impronta spaziale del corridoio d’incompatibilità ambientale della tangenziale di Torino e delle altre grandi arterie di traffico: non poche sono le unità di paesaggio comprese dentro fasci infrastrutturali, dove il livello dell’impatto è tale da renderle irreversibilmente inadatte sia al coltivare sia, tanto meno, all’abitare.

66 unità di paesaggio, per un’area pari al 19% del totale, presentano un valore dell’indice di pressione alto. A queste vanno aggiunte altre 54 unità, per un’area pari al 50% del totale, con un indice di livello medio, e altre 18 unità, per un’area pari al 31% del totale, con un indice di pressione basso.

Anche questa trama di impronte spaziali di fattori di impatto e di rischio è il prodotto della storia dell’urbanistica che ha gestito la formazione della conurbazione torinese e della sua cintura: l’estensione e l’infittirsi della rete infrastrutturale e il disperdersi dell’urbanizzazione sono avvenuti senza valutare le conseguenze dell’impatto ambientale, prodotto sul paesaggio agricolo.

Infine la dispersione insediativa presenta anch’essa livelli apprezzabili, soprattutto a causa degli insediamenti arteriali ai bordi delle unità di paesaggio. In non pochi casi, però, la dispersione insediativa ha finito per intaccare anche l’interno delle unità di paesaggio con tessuti edilizi ad alto grado di porosità.

54 unità di paesaggio, per un’area pari al 24% del totale, presentano un indice di dispersione insediativa alto; mentre 69 unità, per un’area pari al 67% del totale, presentano un indice medio, e 15 unità, per un’area pari al 9% del totale, un indice buono.

Come si vede, il paesaggio periurbano della pianura agricola dell’area metropolitana presenta un quadro rilevante di problemi ambientali, che sono generalmente sottostimati, se non addirittura ignorati. La causa principale di tali problemi è dovuta al modo in cui la città si è diramata verso l’esterno: la rete infrastrutturale e la dispersione insediativa producono un elevato grado di disgregazione del tessuto agricolo, con conseguenze negative sul patrimonio di naturalità, di storia e di valore estetico, cui si accompagna una diffusa ramificazione di impronte spaziali dei fattori di pressione e di rischio (Fig. 5).

Questo elevato e multiforme impatto ambientale ha riguardato un territorio molto esteso. Limitandosi alla sola pianura, l’area complessiva degli spazi verdi periurbani esistenti, compromessi da questa diramazione destrutturata della città, è di 35.790 ettari, a fronte di 22.403 ettari del totale delle aree costruite dell’area metropolitana, ivi comprese le strade. Il che equivale a dire che per ogni ettaro di costruito, quest’area metropolitana ha generato 1,6 ettari di spazi verdi periurbani, su cui ha causato impatti molteplici, mediamente elevati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 5. Il portale d’ingresso del Castello di santa Cristina in Comune di Borgaro: interessante complesso in stato di elevato degrado.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 6. Le rogge nelle aree agricole di Borgaro con la presenza di filari di Salici ancora caratterizzanti il paesaggio rurale di pianura a breve distanza dai complessi urbanizzati.

 

 


Informazioni aggiuntive

  • Riferimenti: Convegno Internazionale. Il sistema rurale. Una sfida per la progettazione tra salvaguardia, sostenibilità e governo delle trasformazioni. Milano 13/14 ottobre 2004
  • Periodo: dal 2001 al 2005
  • Luogo: Piemonte