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(Particolare da Nemesis, A.Durer, 1502)

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni - Febbraio 2018

Si può assumere il riconoscimento del Paesaggio in un ruolo politico fondamentale, di supporto e comunicazione per le decisioni e le appartenenze politiche, un ruolo sinora riservato alla Cultura nel suo complesso, ma poco praticato? Forse sì. Ma a patto che tale ruolo per il Paesaggio sia riconosciuto dalla macchina istituzionale stessa, e venga liberato da una rappresentazione tradizionale, che lo relega ad essere visto come uno dei mille specialismi culturali.

In attesa della Carta del Paesaggio, che va maturando nel cuore del Mibact e che verrà esposta il 14 marzo prossimo in occasione della seconda Giornata del Paesaggio, si può fare un punto sul tema del Paesaggio come aspetto finalmente considerato non marginale da chi amministra la Cultura in Italia.

Non c’è dubbio che l’assegnazione di uno dei due o tre sottosegretariati al tema del Paesaggio, e la scelta di una figura del calibro di Ilaria Borletti Buitoni per animarlo, rappresentano novità rilevanti nella strategia complessiva del Mibact.

Forse più rilevante di quanto lo stesso Ministro supponesse e di quanto risulti alle cronache, sensibili solo ad eventi e personaggi eclatanti, che invece su questo tema sono praticamente assenti, se si tolgono gli scandali ricorrenti degli sconci imperdonabili a luoghi simbolo della nostra bellezza.

Non è tutto merito (o colpa) di chi governa se di paesaggio si comincia a parlare anche fuori dal gruppetto degli addetti: è un mood che va diffondendosi, almeno tra chi ha la cultura come pane quotidiano. In cinque anni, molto raramente sotto la luce dei riflettori, il tema della qualità del paesaggio si è insinuato tra le categorie del giudizio sull’opportunità di una trasformazione, tra gli aspetti da considerare nel marketing urbano e territoriale, tra i valori da contabilizzare nei programmi di sviluppo locale.

Ma c’è di più: in questi anni il paesaggio esce dal novero dei “beni culturali” ed entra in quello dei “beni politici” dalla porta maggiore, quella dei “beni comuni”.

La paura e la rabbia delle comunità che temono per la perdita del “proprio” paesaggio diventa un motore imprevisto di resistenze locali e di progetti di vita “fuori mercato”. Gli anti TAV e le start up della green economy, le insofferenze leghiste e le mille azioni di volontariato per riabitare gli edifici e i territori abbandonati sono solo gli esempi disparati di formazioni sociopolitiche che non si spiegano senza comprendere il nuovo riconoscimento identitario assegnato ai luoghi e alle attività ad essi legate. E’ un trend controcorrente, che restituisce senso collettivo ad un sentire personale: il paesaggio condiviso è un bene comune su cui si fondano potenze di pensiero e di azione che si erano andate perdendo, in tempi di individualismo spinto.

Il senso del Paesaggio è percepire come propria una forma consolidata dell’abitare, che si vive ogni giorno o è salda nella memoria e permette di pensarsi dentro una storia lunga, in una cornice che dà dignità ai propri progetti e al proprio sentire. Il senso del Paesaggio ci configura come parte di un insieme che ci dà forza e fiducia, e ci permette di offrire i luoghi e le attività ai forestieri (che siano turisti o migranti) come forma di generosa ospitalità e apertura a una collaborazione per cogliere le opportunità di una migliore qualità globale. Questo ci rende attraenti e benvisti.

Ma questa potenza, questo appartenere a una storia lunga e a comunità con-senzienti, non è quello che dovrebbe indurre la Cultura nel suo insieme? Non è il suo ruolo politico? Non è quello che dovremmo imparare assieme al latte materno e poi via via crescendo per pastasciutte, canzoni, artisti, chiese, castelli e piazze e marine e vigneti?

Certo, viene da dire, abitiamo un paese fortunato, che ad ogni passo racconta di sé in modo splendido e affascinante. Certo da queste parti la Cultura, che viene dal territorio, è politica a partire dal fatto stesso di abitare. E’ ovvio: siamo gente che chiama Comune il posto dove sta… se non è cultura politica questa….

Ma allora come mai la macchina istituzionale della Cultura è così distante? Come mai contestiamo da decenni la scuola, spendiamo per fare musei che nessuno frequenta, trascuriamo o maltrattiamo il patrimonio diffuso?

