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Martedì, 07 Dicembre 2010 00:00

Il Valore del paesaggio

Scritto da Paolo Castelnovi
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Indice

Costruire il valore: il paesaggio come risorsa

 

In un'epoca in cui la prospettiva planetaria di una crisi delle risorse essenziali, quali l'energia o il cibo, è concreta e imminente, parlare di paesaggio come risorsa può sembrare una sorta di perversione intellettuale.
Invece chi si occupa di sviluppo locale individua sempre più spesso i nostri paesaggi come una delle poche risorse veramente adeguate ad una prospettiva di sostenibilità e di miglioramento complessivo della qualità della vita, sia dei "produttori" che dei "consumatori".
Con "nostri paesaggi" indico i paesaggi mediterranei, europei, e comunque del mondo antico, sedimenti di millenni di storie e di lavorio, veri giacimenti di tracce, ricchissimi di variazioni e di particolarità, che si offrono come microuniversi vivi al riconoscimento, all'esplorazione, alla memoria.[1]
Con "qualità della vita dei produttori del paesaggio" indico il benessere delle stirpi di coloro che hanno plasmato il paesaggio, che risiedono ancora nei luoghi e che del paesaggio sono i proprietari culturali, non solo avendo le competenze di insider nella conoscenza e nell'apprezzamento, ma avendo di fatto le chiavi per gestire l'evoluzione non traumatica del paesaggio nel nostro tempo. Le comunità abitanti dei nostri paesaggi hanno infatti quasi in ogni caso il pieno possesso degli strumenti di azione sul paesaggio non solo culturali ma anche patrimoniali (la proprietà dei fondi e delle città rimane quasi sempre locale) e amministrativi (ad esempio i Comuni in Europa sono diffusi capillarmente e corrispondono ancora alle più segmentate identità locali).
D'altra parte il paesaggio, come ogni risorsa che affonda le sue condizioni nelle relazioni immateriali e nel contesto culturale è sicuramente un bene sociale, difficilmente privatizzabile  nel suo versante materiale:  non si possiede il paesaggio alpino comprando una montagna o il Chianti e le Langhe comprando le singole tenuta vinicole, e solo il patriarca di Garcia Marquez poteva davvero,nel suo autunno iperbolico e nel suo disperato orizzonte sudamericano, vendere il mare.[2]
Ma nonostante questa apparente robustezza istituzionale e culturale, il paesaggio come risorsa non è al centro del modello di sviluppo sostenibile e viene sprecato o sottoutilizzato ormai da molti decenni.
Da una parte ragioni strutturali (l'urbanizzazione, la crisi dell'agricoltura, la rivoluzione dei consumi) hanno impoverito la capacità imprenditoriale e di difesa dell'identità di molte comunità periferiche, tenutarie di paesaggi straordinari. Dall'altra si è rivoluzionata la domanda di paesaggio sia esterna che interna: dall'esterno il turismo come pratica di elite cede al turismo come consumo di massa e questo trasforma non solo quantitativamente la domanda di paesaggio.
Ma soprattutto si trasforma la "domanda interna", quella degli insider, che si sdoppia: da una parte assume il paesaggio come materia prima per l'investimento sul futuro, dall'altra sente il paesaggio come testimonianza del passato. In una cultura che ritiene di avere tutto da fare il paesaggio è risorsa; in una cultura che ritiene di avere il mondo già fatto e doverlo solo abitare, lo sguardo si rivolge automaticamente al passato.
Nel primo caso lo sguardo è ingenuo, sincronico, la storia non esiste, i suoi segni sul territorio sono solo tracce a disposizione dell'imprenditività o trascurabili, nel secondo caso il futuro non esiste, non si riesce a immaginare altro se non ciò che viene suscitato dalla decifrazione dei segni che già ci sono.[3]
Purtroppo l'equilibrio tra i due atteggiamenti, unica strategia adatta ad un abitare dell'uomo occidentale in questi secoli, manca di strumenti operativi diffusi nella cultura: in essa si è invece consolidato un procedere a zig zag, di bolina (o come gli ubriachi) tra un atteggiamento e l'altro, come se un disciplinato procedere sulla via mediana, all'orientale, fosse impossibile.
E così si sbriciola ilvalore politico primario del paesaggio, quello di costituirsi, per coloro che ne hanno la proprietà culturale, comerisorsa per il progetto di futuro fondato sulla continuità con il passato.
Da una parte l'"abitante normale" ritiene il territorio uno strumento per vivere il proprio futuro e quindi modifica il paesaggio nella misura in cui gli serve e lo rappresenta hic et nunc: è a tutti gli effetti un colonizzatore del suo stesso territorio, un Robinson domestico.

Dall'altra parte c'è l'abitante riflessivo, quello che Gadamer riconosce come l'uomo occidentale:  quello che sa la sua storia, che si differenzia dagli altri tipi geoculturali perché il suo modello interpretativo si fonda sulla coscienza degli apriori storici su cui è fondato, a differenza di altri modelli di civiltà che non serbano coscienza del peso della storia sulle proprie strategie di comprensione e di interpretazione (e quindi di decisione). Costui assume dal paesaggio i valori del passato, guarda ad esso come ad un dato prezioso, che non sa riprodurre: il migliore dei mondi possibili non è questo ma è quello che gli è stato dato in eredità.
Caricaturando, se l'abitante riflessivo, conservatore del patrimonio, tende ad un atteggiamento depressivo verso il futuro, l'atteggiamento dell'abitante  "normale" tende alla baldanza, è euforico al limite del tracotante.
In questa situazione schizofrenica ci si trova ad operare ormai da anni, quando si cercano alleanze "naturali" nei piani e nei progetti di paesaggio:gli interlocutori locali sono quasi sempre partigiani dell'una o dell'altra fazione e la loro reciproca diffidenza e conflittualità impedisce spesso di rendere comprensibile e fruttuoso il tentativo di "racconto" del paesaggio che si propone.
Parliamo di "racconto" di paesaggio perché oramai abbiamo verificato che non si può iniziare un coinvolgimento se non con la partecipazione ad una spiegazione (nel senso di "dispiegamento") collettiva dei rapporti che il paesaggio sottende, quasi a dimostrare quanto sia necessario un processo di socializzazione per cominciare ad apprezzare, a dare valore al paesaggio nell'attivare una specie di presa di coscienza "politica" di quella immensa polis che sono ormai i nostri territori.

