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Perché gli eventi catastrofici non hanno peso nell’opinione pubblica, oltre l’emergenza e la spettacolarizzazione?

Perché non curiamo la manutenzione straordinaria della casa che abitiamo?

Paolo Castelnovi

Quando l’odore acre e qualche cenere di bosco arriva a Piazza S.Carlo, il torinese si allarma.

Come? Brucia il monte e non facciamo niente? Poi qualche assessore che si vuole togliere le multe di divieto di sosta o qualche vip che ha importunato la segretaria prendono il sopravvento sul vento di ponente carico di fumo. E scompare l’attenzione, veloce come era apparsa.

Comunque lo scandalo, le migliaia di ettari di bosco che ogni anno vanno in fumo, per un attimo ha toccato una grande città del Nord Italia.

Da buon paesaggista, più dell’evento in sè mi interessa come viene percepito, quale interazione innesca sulla gente. Spenti i fuochi e sedata l’apprensione, resta da capire quale strano meccanismo socioculturale rende trascurabile un rischio collettivo, anche quando si manifesta come urgenza catastrofica, mentre trova una diffusa risonanza emotiva un rischio individuale, ma del tutto potenziale, statisticamente molto improbabile, come una rapina in casa propria.

Incapace di dare una sola chiave interpretativa su un tema così complesso, provo ad elencare alcuni dati “caldi” (dal Ministero competente, dai siti dei Vigili del Fuoco, da datiallefiamme.it), a fronte dei quali ipotizzare le ragioni profonde delle reazioni nell’atteggiamento corrente e più diffuso tra i cittadini:

-          il cambiamento climatico sta portando un innalzamento delle punte metereologiche estreme, a cui le regioni temperate come le nostre non erano abituate. Tra queste la siccità porta esiti catastrofici diffusi ed imprevisti, come il facile diffondersi degli incendi;

-          i processi di abbandono della montagna, ormai cinquantennali, non accennano a fermarsi nel versante italiano delle Alpi occidentali e friulane (mentre la demografia inverte la tendenza depressiva in molte altre regioni alpine, da quelle francesi al Trentino), con esiti gravi sull’assetto del bosco, che diventa invasivo, di difficile gestione e mai pulito;

-          gli incendi crescono in Italia nell’ultimo decennio, da 50.000 ettari ne hanno interessato quest’anno quasi 150.000: 12 volte la superficie del comune di Torino. L’andamento storico degli incendi, negli ultimi 20 anni, ha punte e declini che coincidono, in particolare nelle regioni meridionali, con i provvedimenti legislativi e finanziari da una parte per aiutare i territori danneggiati o dall’altra per stroncare gli abusi;

-          9 incendi boschivi su 10 sono dolosi. La loro dimensione complessiva sta superando quelli delle aree non boscate, in particolare al Sud, sempre nelle stesse province. Ogni anno vanno in fumo quasi 1/3 (!) dei boschi siciliani, dove sono assunti dalla Regione più di 24.000 forestali (!);

-          in Piemonte gli incendi sono normalmente ridotti, in complesso interessano meno di 300 ettari all’anno e per oltre il 75% coinvolgono boschi di primo versante, su aree spesso un tempo coltivate, vicino alle piane di fondovalle. I fuochi dei giorni scorsi forse presentano un salto di paradigma: hanno interessato quasi 2000 ettari (come 4000 stadi di calcio!), con caratteristiche analoghe, per dimensione, diffusione e innesco, a quelli meridionali.

I dati sono coerenti econfermano: che boschi non puliti, in territori abbandonati e dissecati, sono facile habitat per chi innesca fiamme che il vento porta a incendi catastrofici, quasi sempre per criminale disegno di utilità marginale, in particolare al Sud e quest’anno forse anche al Nord.

Ma, a fronte di queste evidenze, per lo più risapute, la reazione dell’opinione pubblica è debole, quasi disinteressata.

I media obbediscono al mood generale, trascurando velocemente le notizie, a meno di vittime nostrane da piangere o di gravi danni patrimoniali privati da lamentare. Quelli sempre e comunque, per rimanere preoccupati per sé, a prescindere.

L’impressionante ottusità generale, a fronte di una relazione palese e diretta tra situazione del contesto e situazione personale, si spiega solo con una sorta di autocensura malata, un blocco collettivo da panico che impedisce ogni decisione razionale. Siamo come chi rimane immobile in una situazione rischiosa, che normalmente spinge alla fuga.

