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Martedì, 07 Dicembre 2010 00:00

Il Valore del paesaggio

Scritto da Paolo Castelnovi
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Indice

Sguardo da fuori (o riflessione identitaria)

 

Abbiamo dedicato gli ultimi anni a delineare il ruolo del paesaggio come risorsa culturale, come 'specchio' a disposizione per riflettere sia le Identità che le ansie di confronto con l'Altro.[1]

Ora c'è da aggiungere che forse, da tema di frontiera, l'identità diventa in questo periodo una battaglia di resistenza, di non arretramento, anche a fronte dell'accelerazione che recentemente ha subito un processo culturale molto generale: la perdita di continuità tra passato e futuro negli strumenti di valutazione strategica dei progetti personali e collettivi.

In termini "alti" questa sconnessione consegue alla crisi della Storia di cui parla ad esempio Touraine[2]; nella pratica quotidiana si manifesta nella perdita di fiducia negli strumenti di conoscenza e di giudizio tradizionali, fondati sulla continuità del sapere generazionale, e nella ricerca ingenua di una autonomia dei riferimenti: insomma in una sorta di ripudio dell'identità storica come valore.

Tra i pochi noccioli di resistenza a questa rotta delle nuove generazioni si riscontra il localismo, appoggiato spesso ad un uso banale dell'inerzia del paesaggio, come poco sopra delineato. Accede che, per qualche ingorgo della coscienza collettiva la Storia viene negata e la Geografia rimane viva, con i paesaggi a testimoniare, al di là di ogni ragionevole credibilità, di presunte identità locali.

D'altra parte sembra proprio che l'identità locale IN SE' non esista: esiste solo, mutuando il barbone di Treviri, PER SE', cioè quando in qualche modo si manifesta nella comunità locale una riflessione sul proprio stato e sulle chanches alternative di gestione (di potere) nel rapporto con il territorio. Ma perché la riflessione sia tale e non una generica dichiarazione di isolazionismo deve avere una forma di terzità, cioè potersi guardare dall'esterno mentre si è al lavoro sul territorio. Questo sguardo dall'esterno si può educare [3] nel confronto con gli altri territori, con regole generali, con modelli di comportamento che ci facciano sentire cittadini del mondo. Dotati di questo sguardo poggiamo gli occhi su casa nostra come degli stranieri e, finalmente, (anche se 'nemo propheta in patria'), possiamo percepire i segni dell'identità locale, valutare un'istanza di futuro in continuità con il senso del passato percepibile nel contesto, abitare in modo attivo in uno spazio-tempo già largamente condizionato e preesistente.[4]

Nel concreto si potrebbe lavorare didatticamente a potenziare lo sguardo dall'esterno sul paesaggio per rinvigorire un reale senso dell'identità:

- favorendo la fase di gestazione dei progetti, con la formazione di gruppi integrati di insider e outsider nella descrizione e discussione delle prospettive di intervento sul territorio e richiedendo costantemente la identificazione paesistica degli effetti degli interventi prospettati;

- favorendo l'incrocio dei giudizi, in cui le proposte di intervento di qualificazione paesistica vengono fatte dall'esterno e discusse da gruppi locali e viceversa la progettualità locale (dei comuni , degli operatori privati) si sottopone al giudizio di tecnici esterni.

Si tratta di procedure banali provate già più volte, che troppo spesso vengono costantemente accantonate a fronte di presunte urgenze degli interventi, mentre avrebbero esiti di qualche rilievo solo se continuate nel tempo e rinvigorite nella partecipazione (ad esempio rendendole obbligatorie come conferenze di servizi).

 


[1] cfr. Il senso del paesaggio, cit. gli interventi di Castelnovi e De Matteis

[2] cfr. Touraine A. (1993), Critica della modernità, tr.it. Il Saggiatore, Milano, 1997

[3] L'etimo del termine 'educazione' la dice lunga: condurre fuori! …("Portami al mare, fammi sognare e dimmi che non vuoi morire……"anche il poeta prescrive la dislocazione,  come una volta il medico per le malattie polmonari:….) Siamo favoriti in questi anni dal crescere di una prassi di mobilità e di conoscenza reticolare, che distribuisce il senso dell'abitare in luoghi discreti, separati, in cui è più facile una abitudine al confronto, allo sguardo non partigiano. A bilanciare questo ambiente favorevole ad una educazione al paesaggio "altro" sta l'abitudine a mescolare il virtuale al reale, che in questi anni minaccia di alterare il senso del paesaggio come ogni altro piacere della realtà.

[4] Sullo spazio-tempo condizionato e sulla nostra visione del mondo vedi una parte importante della psicologia, a partire da J.Piaget,(1926), La rappresentazione del mondo nel fanciullo, tr.it 1966 Torino, Boringhieri (soprattutto la parte III, sulla rappresentazione delle componenti naturali del territorio) e, in tutt'altra forma, Heidegger, e gli altri filosofi del '900 sul tempo (vedi ad es. C.Resta (1988), La misura della differenza, Milano, Guerini e ass.)


Letto 76820 volte Ultima modifica il Giovedì, 25 Settembre 2014 13:47