In molti casi prima ancora che all'economia dobbiamo quindi dare spazio ad una necessaria fase di valorizzazione culturale del paesaggio che, riconosciuto come mezzo per raccontare il territorio, può diventare mezzo per riconoscersi intorno ad un progetto: può diventare bandiera, punto di riferimento.
Solo dopo questa fase di aggregazione delle proprietà culturali è possibile assommare una congruente e sostenibile  proposta di utilizzo del paesaggio come risorsa, ipotizzando una realistica continuità comune della proposta, una maturazione del lavoro sul paesaggio a livello di collettivi.
Non solo il paesaggio riesce a diventare risorsa quando la comunità "proprietaria" ne è cosciente, ma è necessario anche un raccordo con la domanda esterna, con chi è interessato a trarre vantaggio o piacere dal "paesaggio di altri" (o di altro).
Si apre qui una delle diatribe classiche del tema del valore economico, che forse non è neppure importante  (re)suscitare: che cosa ha valore per chi, in un mercato imperfetto e con beni immateriali. Pur non volendo entrare nel gorgo di tali interrogativi, mi sembra comunque provocante una riflessione sul target più appropriato (sempre in un'ipotesi di sviluppo locale sostenibile) per questo "commercio" di paesaggi.
Se la risorsa può essere valorizzata da chi conosce i segni del passato nel paesaggio e ha la capacità (proprietà culturale) per metterli a frutto in un progetto di futuro, chi dall'esterno può essere davvero interessato a questo processo?
Già abbiamo ipotizzato un modello di comportamento e di desiderio che è quello di chi cerca "altro", di chi è spinto alla conquista, ma questa brama spinge semmai ai confini del mondo, nei paesaggi estremi, dove altri sono i modi di abitare o addirittura l'altro è l'inabitabile  [4] .
Sembra plausibile l'ipotesi che invece il target di riferimento per i nostri "paesaggi domestici" sia quello dell'"abitante di ritorno", di un soggetto capace di leggere i segni di un paesaggio che in qualche modo sente suo, ma non è vittima della dialettica locale tra soggezione al passato e sua rimozione: quasi sempre si tratta di chi si è allontanato fisicamente o per avventura intellettuale, dai vincoli del proprio territorio, e che può ora leggere un paesaggio conosciuto con un sguardo distaccato. Questa condizione, rara e frutto solo di progetti personali sino a pochi anni fa, è ora più diffusa e ordinaria, legata al crescere della mobilità delle persone e della circolazione delle informazioni: l'abitare è sempre meno legato alla stazione, alla terra e alla sua cura e sempre più si configura come un intreccio di rapporti più o meno intimi e intensi con luoghi dislocati, favorevoli ad una coscienza che "guarda dall'esterno", se un "interno" è ancora riconoscibile.
Con un target di questo genere si configura finalmente una possibile sede del processo di valorizzazione: una capacità di giudizio che confronta, individua e sceglie tra diverse alternative: apprezza il paesaggio non come dato ma come fattore ricercato, oggetto del desiderio. Forse solo a questo punto, in un possibile incontro tra i progetti degli abitanti (di ritorno e non), il paesaggio può diventare risorsa appropriata con ridotti rischi di spreco (cioè di perdita di valore potenziale) o di inefficacia.

 


[1] Rispetto alla gravità dei temi mondiali dello sviluppo non si può trascurare il differente assetto della domanda complessiva nell'area europea, ricca e con margini di surplus tali da consentire ipotesi di investimento e di consumo anche sul tema del paesaggio: lo sviluppo locale delle aree marginali europee, e in primo luogo italiane, può contare ancora per qualche decennio sull'enorme differenziale di accumulazione e quindi di capacità di spesa, contenuto nelle grandi aree metropolitane.

[2] cfr.Garcia Marquez G. (1975) L'autunno del patriarca, Feltrinelli, Milano: ".. detta cessione comprendeva non soltanto le acque fisiche visibili dalla finestra della mia camera fino all'orizzonte ma anche tutto quanto si intende per mare nel senso più ampio , ossia la fauna e la flora propria di dette acque, il suo regime di venti, la velleità dei suoi millibar, tutto…." (pg.269)

[3] Anche i segni che già ci sono sfuggono alla nostra capacità di tenerne conto: da Guenon a Schama il lamento su questi sistemi di significazione perduti ci rammenta della crisi della nostra cultura prima ancora che del nostro territorio. Vedi per questo Bonesio L. (1993), La terra invisibile, Milano, Marcos e Marcos, pg.54 e seguenti

[4] cfr. Castelnovi P. (2000), Relazione  introduttiva a Il senso del paesaggio, Ires, Torino cit., pg. 25 e seg.


Letto 76812 volte Ultima modifica il Giovedì, 25 Settembre 2014 13:47