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(Claude Monet - La Gazza)

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni - Gennaio 2018

Paesaggio come terapia per orientarsi in tempo di votazioni.

Democrazia, sull’orlo di una crisi di nervi, si alza quasi su un gomito per la concitazione e gesticola nell’aria sperando di farsi capire dal signore barbuto e composto, seduto appena dietro la sua testa: “…che poi già mi pareva strana questa storia che uno fa il padrone per cinque anni, perché me mi si chiama solo alla fine. Io servo per giudicare, dicono, se ha fatto bene o se ha fatto male. Questo è il mio ruolo fondamentale, dicono, guai se non ci fosse un redde rationem ogni cinque anni. Ma cos’è sto redde rationem? Rendimi la ragione? Perché, fino ad allora son stati liberi di sragionare? E ora noi arriviamo e guardiamo se han fatto i compiti? Mi sembra una presa in giro.”

Si abbatte sul lettino “Ma il peggio è venuto quando ho provato a riassumere: allora secondo voi ogni cinque anni ci mettiamo lì e discutiamo ragionevolmente su quello che è stato fatto, e poi decidiamo, tutti.” “Eh, mi dicono con un po’ di imbarazzo, ma carina, non ti accorgi che siamo sotto elezioni, ma ti sembra il momento di discutere…. di ragionare… è ovvio che non si può… Sotto elezioni è come a Carnevale: si deve fare in piazza quello che tutto il resto del tempo si può fare ma solo di nascosto. E qui si devono contar balle, si gioca a chi la spara più grossa, a chi demolisce di più quello che ha fatto l’altro… cosa vuoi discutere… si sa che ora è il delirio… tra due mesi poi, quando si giustificheranno: l’ho detto perché eravamo sotto elezioni… tutti annuendo risponderanno - certo… capisco…-”.

Si alza a sedere sul lettino e quasi grida: “ma allora, se lo sanno, perché stare a sentire due mesi di sparate vergognose? non è un redde rationem, è un gioco da bar! Ogni giorno qualche pettegolezzo, vero o falso che sia, l’importante è riderne e dimenticarlo domani, per poter ascoltare di nuovo la battuta e di nuovo ridere! E come si fa la resa dei conti se non ci ricordiamo neppure quello che è successo ieri?” Il signore barbuto fa cenno di abbassare la voce, che c’è gente in sala di attesa, e poi dice conciliante “… ne parliamo la settimana prossima, che oggi la sua ora è finita”.

Fuori, le lacrime agli occhi metà per lo smog freddo metà per il magone caldo, Democrazia si avventa per strada e alza lo sguardo dal marciapiede solo al primo semaforo. Lì, nel tempo di attesa di un verde, tra i vapori del suo fiato, guarda il Parco, dall’altra parte della strada, con i grandi alberi che mostrano le geometrie placide e maestose dei rami spogli. Strizza gli occhi ed è presa da una specie di vertigine, come un precipitare di pensieri depositati in una soffitta che le piovono addosso, seppellendo in un turbine l’arredo dei pensieri quotidiani a cui siamo abituati.

Si siede sulla prima panchina del parco, incurante del freddo, e viene presa da quei trucioli di discorsi antichi, di nonni e di amori che l’avevano incantata:

questo è il parco dove giocavo da bambina, quel tronco a destra è dove noi si contava per giocare a nascondersi, … e la paura ad attraversarlo… ma dall’altra parte abitava lui.. là dove ci sono quelle luci, al numero 18… ora tutto sembra facile, ma prima della guerra…”

“tu vedi questo parco ma chi lo ha progettato e chi lo ha curato non l’ha visto: l’hanno fatto 100 anni fa per i loro nipoti. Loro hanno visto solo modesti arbusti: li hanno piantati a una distanza spropositata per la loro dimensione e li hanno curati settimana per settimana. Ora la distanza è quella giusta: i rami di ogni albero si sfiorano con quelli del vicino…”

