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(Grande Muraglia)

Paolo Castelnovi per il Giornale delle fondazioni - Dicembre 2017

Molti degli eventi recenti sono più comprensibili se riconosciamo il senso del paesaggio che suscitano: un codice comprensibile da tutti che affonda le proprie radici in un passato profondo e inquietante.

Il cane portato la sera a fare il suo giro e Trump che apre l’ambasciata USA a Gerusalemme usano lo stesso codice comunicativo. Infatti l’ambiente mediatico comune a questi comportamenti è sempre lo stesso: il paesaggio, cioè il senso che viene assegnato ai segni sul territorio. Si usa un codice transculturale, o meglio è un sistema di segni che si ritrova in ogni cultura e che, utilizzato in questo modo, riporta al significato archetipico della bandiera: segnalare il possesso del territorio.

I segni del dominio del territorio sono come grida fuori dalle righe in una rappresentazione dell’identità. Oggi sono una caricatura grottesca di comportamenti antichi e desueti, che ricorre ad un linguaggio archetipo che capiscono tutti: il confine (Romolo e Remo), i simboli che svettano (il pennone sula torre più alta), il sangue versato ritualmente (la decapitazione del Re).

Si risvegliano fantasmi dormienti nella modernità, che non sentiva la mancanza di una sottolineatura dei contorni identitari: queste urla ci vengono a dire che noi moderni siamo spaesati a casa nostra perché abbiamo troppo pochi reticolati, troppe lingue e sangue meticciato, troppi usi e costumi uniformati, troppi non-luoghi.

Come nelle discussioni convincenti non c’è bisogno di alzare la voce, abbiamo sempre pensato che una società sana è identitaria anche senza muri, razzismi e culto delle tradizioni.

Quando ci si mette a gridare, quando si fanno danze bellicose per definire linee di confine e indipendenza di comportamenti, vuol dire che siamo a disagio, che non ci sentiamo padroni della situazione. Sino a un anno fa avrei scritto: guardate Barcellona…una città del mondo, che vive e mantiene la sua diversità culturale immersa in una rete salvifica di rapporti internazionali, che le consentono di fottersene dei rapporti con Madrid. Oggi, sbalordito, guardo gli esiti tristi di una litigata a freddo, in cui si sono alzate alte grida, e dove i segni di possesso del territorio da una danza di toreador (le manifestazioni che alternativamente riempiono le piazze, le scuole dove la milizia che entra per impedire il voto non riesce più ad uscire per la folla alle porte) si sono tramutati in pochade (la fuga in auto dei capi, che ricorda vergognosamente quella del nostro reuccio il 9 settembre 1943): segni geografici che hanno seppellito nell’immaginario collettivo ogni dignità dell’impresa politica separatista.

Quella dei segni è un’arte complessa, di cui bisogna tener conto, come sempre nella comunicazione, non solo di chi emette, ma anche di chi riceve e soprattutto del medium in cui si trasmette, come insegna McLuhan.

E in molti casi di comunicazione transculturale il medium è il paesaggio: si fa capire da tutti.

Lo sanno bene i terroristi di questi anni, che uccidono persone a caso ma scelgono accuratamente il teatro del rito sacrificale: i luoghi di festa, di religione, le architetture simboliche. E’ il contrario del terrorismo degli anni di piombo, che mirava ad personam ma era indifferente al contesto. E’ altro il messaggio: allora si volevano marcare presunte colpe individuali, segnale criptico per i pochi adepti a una setta, ora si simboleggia l’esercizio di un comando tirannico, che si impone a tutti, senza volto e che non guarda in faccia.

In questa logica fredda, che agisce chirurgicamente su emozioni primarie, la morte in un luogo di festa fa più effetto che in un luogo di lavoro: forse irrazionalmente i morti appaiono più innocenti, forse insinua inquietudine dove vorremmo rimuovere ogni pensiero, forse mira a generare una rabbia di impotenza, tanto più smisurata quanto più mossa a partire da un contesto pacifico e rilassato.

E’ incredibile quanti elementi del senso del paesaggio siano presenti nella comunicazione apparentemente non codificata dei grandi fantasmi contemporanei: non solo il terrore, ma le migrazioni…la povertà.

Milioni di africani soffrono e muoiono nella loro terra; fuggono e spesso cadono in inferni peggiori di quelli che cercano di lasciare, ma si sa… hic sunt leones. Una piccola parte di queste moltitudini insegue il miraggio di luoghi pacifici e ricchi, e, tra mille rischi, arriva alla spiaggia del continente patrio e lì viene ripresa e massacrata, ma si sa… hic sunt leones. Una piccola parte di chi agonizza sulla spiaggia riesce a salire su una barca e lì, in vista dalla costa, incrocia gente predisposta a salvarlo, curarlo, ristorarlo e mantenerlo per un paio d’anni, anche se spesso di malavoglia. Certo, vorrei ben vedere…. è un dovere morale: vuoi mica abbandonare vite umane nel mare nostrum

E’ la geografia a segnare quando scatta la pietas, è il nostro senso del paesaggio che legittima la mostruosa ipocrisia.

Dovremmo rispolverare il senso del paesaggio che ci ha lasciato la civiltà contadina da cui tutti veniamo. Lì troveremo tutti i segni che ci fanno risalire a galla pulsioni fondamentali dell’abitare che credevamo sepolte nei secoli bui: la mancanza di sicurezza, la paura dell’altro, l’inesorabilità di un futuro che, se va bene, ripeterà il presente.

Basta guardare i versanti terrazzati, i nuclei di case nei boschi di castagni o di faggio, la modestia delle reti viarie: il paesaggio rurale tradizionale è intriso di fatica, di isolamento, di infinito lavorio manutentivo. Ma, proprio per questa storia, è anche deposito patrimoniale, segno del lavoro dei padri che non è negoziabile, che costituisce l’etimo concreto del termine patria.

Quando per tre o quattro generazioni ci si riversa nelle città, dove si è accolti malamente e ributtati ai margini, nelle periferie dove non si riesce a dare forma al proprio abitare, si perde l’identità patria e si rimane culturalmente nudi, senza paesaggio da sentire come proprio. Ormai le nostre periferie sono popolate di orfani di paesaggio, di contatto con il territorio. E chi soffre di una nostalgia struggente del senso concreto dei segni lasciati sul terreno, chi ha dovuto staccare il senso di sè dai luoghi e dalle comunità, ora nutre la propria identità di simboli astratti, di bandiere senza più campanili sotto. Ed è a questa solitudine che si rivolge chi ristabilisce codici d’ordine elementari: confini, vessilli ai centri di comando, pisciate sugli angoli.