Questo sito utilizza cookie e tecnologie simili.

Proseguendo nella navigazione accetti l'utilizzo di cookie di terze parti. Per saperne di piu'

Approvo

(Paesaggio Carnia)

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni - Aprile 2018

Un segnale: il convegno più interessante sul paesaggio è organizzato dalla Camera di Commercio di Udine. Forse sta succedendo qualcosa ai bordi, anche se lo stagno al centro sembra immobile.

Future Forum è un appuntamento annuale che da cinque anni la Camera di Commercio di Udine destina all’esplorazione degli ambienti sociali e culturali dove crescono le idee e le innovazioni nelle produzioni e nei servizi. Quest’anno, in diversi appuntamenti sparsi per il Friuli, oltre 70 interventi di interesse nazionale hanno declinato il tema “Economie della bellezza”. Un tipico tema da Camera di Commercio, che ovviamente ha concluso col botto, con un convegno di due giorni dal titolo: Paesaggio come economia civile, a Tolmezzo e Forni di sopra, il 12 e 13 aprile. Come si vede, un altro slogan classico delle Camere di Commercio. Il Mibact, bontà sua, ha ammesso l’intero appuntamento tra le manifestazioni dell’Anno europeo del Patrimonio.

A Roma si deve baccagliare per avere un rappresentante del mondo produttivo alle Giornate nazionali del paesaggio, a Tolmezzo la Camera di Commercio chiama la responsabile del paesaggio per il Consiglio d’Europa, la presidenza di LegaAmbiente, una decina di personaggi tra imprenditori, studiosi e tecnici e questi vengono in mezzo alle Alpi carniche e per 12 ore discutono senza retorica di pratiche e di tendenze dell’operare attraverso, con, per il paesaggio.

Già questo basta a fare qualche considerazione su chi fa che cosa in questo mondo a rovescio, ma occorre entrare nel merito.

Infatti, ovviamente, non è tutto un idillio sognante: gli operatori continuano a chiedere sburocratizzazione e concretezza e gli studiosi continuano a parlare di scenari e strategie. Siamo ancora distanti, ma intanto sia gli uni che gli altri si riconoscono come interlocutori, ciascun conferenziere conferisce davvero il suo materiale di esperienza, di pensiero, di esigenze ad tavolo dove tutti possono lavorare. Anche se i materiali per ora restano sul tavolo separati, privi di una progettualità che li metta a fattor comune.

Salta agli occhi che manca la Politica, il soggetto storicamente deputato a mettere insieme i pezzi che servono allo sviluppo del territorio. Ma non è un caso che in questo convegno i politici fossero relegati ai saluti. E’ un ruolo marginale che non credo sia dovuto al turbine elettorale (che ancora dura in Friuli, dove si elegge il governatore il 29 aprile). La Regione Friuli ha approvato due settimane fa il proprio Piano paesaggistico: avrebbe dovuto essere quell’evento al centro del dibattito. Al contrario, si è preferito non parlarne, neppure citarlo: è appena nato ed è già stato relegato tra gli oggetti inutili.

Sta crescendo un’impazienza della pochezza e dei ritardi delle istituzioni, un’insofferenza della loro inefficienza e dell’inerzia a fronte dei cambiamenti epocali che ci stanno sconquassando. Tra chi è abituato a darsi da fare s’è ormai consolidata una delusione, quasi un timore a investire la politica e gli enti della risoluzione di un problema operativo, di gestione del territorio: si dà per scontato che dopo anni e faticosi compromessi si otterrà un’azione poco utile, che chiuderà la porta della stalla a vacche scappate, oppure che aumenterà molto la complicazione per poco risultato.

Se questa sfiducia diventa tendenza si prospetta una fase operativamente difficile, come quella delle coppie che litigano e ciascuno si trova separato in casa. Tutto diventa più difficile, ma l’orgoglio impone a ciascuno di cercare una via per tirare avanti anche senza l’altro, anche se uno non sa dove sono le calze pesanti e l’altro non ha idea di come sistemare l’antenna.