Si può riscuotere la gente dal torpore? Forse. Ma dobbiamo risalire a monte. Dobbiamo ammettere che, nell’opinione generale, non si crede sino in fondo che ci sia una relazione diretta tra noi e il contesto. Dobbiamo riconoscere che abbiamo lasciato crescere un vuoto tra ciò che la ragione ritiene ovvio e il trend del comportamento collettivo. L’intellettuale e il tecnico che pensavano di essere in prima linea sulle frontiere dell’ignoto e delle scoperte devono attestare l’urgenza e l’importanza di lavorare in questa retroguardia, umiliante e defatigante, troppo spesso lasciata al politico: convincere tutti a misurarsi con la realtà, a tener conto di ciò che siamo confronto al mondo e non solo di ciò che vogliamo o speriamo.

Vale per gli incendi piemontesi ma vale anche per la parodia dell’indipendenza (catalana o de noatri), varrà per i sistemi elettorali che portano a vittorie inutili, per le promesse di benessere ora a spese dei figli dopo.

Detto così sembra troppo generico, un modo per mandare la palla in tribuna visto che non si riesce a fare gol, ma è evidente che non possiamo fare veri passi avanti in democrazia sinché l’opinione pubblica non si capacita delle condizioni reali in cui si muove.

Credo che il discredito della politica abbia la sua parte in questo processo di progressiva impotenza che abbiamo lasciato pervadere, che non si sente più di partecipare a grandi progetti collettivi, come sono stati l’unificazione del Paese, la sua infrastrutturazione, l’alfabetizzazione, la ricostruzione. Il malgoverno impunito di mille urgenze ha reso insormontabile la diffidenza per le soluzioni generali, per cui, a meno di forti e coerenti segnali di cambio di rotta, sono premiate solo le soluzioni fai-da-te, la riduzione dell’orizzonte ai progetti individuali. In questo clima politico temi come il cambiamento climatico suonano a vuoto. I risanamenti ambientali e idrogeologici, urgenti e strategici, non coinvolgono a sufficienza la gente da motivare concentrazioni di risorse e contrazioni di rendite.

D’altra parte quando le soluzioni individuali ai problemi sono le uniche ad avere credito, finisce per cadere ogni distinzione tra quelle che premiano interessi comuni o viceversa tornaconti personali: si loda allo stesso modo il sindaco che, superando ogni burocrazia superiore, mette in salvo il suo paese e l’imprenditore che compra la fabbrica dissestata e ci guadagna dimezzando il personale.

Il bene comune non costituisce più una discriminante di valore, così come il ruolo dell’impiegato pubblico, che diventa eroico se è vigile del fuoco all’opera ma può essere contestato se è insegnante severo o funzionario che lotta contro l’abusivismo.

E’ una cultura dell’indifferenza che ha radici strutturali e non si supererà in tempi brevi. Ma non si può cominciare a lavorarci se non dalla comunicazione, dalla formazione di un’opinione pubblica a cui si indichino le conseguenze delle diverse posizioni, che rimanga inchiodata alla concretezza dei temi in gioco e non accetti chi offre soluzioni irrealistiche o nega l’esistenza dei problemi.

Già, perché il grado zero della coscienza politica, il peggiore, è quello negazionista, che nasconde la realtà e la sostituisce con rappresentazioni generiche e di comodo. In questo il paesaggio, quello reale, il territorio conosciuto e frequentato, è un prezioso antidoto allo strapotere delle informazioni effimere e generiche, quando non false, che passano i media e la rete. Ma anche questo è sotto schiaffo: chi conosce i versanti montani andati a fuoco, chi li ha visti se non da un parabrezza lungo l’autostrada o in fondo alla città, come una quinta teatrale? La città (o addirittura il nostro quartiere) confina con luoghi sconosciuti, che potrebbero anche essere i fondali di un grande Truman show, per quello che ce ne frega…

Per queste situazioni mia nonna canticchiava con sarcasmo: nessuno sa niente, nessun sa dov’è… allora l’Oriente vuol dir che non c’è… Se una filastrocca ottocentesca sintetizza ancora perfettamente l’ignavia del nostro tempo, vuol dire che siamo di fronte a una stratificazione socioculturale profonda, resiliente, che non si scuote certo per un po’ di fumo in piazza, e lascia intrepida che bruci tutto, se la SUA casa non è lambita. SE.