“guarda le luci quasi verdi del crepuscolo, dietro gli alberi: danno un senso di infinito che si sa cogliere solo crescendo. Da piccoli tutto il mondo che si percepisce è ridotto a pochi metri… ma da grandi si riesce a rimanere sgomenti quando il cielo ti dà una profondità disumana… è allora che ci si sente veramente piccoli…”

Si è formata una sfera di calma che attutisce i rumori attorno e i pensieri ossessivi. Democrazia respira piano, è come sospesa. Da fuori non si vede ma è ipnotizzata da ciò che le accade dentro. Si è sciolto quel groppo allo stomaco e nella mente, finalmente sgombra dopo tanto agitarsi, si srotola come un tappeto una sensazione di chiarezza, che tutto si ordina naturalmente e senza fatica, con ciò che è importante prima di ciò che non lo è.

Tentando di spiegare questa nuova lucidità, Democrazia dirà: “E’ un senso dentro, dove le parole non servono a nulla. Ma non ci sono che quelle per comunicare, e quindi ci provo.

Quando siamo presi dai riti e dalle foghe del quotidiano rimandiamo, quasi senza accorgercene, il giudizio profondo su quel che ci accade. Lasciamo lì a mitonare un senso confuso di inadeguatezza del presente rispetto a ciò che abbiamo desiderato per il nostro futuro. Solo i poveri di spirito a sedici anni hanno desiderato soldi o fama: noi abbiamo desiderato di essere pieni di amore e felicità, non per noi soli ma per tutti. Allora abbiamo avuto qualche volta la sensazione effettiva, fisica di questo sentimento panico, generale. E’ quel momento in cui ti sembra naturale e non da deficienti che un film si intitoli Tutti insieme appassionatamente e che grandi e bambini se la cavino cantando alle porte della guerra. E l’abbiamo avuto tutti, è inutile far finta di niente adesso. Quell’orgasmo poi viene eroso dalla banalità del quotidiano, ma resta un languore di fondo, un senso di delusione del presente.

E quando si ricordano di me, mi chiamano Democrazia e mi dicono - siamo al momento del giudizio, dai! scegli chi comanderà per i prossimi anni! - quel languore di fondo diventa un’incazzatura violenta. Mi rivolto contro chi ritiene ovvio affidarsi alla pancia o al tornaconto, e mi vengono a galla, a brandelli, disordinatamente, quei sensi incistati, nascosti: ansie di qualità e di bellezza che mi farebbero stare bene. Ma non sono più allenata, sono stordita dal baccano della sciatteria ordinaria: avrei bisogno di un bagno termale, di una palestra dove rifarmi il muscolo del desiderio di felicità.

Ecco, è qui che entra in gioco il paesaggio: il paesaggio è la palestra ideale per questo esercizio. Trenta minuti di paesaggio al giorno toglierebbe il ciarpame politico di torno. Ma se no almeno una volta alla settimana, se no almeno un giorno al mese, ma comunque bisogna sapersi rifugiare nel paesaggio prima di ogni decisione strategica.

E’ un luogo sicuro, l’ambasciata di un paese in pace dove si può impedire di entrare alla puzza di marcio, al massacro del quotidiano, della piccineria, del tornaconto di lobby. E se alleniamo il muscolo della felicità ci porta svelto alle scelte che tengono nel tempo, che vogliano ci siano per i figli, che ci sostengono per uscire dalla brutalità di animale con lo smartphone.

La resa dei conti a cui fa riferimento il redde rationem elettorale non è uno scarabocchio commerciale sulla carta del formaggio, ma un referto sulla capacità dello sguardo di vedere ancora gli alberi, attraverso quelli il bambino che ci giocava, l’impegno del giardiniere che li ha piantati e, dietro ancora, il cielo che strugge. Chi non sa rendicontare questo sguardo e non sa curare che tutti l’abbiano come bene prezioso, non avrà il mio voto.”

Democrazia, per la prima volta da molti giorni, accenna a un sorriso. Deciso.