Azzardo una spiegazione: la macchina istituzionale della Cultura si è data, oltre 100 anni fa un compito prevalente e condiviso di tutela e comunicazione di un pacchetto di valori culturali. Da allora chi governa ha ampliato un po’ il pacchetto, in relazione all’emergere di nuovi criteri di valore, ma non ha cambiato la strumentazione comunicativa. La Cultura si è imbozzolata nei suoi stessi media comunicativi (la lezione scolastica, la biblioteca, il museo, il teatro…) e, dato che il medium è il messaggio, come ci rivela McLuhan, ora ci appare arretrata e si presenta come esoscheletro resiliente a ogni innovazione e non come organismo propulsivo.

Al contrario il Paesaggio è difficile da inscatolare in una macchina comunicativa ma si comunica per endovena, va diretto nel sangue del sapere primario, si regala alle emozioni. Il Paesaggio è patrimonio comune non perché lo si insegni ma perché è il luogo di riferimento di intere comunità e di un mondo di visitatori innamorati. Quello che andrebbe insegnato, perché manca, è il riconoscimento esplicito del valore per la nostra vita che hanno i luoghi identitari e le attività che contengono. Dovremmo renderci conto che il Paesaggio riconosciuto come bene comune è Cultura, anzi oggi è forse il medium culturale politicamente più efficace, quello che influisce più direttamente sulle nostre scelte.

Allora, mentre si avvia il faticoso lavoro di rinnovo della comunicazione della Cultura complessiva, che occuperà i prossimi lustri, perché non far carico esplicitamente al Paesaggio di rappresentare i nostri valori di riferimento, di diventare il luogo della discussione civile? Insomma perché non assegnare al Paesaggio il ruolo di medium comunicativo principale della Cultura per la Politica?

Forse sta già accadendo un fenomeno del genere, ma in modo contradditorio e quasi clandestino. Sembra che il Mibact stia assegnando un posto importante al Paesaggio, ma quasi a sua insaputa.

La Carta del paesaggio, che certamente proporrà strategie operative a partire da una riflessione analoga a quella qui tentata, non è stata materia di compagna elettorale, ma è rimasta nascosta e comparirà dieci giorni dopo le elezioni. Queste potranno modificare completamente l’assetto del governo del Paese, e la Carta rischia di essere relegata nel cassetto dei buoni propositi. Sembra un caso, ma forse non lo è. Certo che al Mibact ogni volta che si presenta il Paesaggio in un ruolo nuovo, subito lo si nasconde con le solite vecchie modalità: ad esempio si premiano nella Giornata del paesaggio le iniziative più radicate, con peso politico innovativo sul territorio, e si riempie la Giornata stessa con 100 attività delle Soprintendenze, ben pubblicizzate e diffuse, che fanno vedere il Paesaggio nell’Arte, riportandolo nei musei e negli archivi.

Un altro esempio eloquente: il novembre scorso Borletti Buitoni ha convocato a Roma gli Stati generali del Paesaggio, sforzo titanico di mostrare le relazioni politiche e tecniche che il tema provoca nella gestione del territorio e della cosa pubblica. Si distribuiva in quell’occasione un importante e sinottico Rapporto sullo stato delle politiche del paesaggio, altro sforzo titanico di presentazione documentata e commentata di una grande complessità operativa.

Il Rapporto, di quasi 500 fittissime pagine, per economia smart era distribuito su chiavetta usb. Ovviamente pochi lo avranno aperto, ancor meno lo avranno letto. D’altra parte sul web il Rapporto c’è ma non si fa trovare: come tanti tesori del Mibact è nascosto nella rete profonda

(https://box.beniculturali.it/index.php/s/zWcOENcfGq6vX1f#pdfviewer ).

Ma se si apre il Rapporto e lo si va a cercare, nascosto tra tabelle e presentazioni, si trova un bell’articolo di Franco Farinelli, in quanto membro dell’Osservatorio nazionale per la qualità del Paesaggio, che conclude come meglio non si può:

Resta la certezza (…) che soltanto dalla preliminare adesione ad un generale e consapevole modello del mondo può discendere una scelta politica che sia, se non sempre praticabile, almeno plausibile: vale a dire potenzialmente condivisibile dalla collettività. Come dire infine che è proprio in funzione dell’esito delle questioni riferibili al paesaggio e ai suoi assetti che si decideranno non soltanto le prossime politiche, ma prima ancora la prossima forma della Politica.

Forse Franceschini non lo conosce neppure, ma certo gli va il merito di aver dato spazio a questo tema, a questa gente, a questa prospettiva, sulla quale lavorare tutti, finalmente consapevoli, che ci sia il sole o piova e tiri vento.