Così operatori senza istituzioni cominciano a muoversi a tentoni su temi come il territorio o il paesaggio. E’ lo specchio rovesciato di quanto abbiamo detto e ripetuto da vent’anni: che le istituzioni senza operatori si muovevano a tentoni sul territorio e sul paesaggio, potendo al massimo redigere solo regole e proclami, scivolando lungo una china che porta comunque alle grida manzoniane.

Ma anche nella disarticolazione dei contributi a Tolmezzo alcuni aspetti notevoli sono emersi: sostanza viva per il tema della gestione del paesaggio, che sempre più pare di difficile approccio, man mano che si approvano i piani paesaggistici regionali e si vede che il sogno di una loro effettiva utilità operativa va in frantumi.

Intanto la regia del convegno (curata da Mecenate 90) ha messo argutamente di fronte teste, esperienze, linee di pensiero diversissime, che parevano scelte sulla base di un unico criterio: non attengono direttamente al paesaggio, ma lo tengono tra gli ingredienti fondamentali delle loro strategie, riguardanti per lo più altri aspetti.

Così i contributi portati al tavolo di Tolmezzo: la sperimentazione della scuola primaria che si occupa di agricoltura, l’organizzazione del consorzio industriale policentrico, ma anche il rapper che ambienta i suoi video tra le montagne, la fondazione bancaria che dedica parte degli investimenti a progetti locali uniti dalla qualificazione ambientale e di prodotto.

Per lo sviluppo economico: poca economia monetaria, pochissima richiesta di fondi pubblici e tanti progetti di vita, programmi a lungo termine senza tornaconto immediato. Per la montagna: poca domanda becera di sfruttamento turistico diretto e tanta consapevolezza di una necessaria riorganizzazione territoriale, che superi lo sconforto delle dinamiche di abbandono ormai allo stadio terminale.

L’asprezza dell’abbandono del territorio obbliga a pensare alle persone prima delle cose, alla necessità di avere nuovi sguardi e nuove mani perché le vecchie pietre, ormai prive del significato che hanno avuto per secoli, tornino ad essere Patrimonio.

Quando si è disseccata la relazione tra comunità e territorio, si deve investire sulle persone, prima ancora che sul territorio. Questa è la lezione che dal Paesaggio viene a chi deve orientare il proprio progetto strategico, e sa che questa mossa è decisiva: intercettare e se possibile indirizzare lo sguardo che avrà il nuovo abitante, il nuovo visitatore.

Poco si sa di lui, perché abbiamo capito che la scelta dipende da valori soggettivi, da storie di vita diverse le une dalle altre. Ma qualcosa possiamo dire: il nuovo utilizzatore della montagna è certamente un cittadino, viene da queste parti per scelta (anche se spesso spinto dalla carenza di alternative urbane gradevoli). Ha esigenze di servizi, di relazioni, di consumi urbani, ma tra queste ci saranno esigenze etiche e culturali che trovano nella montagna un riscontro difficile da trovare in città: sostenibilità complessiva del rapporto con il contesto, qualità della vita piuttosto che profitto, comprensione socioculturale dei progetti lunghi. In montagna è ovvio che gli interventi reggono se la natura e la società sono d’accordo, in città nessuno si accorge se la tua impronta annichilisce l’intorno. In montagna un comportamento sobrio e non consumistico è virtuoso e facilita la serenità, in città è povertà di cui vergognarsi. In montagna è dato per scontato che uno si impegni per una vita, in città ormai ogni anno si batte una moneta diversa.

La montagna ospiterà i progetti di chi è deluso dalla città, e la relazione ritrovata tra quelle persone e il mondo che li circonda si chiama Paesaggio. Ma non è il Paesaggio a cui siamo abituati, che si pone come qualcosa da guardare, è Paesaggio Attivo, che si nutre di progetti ed energie operative per vivere.

Per questo occorre immergersi nel formicolio delle scelte biografiche e delle imprese personali degli uomini (e le donne) di buona volontà per capire dove raccogliere la nuova materia prima del paesaggio. E le Camere di commercio oggi si predispongono ad essere più vicine delle Regioni e dello Stato agli uomini (e le donne) di buona volontà.